Già pochi giorni prima della fine del lockdown alcuni di noi, me compresa,
si erano spinti fuori dal proprio uscio per fare la sgambata, entro i limiti
dei 200 metri dalla propria abitazione: non sarà stato nulla di ché, ma già
sembrava di toccare il cielo con un dito nel poter girare intorno al proprio
palazzo e soprattutto nel non sentirsi più additati ed insultati!
Da quando hanno riaperto i parchi cittadini, la maggior parte delle persone
si riversa in essi ed il grande assembramento di persone, inizialmente, mi
procurava non poca paura. Ho così preso la decisione di allungare le
distanze e di correre sciolta per le vie della città, evitando contatti
pericolosi, scendendo all’occorrenza dal marciapiede qualora incrociassi
qualcuno.
La voglia di ritornare ai gesti più comuni, ormai diventati inusuali, come
uscire, correre, fare un giro in bicicletta o anche solo prendere una
boccata d’aria era tanta, ma il pensiero di praticare luoghi troppo
frequentati mi spaventava. Così mi allontanavo dai soliti percorsi, troppo
affollati per i miei gusti, e sceglievo coscienziosamente di correre alla
volta della bellissima collina torinese, da me frequentata solo in poche
occasioni, momenti indelebili di vita, che durante le salite mi ritornavano
alla memoria.
In una delle maratone “virtuali” di inizio fase 2, mi sono recata
sull’affascinante collina di Superga, dove si erge l’imponente basilica
commissionata dai Savoia all’architetto Juvarra, per celebrare la vittoria
dei Piemontesi contro i Francesi al termine della battaglia di Torino del
1706, all’interno della quale sono conservate le tombe reali. In tempi di
pandemia l’importante monumento era chiuso, così come la “dentera”,
caratteristica ferrovia con trenino a cremagliera che, attraversando i
boschi, si inerpica fino alla sommità del colle, attirando in condizioni
normali numerosi turisti.
Sono egualmente riuscita a rivolgere la mia preghiera, in un luogo pacifico
dall’atmosfera sacra, dinnanzi alla lapide eretta in ricordo della squadra
del Grande Torino, che proprio su quella collina, esattamente settantuno
anni fa, aveva visto la sua fine. Spontanei un pensiero, una dedica, un
saluto, ma anche una richiesta di ispirazione ai fortissimi campioni che
un’incredibile tragedia ha portato via dall’oggi al domani. Per trarre
energia positiva da quel luogo mistico, da un paesaggio quieto e poco
frequentato, per ricevere forza da grandi atleti e coraggio da una tragedia
del passato, in un presente di tristezza e di incertezze. Mi hanno colpito
profondamente le parole che si leggono sul pannello posto a fianco della
lapide dedicata ai cosiddetti “Invincibili”: “Questo luogo custodisce il
ricordo di personaggi divenuti autentici miti, eroi dei nostri giorni. Belle
favole dal triste epilogo da raccontare alle nuove generazioni, perché in
fondo la vera tragedia non è morire ma dimenticare”. Espressione che si
addice come nessun’altra al momento storico che stiamo vivendo, che ha visto
tante vite andarsene nel silenzio di una tragedia dei nostri giorni.
Inevitabili interrogativi mi passavano per la testa: la comparsa e la
diffusione sul nostro pianeta di questo maledetto virus è tuttora avvolta
nel più totale mistero e mi chiedevo, in tutto ciò, quanta colpa abbiano
avuto i Cinesi, e che cosa ci abbiano veramente omesso; dubbi ai quali,
però, forse preferirei non ricevere risposta.
Ora stiamo vivendo la fase 3, il virus pare abbia allentato la sua morsa e
ci lascia speranze per l’estate entrante e per il futuro, pur convivendo con
il timore che tutto ciò che è stato possa ricominciare.
Il ritorno alla vita è graduale, gli incontri si effettuano ancora con
diffidenza, almeno da parte mia, tuttavia non sembra quasi vero di poter
tornare ad una vita simile a quella di inizio anno.
Certo, ci mancano e ci sembrano lontane anni luce quelle domeniche mattina
alle gare, quando ci si salutava ancora con una stretta di mano o con un
bacio, mentre si aspettava lo “sparo” uno a fianco all’altro, o ci si
lasciava scappare un’affettuosa pacca sulla spalla del proprio vicino, in
occasione dell’ultimo “in bocca al lupo”. Com’erano belli i cari “vecchi”
tempi, in cui uscivamo per allenarci, da soli per scelta e non per
imposizione, o in compagnia di chi volevamo, che fossero amici, parenti o
conviventi!
I miei progetti a inizio quarantena erano tanti, mi rendo conto di non
essere stata in grado di onorarli, di avere forse un po’ sprecato tutto quel
tempo in più che avevo a disposizione. Ciò nonostante, non vorrei
dimenticare quello che ho imparato: ascoltare il silenzio, godere del canto
di gabbiani, merli e tortore, della corsa rapida di uno scoiattolo, del
passaggio di una comitiva di paperi: gli animali si sono ripresi gli spazi
cittadini, e questa forse è stata una delle situazioni più piacevoli e
positive della quarantena.
Come per ogni aspetto della vita, abbiamo assistito a molteplici diverse
sfaccettature della stessa realtà ed a sentimenti contrastanti: tanta
umanità, solidarietà, sacrificio, cori di speranza, ma anche disperazione,
rabbia, dolore fisico e psichico, preoccupazione per i problemi economici,
sopportazione, odio, arroganza, presunzione, incomprensioni, ignoranza.
Mi auguro dal profondo del cuore che giunga presto l’atteso momento in cui
si potranno lasciare alle spalle le anonime mascherine e liberare aperti e
sinceri sorrisi!









