Mette solo gli esseri umani in gabbie. Penso che ci stia inviando un messaggio: “Non sei necessario. L’aria, la terra, l’acqua e il cielo senza di te stanno bene. Quando tornate, ricordate che siete miei ospiti. Non i miei padroni! Vedere esplodere la primavera tutto intorno, sentire il tepore del sole d’Aprile, il canto degli uccelli che non è più coperto da quello delle auto, frenare la voglia di uscire diventa veramente dura! Passerà, certo passerà ma resterà. Resterà nei ricordi di tutti noi che abbiamo vissuto questo periodo come furono i dolorosi ricordi dei nostri genitori della guerra che aveva sconvolto il mondo ai loro tempi. Resterà il ricordo di quest’anno che ci ha costretto a fermarci, un anno che ci ha costretto a vedere immagini terribili di cui non eravamo abituati almeno non abbinati al nostro paese. Morti che non potevano essere pianti, malati costretti alla solitudine della loro sofferenza. Ci ha costretto a convivere con la paura, la paura di essere colpiti dal virus, la paura di pericoli che possono essere dovunque, la paura di non scamparla. Ci ha insegnato la solidarietà verso le persone che ne hanno più bisogno, ma anche la diffidenza verso qualunque persona che potesse essere un nemico per la nostra salute. Ci ha costretto all’isolamento che è la cosa peggiore che un essere vivente possa vivere. Passerà si passerà ma purtroppo qualcosa resterà per sempre. Ho letto questi 2 racconti che racchiudono in se tutta la drammaticità di questi momenti che stiamo vivendo
“In una settimana ho perso mio padre e mio marito” Tutto è cominciato quando papà ha iniziato a stare molto male. Lo hanno ricoverato ma non c’era posto in terapia intensiva e il solo ossigeno poteva non bastare. Sono andata a trovarlo e almeno sono riuscita a dirgli ‘Papà ti voglio bene’. Cosa che non ho potuto fare con Claudio, mio marito. Stava male, non respirava. Credevamo che fosse solo influenza, ma la situazione peggiorava di giorno in giorno. Di ora in ora. Ho chiamato l’ambulanza una prima volta, ma il medico al telefono ha deciso che non aveva bisogno di ricovero. Ma al mattino l’ho trovato malissimo. Non respirava. Ho chiamato di nuovo l’ambulanza e questa volta sono venuti a prenderlo. È stato tutto veloce. Avrei voluto dirgli tante cose, anche rassicurarlo. Ma in quel momento lì invece non ci siamo detti nulla, ci siamo solo scambiati uno sguardo. L’ultimo. Poi una sera è andato in arresto cardiaco. Io non ho più visto Claudio. Vivo per mia figlia. Anna non voleva credere che il suo eroe, il papà carabiniere, non ci fosse più. Ha voluto che venisse il colonnello a dirglielo. Quando dicono che l’Arma è una famiglia è proprio vero. Io però vorrei riavere la mia famiglia”
“Racconto di un’infermiera” Giorgio arrivò giovedì scorso, di pomeriggio. Nella nostra terapia intensiva era appena morta una signora anziana: aveva i capelli raccolti in una crocchia, come le nonne di una volta, e un viso gentilissimo. Meno di un’ora dopo avevano già telefonato in reparto per chiederci, con una timidezza del tutto inadeguata alla situazione di crisi che viviamo da settimane, se fosse possibile smaltire rapidamente il corpo. Proprio così: smaltire il corpo. Come se fosse un sacchetto dell’umido da portare nel bidone sotto casa. Così, al posto della vecchia signora, arrivò Giorgio. Quasi cinquant’anni, messo malissimo, respirava come se l’aria fosse densa come un budino. Sistemandolo nel letto ci accorgemmo delle sue braccia tatuate: non c’era un centimetro quadrato di pelle libero, in quella teoria psichedelica di croci, piante rampicanti, visi di donna e rosari post-atomici. Su uno dei due avambracci c’era una scritta, l’unica: La potenza è nulla senza controllo. Pensai, in quel preciso momento, che nulla di più vero fosse mai stato scritto. In tutti i libri del mondo. Poi lo abbiamo curarizzato, pronato e tenuto sotto controllo come un bambino piccolo, come fosse un figlio nostro. Il mercoledì successivo, o forse il giovedì, andava così tanto meglio che avevo pensato di estubarlo: ma i miei colleghi non erano d’accordo, mi mettevano in testa mille dubbi sullo svezzamento troppo rapido perché, dicevano, ti rendi conto di cosa vorrebbe dire reintubarlo un’altra volta? Però, il pomeriggio dopo, al risveglio dopo una notte di guardia devastante, accesi il cellulare e c’era il whatsapp del primario nel gruppo del reparto: aveva deciso di estubarlo, si era preso tutta la responsabilità e lo aveva fatto. Passai il pomeriggio in un’estasi indescrivibile, mi sentivo come quando l’Italia vinse i mondiali nel 1982, incredulo e felicissimo, di una gioia tanto più grande quanto più era stata inattesa e insperata. Ma ieri sera, di ritorno in ospedale per la guardia notturna, Giorgio respirava di nuovo male e aveva il cuore a mille. La mia collega mi guardava con gli occhi lucidi mentre diceva: Secondo te bisogna che lo reintubiamo? E invece, per fortuna, abbiamo saputo attendere ancora un po’, fino a capire finalmente che il problema erano i farmaci: glieli avevamo ridotti troppo in fretta, Giorgio era in una specie di astinenza. Però la notte l’ha passata bene, nel suo casco C-pap, e aveva sete, e ci ha chiesto mille volte di bere, e ha bevuto un casino. Stamattina stava davvero meglio, ho provato a togliergli il casco. Gli ho chiesto: Come si chiama tua moglie? La sua voce era ancora strana, ci mette un po’ di tempo a tornare normale dopo l’estubazione, mentre mi rispondeva: Non è mia moglie, però viviamo insieme da dodici anni e abbiamo un figlio insieme. Gli ho chiesto se avesse un cellulare: gli infermieri lo avevano già messo a caricare, ho solo dovuto staccare la spina e darglielo. Giorgio tremava come una foglia, non riusciva a trovare in rubrica il nome della compagna e ho dovuto aiutarlo io: era registrata con il nome “Amore” e l’icona di una margherita. Ha fatto partire la videochiamata e io mi sono immaginato l’ansia bruciante di una donna che ha il marito, o il compagno, ricoverato in terapia intensiva e sente squillare il telefono alle sette di mattina. E poi la sorpresa e la gioia folle di vedere che era una videochiamata proprio di lui, il marito dato quasi per morto. Piangeva Giorgio, piangeva la compagna, piangeva il figlio, che intanto era accorso dalla sua cameretta. E piangevo anche io, come una fontana. A un certo punto si è girato verso di me, mi ha fatto l’occhiolino e ha detto: Certo che la barba me l’avete tagliata proprio male, vi pare che posso presentarmi così a lei? E io: Altro che barba, dille che ti abbiamo salvato il culo. E lei rideva e piangeva, ancora, rideva e piangeva insieme. Sembrava una matta felice. Ecco com’è la vita, qui da noi, in queste settimane. Forse una piccola goccia l’abbiamo tirata su anche noi, da questo enorme oceano di sofferenza; ma per uno che si salva ecco che ne arrivano altri due, e vanno malissimo, e allora portiamo pazienza, tutti, e tiriamo avanti.
Passerà si passerà ma purtroppo qualcosa resterà per sempre. Ma quando passerà, perché passerà qualcosa di buona lascerà, riassaporeremo il valore immenso della normalità. Luigi Ambrosino






