LAGO DI CIGNANA FINO ALLA FINE DEL MONDO


In questo susseguirsi di alti e bassi è difficile capirci qualcosa, sembra
di stare sulle montagne russe. Ma non è il caso di abbattersi. Poche sono le
certezze della vita e, tra queste, il fatto che la vita stessa non sarà mai
esattamente come vorremmo pianificarla. L’importante è reagire agli
imprevisti senza farsi travolgere dal pessimismo, non smettendo di sognare e
di coltivare nuovi sogni. Per fortuna per ogni porta che si chiude, ce ne è
sempre un’altra che può aprirsi, magari giusto dietro l’angolo.
Così, seguendo questo principio, appena ho scorto la possibilità di lavorare
per qualche giorno dalla Valle d’Aosta non ci ho pensato su due volte: il
sabato mattina era una ipotesi, al pomeriggio ero già in loco con moglie,
armi (pc) e bagagli (scarpette e maglietta). Ed è per questo motivo che la
mia Sibilla, anziché dalle parti di Norcia, sono andato a cercarla al lago
di Cignana.
La meta è stata frutto di un compromesso tra il desiderio mio di farmi un
bel giro di corsa, e quello della moglie di andare a fare una gita con
pic-nic. Partendo dall’area delle piste di sci di Torgnon io sarei andato
fino a Cignana e ritorno, mentre lei mi avrebbe seguito sulla stessa strada
trovandoci circa a metà strada all’oratorio di Gilliarey, una cappella che
domina dall’alto sulla media Valtournenche.
Ero già stato a Cignana un paio di volte lungo la stessa strada: oltre 25
anni fa in bicicletta e una quindicina di anni fa in auto in una di quelle
rare giornate in cui l’interpoderale viene aperta al traffico per qualche
occasione particolare. Ricordi lontani nel tempo e molto, ma molto, sbiaditi
in merito alle difficoltà del percorso che ho in mente come una serie di
saliscendi. L’unica “certezza” è che dall’arrivo della funivia di Torgnon
fino alla diga di Cignana sono circa 15 km senza molte possibilità di
trovare acqua, per cui correrò con uno zainetto in spalla in cui metto un
paio di barrette energetiche, una busta di integratore in gel e una
bottiglietta d’acqua. Per questa giornata due sono le incognite da inedito
assoluto: la distanza (finora il mio massimo sono i 25 km della Milano
Salomon Running dello scorso anno) e il fatto di corre con uno zainetto
sulle spalle… sono proprio curioso.
Alle 9.30, saluto la moglie e mi avvio a passo tranquillo. I primi 5 km fino
allo stagno del Loditor li conosco quasi a memoria per averli fatti un sacco
di volte in tutte le stagioni e in molti modi: a piedi, in bici, con gli sci
da fondo, camminando sulla neve o in mezzo alla polvere, tenendo la strada o
vagando nel sottobosco in cerca di funghi…
Parto tranquillo perché so già che questa sarà la parte più leggera della
giornata, l’ideale per sgranchire le gambe. Sono 5 km praticamente
pianeggianti ad eccezione di un breve strappo di circa 800 metri posto dopo
poco più di 2 km che sfrutto per prendere il ritmo. L’unica insidia reale
sono i primi 1000 metri molto frequentati dal traffico veicolare di chi
“deve” recarsi in macchina fino all’alpe Gorzà. Pur essendo relativamente
presto anche io vengo superato da 3 o 4 auto che mi obbligano a mangiare la
loro polvere. Passata la svolta per l’alpe Gorzà però l’ampio sterrato
diventa tutto mio e dei pochi escursionisti che osano avventurarsi a più di
20 minuti dal parcheggio delle auto. Ad esclusione della zona del lago di
Cignana dove arrivano i sentieri che salgono da Valtournenche, in tutta la
giornata ne incontrerò 4 o 5 a piedi, mentre incrocerò molti più ciclisti in
mtb (ovviamente quasi tutte a pedalata assistita…).
Arrivo alla conca del Loditor quasi senza accorgermi e mi accingo al cambio
di scenario: pur conoscendo la strada solo per sommi capi, so bene che da
qui inizia la salita che in 3 km mi porterà fino a Gilliarey. Mentre attacco
il primo tratto mi guardo intorno sorpreso di quanto negli anni è cambiato
il panorama.
Ricordo ancora quando il Loditor veniva chiamato “lago”. Era (parliamo del
millennio scorso) un tipico laghetto alpino con il suo bello specchio
d’acqua e una piccola cascatella da cui defluiva il torrente emissario. Con
gli anni ho visto questo specchio d’acqua ridursi sempre più, invaso dalla
vegetazione. Ancora una decina di anni fa era rimasta una piccola pozza al
centro… Oggi non c’è più neanche questa. Il “lago” di Loditor è diventato lo
“stagno” di Loditor, una vasta zona umida che costituisce un habitat
tutelato di biodiversità.
Dopo le prime centinaia di metri la salita si fa più ripida e costante.
Nella mia lontana esperienza in bici ricordavo di avere fatto dei tratti
spingendo, in realtà forse dovrei dire che avevo fatto dei tratti pedalando,
perché non si trova un metro dove la pendenza molli un po’. Finalmente, dopo
una curva, sbuco in un ampio alpeggio che ricordo bene. Qui la strada taglia
in costa attraversando la conca ed effettivamente la pendenza di addolcisce.
Raggiungo una coppia in mtb (elettrica) che sta rifiatando dopo la salita;
hanno qualche anno più di me, decisamente sopra la media dei biker che si
incrociano su questi sentieri. Ricordo di averli visti partire mentre io
arrivavo al Loditor e, proprio mentre sto superandoli, ripartono ancora una
volta.
Mancherà poco più di un chilometro a Gilliarey e, rinfrancato
dall’addolcirsi della pendenza, mi sento quasi arrivato. Ma non ho fatto i
conti con la labilità dei miei ricordi. Appena ho finito di traversare la
zona prativa la strada prende di nuovo a inerpicarsi nel bosco affrontando
una serie di ripidi tornanti. Questa parte l’avevo proprio rimossa dai
ricordi, ma nonostante tutto riesco ad affrontarla senza andare in affanno.
Non così i miei amici in mtb che ritrovo fermi su un tornante. Ci salutiamo
di nuovo (è la terza volta) e la moglie fa al marito “Dai, che il signore va
più veloce di noi…”. Ripartono e, 50 metri più avanti, li vedo deviare su
una traccia che sale a tagliare il tornante successivo. Per conto mio
proseguo sulla strada: già mi sembra ripida questa, figuriamoci se mi metto
a tagliare su tracce ancor più ripide. E infatti, affrontato il tornante li
rivedo dall’alto mentre sono impegnati in delicati equilibrismi per spingere
la bici su un sentiero troppo stretto e ripido.
Questi diversivi mi aiutano a macinare metri su metri senza concentrarmi
sulla difficoltà del percorso o sulla fatica che sto facendo e così mi
ritrovo a Gilliarey. È giusto un’ora che sono partito; nonostante la salita
si sia rivelata più impegnativa del previsto mi sento bene e sono molto
soddisfatto di me. Da qui a Cignana sono circa 6 km ancora… se non ricordo
male la prima parte è ondulata e leggermente in discesa per presentare una
rampa nell’ultimo tratto in cui si risale alla diga.
Mai fidarsi dei ricordi, soprattutto se lontani nel tempo. Appena abbandono
i prati di Gilliarey e rientro nel bosco, la strada inizia a scendere con
decisione. Quando dopo 7-800 metri ritorna a spianare sono già preoccupato
per il dislivello perso che dovrò recuperare al ritorno. Peccato che, fatte
due curve, la strada inizi a picchiare ancor più di prima. Alla fine quando
dopo quasi 3 km di discesa la strada riprende a salire sono quasi contento.
Ho perso circa 200 metri di quota e ne devo recuperare di nuovo quasi
altrettanti per risalire a Cignana, ma almeno ho smesso di scendere.
La salita al lago è molto dura, sia come pendenza, sia perché è tutta al
sole e, alle 11, questo inizia a farsi sentire, esattamente come iniziano a
farsi sentire i km nelle gambe. All’altezza dell’alpeggio Cortinaz
Superiore, dove le pendenze arrivano all’8-10%, con la scusa di far passare
una comitiva di ciclisti in discesa, decido di fermarmi un paio di minuti.
Da qui si vede bene tutto il percorso, in discesa e poi in salita, che mi
aspetta al ritorno e per non farmi troppo scoraggiare decido di scacciare
questa visione ripartendo in salita.
È proprio l’ultimo sforzo, poi un ultimo chilometro in lieve discesa mi
porta alla mia meta.
Evito il rifugio Barmasse e punto diretto verso il lago che qualche metro
sotto. Ci ho messo circa 1h40 ad arrivare. Anche se al momento non c’è
campo, per avvertire mia moglie le mando una delle foto che sto scattando.
Scoprirò poi che lei arrivava a Gilliarey più o meno in contemporanea. Ora
il programma prevederebbe un breve riposo e un rapido rientro, ma, mentre ne
approfitto per consumare l’integratore gel, dall’altra parte del lago la
cappella di Cignana esercita un irresistibile richiamo. Tanto più che alle
sue spalle un paio di torrenti si buttano nelle acque del lago e chissà mai
che ci scappi una bella rinfrescata.
Così mi avvio lungo la diga e poi costeggio il lago fino a raggiungere la
chiesetta con un allungo di un altro km e mezzo. Quando raggiungo la mia
nuova meta scopro che, a causa di un effetto ottico dovuto alla distanza, in
realtà i torrenti sono ben più distanti. A questo punto devo farmi una
ragione del fatto che non raggiungerò le loro fresche acque e mi rassegno a
intaccare la mia scorta di liquidi. Tra l’altro devo riconoscere che fino a
qui lo zaino non mi ha dato nessun fastidio e, anzi, poter approfittare del
suo contenuto è un indubbio piacere. Dopo qualche altra foto e una barretta
energetica, sono pronto ad affrontare il rientro.
Nonostante la pausa, o forse proprio per questo, l’avvio è piuttosto
faticoso. Sento le gambe imballate e, pur essendo praticamente in piano, il
mio passo è un po’ appesantito: quella che nell’ultimo chilometro
dell’andata mi era parsa una lieve discesa ora la sento nelle gambe come una
salita abbastanza impegnativa. Non oso pensare a quello che mi aspetterà più
avanti. Intanto, siamo intorno a mezzogiorno, il luogo si va affollando di
gruppetti di escursionisti saliti da Valmartin; dopo tanta solitudine fa
piacere incrociare qualcuno da salutare… soprattutto visto che sono in
discesa.
Quando scollino il dosso che delimita la conca di Cignana e inizio la
discesa vera e propria, mi sorprendo di quanto sia ripida. In salita, pur
faticando, non avevo la stessa impressione, forse anche per il fatto che lo
sguardo era fisso esclusivamente sui 2 o 3 metri successivi. In discesa
invece lo sguardo può spaziare ben avanti e di apprezzare sia la lunghezza
che la pendenza del percorso fatto… e mi faccio i complimenti ammirati.
Purtroppo dopo 4 o 5 km la pacchia finisce e comincia la salita che, ormai
lo so bene, mi accompagnerà quasi ininterrottamente fino a Gilliarey. Alcuni
rigagnoli che stillano acqua dalla scarpata che costeggia la strada mi
forniscono un po’ di refrigerio e la scusa per fare una breve sosta, ma
appena la salita inizia ad arrivare su pendenze superiori al 4-5% sono
costretto ad alzare bandiera bianca e a camminare. Quasi a consolarmi mi
dico che, soste a parte, fin qui l’ho fatta tutta di corsa e sono già oltre
i 20 km e i 600 metri di dislivello in salita… In ogni caso il mio passo di
corsa non è più così brillante e camminando rapido non sono molto più lento
che se corressi. Tutte le volte che la pendenza cala su livelli accettabili,
mi sforzo comunque di riprendere la corsa.
In questo tratto incrocio 5 o 6 gruppetti di biker lanciati a rotta di collo
in discesa sfoggiando un campionario assai vario di sgommate, salti e cambi
di direzione per evitare buche e sassi. Immagino che tanta fretta sia dovuta
all’orario e alla necessità di arrivare per tempo a mangiare. Se io sono un
solitario, loro viaggiano sempre a coppie o in terzetto, per cui alla fine
ne esce un nutrito numero di incroci più o meno avventurosi. Infatti,
nonostante faccia di tutto per tenermi ben rasente sui bordi, vuoi perché
spaventato dall’improvvisa apparizione da dietro una curva, vuoi per
l’autosuggestione di vederli puntare nella mia direzione e di sentire il
rumore caratteristico della frenata su sterrato sassoso, in un paio di
occasioni ho avuto l’impressione che ci volesse tutta la loro abilità e la
mia prontezza di riflessi nello scartare di lato per evitare di essere
travolto… beninteso, erano solo impressioni… ma la prudenza non è mai
troppa.
Quando alla fine riconosco il dosso da cui si sbuca dal bosco sui pratoni di
Gilliarey tiro un grosso sospiro di sollievo e mi produco in una blanda
accelerazione per fare il mio arrivo trionfale e raggiungere il punto dove
mia moglie si è accampata ad aspettarmi e a prendere il sole. A dire il vero
era anche venuta un pazzo avanti, ma vedendo che la strada continuava a
scendere, si è scoraggiata tornando ben presto sui suoi passi.
Per una volta tanto posso dedicarmi a un bel ristoro senza nessuna fretta e
sono ben lieto di affidarmi alle amorevoli cure della consorte che mi porge
panini, barrette, frutta e soprattutto tanta acqua fresca. Dopo essermi
rifocillato e asciugato al sole, salto di nuovo in piedi e mi metto a
gironzolare intorno curiosando qua e là, ammirando il panorama e facendo
foto. Non c’è nulla da fare… la vita della lucertola non fa per me e non
riesco a stare sdraiato al sole, dopo 10 minuti ho bisogno di muovermi.
Anche perché ho ancora 8 km per tornare indietro e non vorrei raffreddarmi
troppo. Infatti, gli accordi con mia moglie sono che chiuderò il giro
tornando di corsa al punto di partenza; là l’aspetterò e insieme
concluderemo la giornata con una lauta e meritata merenda.
Ovviamente quando mi accingo a ripartire il mio corpo non è per nulla
d’accordo e utilizza tutte le armi a sua disposizione per manifestare il suo
disappunto: gambe di legno, dolori vari, respiro affannoso, panza piena. Ma
non mi faccio impietosire e, complice la partenza in discesa, mi mostro
inflessibile obbligandolo a mettersi in moto. Anche perché, insieme a me è
partita pure la moglie e dopo tutto il battage fatto sulle mie corse non
posso mica rischiare la figuraccia.
Come in precedenza, ancora una volta, affrontare la strada in discesa mette
tutto in una prospettiva diversa e resto sorpreso dalla pendenza della
strada e ammirato dalla performance fatta nel salire. Anzi, la discesa è
tanto ripida, che fatico a prendere un ritmo di corsa adeguato. Già trovo
difficile di suo il correre in discesa, se aggiungiamo la stanchezza e la
fatica accumulata, diventa impegnativo. L’unico vantaggio è che la forza di
gravità aiuta comunque a procedere.
Alla fine, però, anche la discesa giunge al termine (come tutte le cose
belle) e ora mi attendono i 5 km da Loditor a Chantorné. Saranno pure in
piano, ma solo il continuare a correre mi costa uno sforzo notevole; quando
finalmente arrivo allo strappetto a metà strada, accolgo la salita con gioia
inusitata: almeno ho la scusa per camminare! Arrivato in cima mi obbligo
ancora una volta a riprendere la corsa, ma sento che sono arrivato al
limite. I polpacci iniziano a lanciare segnali di allarme con avvisaglie di
crampi e i km di discesa si fanno sentire dolorosamente sui muscoli delle
tibie. D’altra parte sono già entrato da un po’ in un mondo inesplorato,
avendo superato ogni precedente limite in termini di distanza percorsa.
Ritornato in piano mancano poco più di 2 km, 10 minuti in condizioni
normali, ma per affrontarli ora devo scendere a ulteriori compromessi
alternando 200 metri di camminata e 800 metri di corsa. Gli ultimi metri
sono un misto tra gioia e liberazione, dove la soddisfazione per il bel giro
fatto (quasi 31,5 km per più di 800 metri di dislivello positivo) è pari
solamente a quella di potersi sedere su una panca all’ombra ad aspettare mia
moglie.
Chiusura d’obbligo con un bel terzo tempo finale a base di birra gelata e
crostata ai frutti di bosco… quale modo migliore per concludere questo lungo
e spettacolare giro in cerca della Sibilla Valdostana?

Marco Bertoletti
km 31,48

bertoletti (2).jpgbertoletti (1).jpg

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Leggi anche