
30 novembre – Finalmente, anche Taranto ha la sua maratona, 75 anni dopo l’ultima che fu fatta in città, e
in preparazione a quella dei Giochi del Mediterraneo programmata per l’aprile prossimo.
A quanto vedo dal web, la città ha esperienze anche recenti in fatto di podismo: qualcuno dei pochi cartelli
lungo il tracciato era marcato “Due Mari Run”, la non competitiva sui 9 km che il 6 aprile scorso ha
celebrato la 2^ edizione con 900 partecipanti; mentre il 27 aprile si era svolta addirittura la 47^ edizione
della Half Marathon, con 400 atleti, e il 17 novembre 2024 l’altra “mezza” Taranto nel Cuore aveva
coinvolto oltre 800 sportivi.
Dunque, non si partiva da zero, sebbene il merito di questo allestimento spetti alla Nuova Atletica Taranto
del presidente Vincenzo Di Benedetto, Asd che dichiara poco più di un anno di vita.
Alla prima volta, in una domenica nella quale i riflettori nazionali erano puntati su Firenze (che alla sua 42^
edizione ha richiamato ben 6200 competitivi e 4000 “turisti”), credo che aver classificato 502 corridori (di
cui sole 67 donne), più circa 220 nelle due maratone a staffette di 4 e 2 componenti, in una località
geograficamente così marginale, sia da considerare un successo (ricordo che la vecchia maratona di Bari da
anni non si fa più – o meglio, è ridotta a maratonina -, la “Grecìa Salentina” di due settimane fa è arrivata a
209, mentre a febbraio erano stati 373 a finire la maratona di Barletta).
Tra i pochissimi ‘nordisti’ della contesa (numericamente dominata dai pugliesi, in particolare – direi – dai
barlettani), confesso che la spinta a scendere fin quaggiù mi sia venuta dalla convenzione col Club e
soprattutto dall’esistenza di un treno diretto dalla mia città fino a Taranto: un intercity non troppo veloce (9
ore per 800 km, con fermate in stazioni semideserte come Porto Recanati o Loreto o Bisceglie o Molfetta)
né troppo dotato di confort (all’andata, la carrozza bar era chiusa; al ritorno funzionavano solo i distributori
automatici), ma economico e puntuale. (Per anni venni al mare in Puglia o Basilicata, ma caricavo la mia
auto sul treno-navetta per ritrovarla a Bari-Japigia alle 8,30 di mattina dopo una notte in vagone letto).
Buona idea anche la convenzione alberghiera con uno sciccoso hotel a un km dal ritrovo della gara,
percorso ciclopedonale che mi sono fatto tranquillamente a piedi sia il sabato per il ritiro pettorale
(possibile peraltro anche la domenica mattina) sia il giorno della corsa. Hotel tanto sciccoso che l’ascensore
parla soltanto inglese, sebbene con pronuncia rivedibile (“dors opening, terde flor”).
La cosa assolutamente impagabile dell’organizzazione in sé è stata la rigorosa chiusura al traffico dell’intero
percorso, che è giunta a riservarci addirittura 5 km della tangenziale sud, e altri tratti per esempio della
statale per Lecce: dispiace per i disagi alla cittadinanza, che sono stati notevoli, hanno coinvolto il sindaco
Piero Bitetti (neoletto a giugno, dimissionario a luglio causa il bubbone-Ilva, ma presto “pentito” e rimasto
in carica) e – pare – porteranno a una class-action dei cittadini danneggiati. In effetti, vedere noi podisti, sì e
no uno ogni cinquanta metri, sulle tre corsie della tangenziale, mentre le auto erano incolonnate sui
cavalcavia, mi ha fatto venire in mente l’antica maratona di Genova, fine anni Novanta, con l’immagine di
Togni solo sulla Sopraelevata mentre le auto andavano a passo d’uomo in riva al mare.
Chissà se si arriverà mai, in Italia, a una conciliazione tra podisti e automobilisti: devo però dire che non ci
hanno fatto correre nella città vecchia, lasciandola tutta ai turisti (tra cui è stato notato il presidentissimo
Paolo Gino), e quanto al centro urbano, dopo i primi 2,5 km sulla riva del Mar Grande, la parte più
gradevole è stata lungo via D’Aquino, il salotto buono della città, in gran parte pedonalizzata. Poi, per km e
km abbiamo corso entro zone militari e chiuse al pubblico, dunque credo che i danni siano stati limitati e –
con un po’ di buona volontà – sopportabili. In fondo, 700 corridori e le loro famiglie hanno portato qualche
beneficio economico agli esercizi commerciali della città.
Altra promessa mantenuta della società è stata la premiazione di tutte le categorie federali, ogni 5 anni
compresi gli M 80, senza quegli accorpamenti cari ad altri organizzatori: e perfino un patetico come me
torna a casa con tre bottiglie di vino pregiato. Meno bene è andata all’arrivo col promesso servizio docce
(suppongo, docce da campo allestite dai vigili del fuoco), in realtà non funzionanti come recitava un cartello
già di prima mattina. In gara, ristori puntuali ma poveri: acqua e banane (solitamente intere, e tendenti
all’acerbo), talora arance; dal km 20 in poi finiscono anche i bicchieri e ci mettono in mano bottiglioni di
due litri. I bicchieri ricompaiono in tangenziale al km 30, gli addetti sono molto gentili e ce li danno in mano,
offrendo addirittura degli idrosalini (veramente, così annacquati che mi lasciano il dubbio se non siano
prodotti omeopatici); un po’ ingenerosamente, uno dietro di me esclama “organizzazione del k”, mentre un altro, vedendomi ciucciare un gel personale, quasi mi rimprovera per lo spreco (evidentemente lui va solo ad acqua). Non dico il nome del collega del Club che, complimentato alla fine per avermi sonoramente battuto, mi dirà “in realtà ho fatto schifo perché i ristori erano di m”.
Il solo tè tiepido l’avremo dopo il traguardo, non però al ristoro ufficiale ma alla riconsegna dei bagagli.
Invece il ristoro, che oltre alle solite acqua, banane e rare arance promette “pasta party e altro con posto a
sedere”, ci riserva un piatto di maccheroncini scotti e arcipiccanti, da sorbire in piedi o seduti su qualche
gradino: l’unica tenda con seggiole essendo adibita alle premiazioni.
Il giro è abbastanza gradevole: dopo 4 km di città, si fanno 8 km all’interno della scuola volontari
Aeronautica, con tantissimi soldatini a segnalarci il percorso sulla sponda del Mar Piccolo. Si esce nel parco
della Pineta Cimino, da dove comincia un tratto lungo la Statale per Lecce e poi, dal km 15 (segnato molto
prima del dovuto), costeggiando la riva nord-est del Mar Piccolo, fino al giro di boa del km 20 (secondo
controllo chip, e ristoro) da dove si torna indietro in un doppio senso incrociando i colleghi: riconosco,
nell’ordine, il “trombettiere” Gemma (“e che ci fai tu qua? – E tu? – Ma io sono pugliese!”), poi Angela
Gargano (oggi Michele fa solo l’accompagnatore), poi il recordman Ancora (se ricordo bene, originario di
queste parti: evidentemente, per correre migliaia di maratone bisogna essere pugliesi), e infine – come
pronosticato al giro di boa – Massimo Faleo, che però poi si darà una mossa e arriverà insieme a Vito Piero,
senza tuttavia raggiungere le due “gemelle” Barbara Cosma – Iuliana Iancu che chiuderanno 13 minuti
davanti.
Rientrati al Cimino, si ricomincia a correre in corsia unica, salendo ben presto sulla citata tangenziale, dove
ti piacerebbe lasciar andare le gambe se non fosse che è in leggera ma continua salita: l’omologazione
allegata al volantino dichiara che il dislivello è di 0 m/km, ma il sito ufficiale
https://www.asdnuovaatleticataranto.it/la-maratona/ dichiara +-246m, addirittura più dei nostri Gps che
segnano tra i 175 e i 200 metri complessivi (+9 metri solo al km 31, +4 al 32, in piena tangenziale; e ancora
21 metri negli ultimi 3 km).
Il peggio però è la mancanza di segnalazioni in molti degli incroci o rotatorie che troviamo dopo discesi dalla
tangenziale: varie volte devo chiedere ai vigili o polizia stradale dove si va, ma quando dal km 37 entriamo
nel territorio della Marina, lasciate ogni speranza: “non ci hanno lasciato entrare”, si scuserà
un’organizzatrice al traguardo, e nessuno ci segnala più niente (oltretutto, mai vista una freccia sull’asfalto
in tutti i 42 e passa). Finché fossi solo io a sbagliare, mi darei del deficiente, e basterebbe; ma siccome con
me ci sono anche due pacemaker, oltre a qualche compagno di sventura, se a una certa rotonda prendiamo
verso l’uscita là sopra, salvo accorgerci che il cancello è chiuso, mentre altri colleghi stanno sgambettando
più sulla destra, allora non resta che adeguarci, rassegnarci ai forse cinque minuti persi e riguadagnare una
sopraelevata che propone un nuovo avant-indree ai km 40/41 (e stavolta, al giro di boa non c’è nessuno e
nessun controllo chip, e io vedo ingressi su questo stradone da almeno due diverse strade).
Evvai, siamo onesti, rientriamo in un altro recinto militare per sbucare di nuovo ai giardini di partenza e al
traguardo finale, dove leggiamo della vittoria di Pierpaolo Bovenzi in 2:45:21, davanti a Paolo Audia
(2:47:20) e Anton Prokopchuk (2:48:39). Tempi molto più modesti tra le donne, dove a Sofia Belvedere
bastano 3:14:06 per vincere, quasi allo sprint, su Angela Tenerelli (3:14:27), mentre più staccata è Barbara
Cimarrusti in 3:21:53. Tra i nostri, segnalo il neo-socio laziale Ivo Barchiesi, che si aggiudica gli M 75,
Etelberto Ziveri vincitore degli M 65; ancor meglio le donne, tra cui la bergamasca Astrid Gagliardi sta sotto
le 4 ore, seguita da Tundra Chiaradia (4:17) e Simona Oggero (4:36).
Medaglia originale, con bassorilievi simbolici che fanno pensare piuttosto a due discoboli o pugili con
racchette da pingpong, insidiati da un gigantesco gabbiano; disponibilità di tenda-spogliatoio (ma molti si
cambiano all’aperto, dati i 15 e passa gradi di una giornata radiosa).
Dopo la doccia in hotel, e ammirato lo stupendo tramonto sul mare, il sottoscritto trova il tempo e la forza
per una passeggiata nella città vecchia, per metà da ricostruire (molti palazzi hanno porte e finestre murate
onde evitare occupazioni), ma in parte rimessa a nuovo, specialmente nella via del Duomo (magnifico, al
pari del Castello visitabile fino a mezzanotte), presidiata da palazzi storici, scavi e ipogei antichi, e un buon
numero di ristorantini.
Tra questi, la consorte suggerisce felicemente “La Piazzetta” di piazza San Francesco, che ci serve
addirittura prima delle 7, con un antipasto di benvenuto, una serie di squisiti piatti a base ittica, e un dolce
pure offerto dalla casa, per un prezzo con cui al nord mangeresti sì e no in uno. Tra una portata e l’altra, c’è
il tempo di riandare coi gestori alle memorie calcistiche, dei giocatori che hanno militato nel Taranto e dalle
nostri parti, da quel Gianmarinaro ragazzo del Torino scampato alla strage di Superga, che dopo anni al
Modena, nel Mantova di Fabbri e Allodi salì dalla D alla A in tre anni; a Giorgis che col Modena salì dalla C
alla A in due anni; fino a quell’Erasmo Iacovone, cannoniere del Carpi e poi del Mantova, che a Taranto
stava spaccando il mondo calcistico finché a 25 anni fu ucciso per strada da un’auto rubata che procedeva a
fari spenti perché inseguita dalla polizia. A lui è intitolato lo stadio.
Fantastiche via D’Aquino, piazza Maria Immacolata, piazza Italia invase dalla gente e coi negozi aperti a
celebrare la black week. Notte tranquilla, in attesa dell’intercity di domani. Da Taranto è tutto, a voi la
linea.





Sempre molto preciso nel commentare bravo marri👍
Grazie Fabio. E’ sempre un piacere leggerti