Alloggio all’Hotel ristorante Mariuccia, un albergo confortevole posto a 100 metri dal Centro Maratona.
Domenica il lago di Varese è teatro dello svolgimento contemporaneo di 4 gare. Due sono quelle “storiche”, diventate sempre più importanti nel corso degli anni: la decima edizione della “3 Ruote Intorno al Lago”, manifestazione internazionale che quest’anno ha visto 86 handbikers tagliare il traguardo, e la sesta edizione del “Giro del Lago di Varese” (25 km). Inoltre due matricole: l’anzidetta “Lake Varese Marathon” e la “Lake Varese Marathon Staffetta”. Alle 9 in punto partono gli atleti della handbike. Alle 9:15 tutti gli altri.
Il percorso, completamente chiuso al traffico veicolare, si snoda lungo le strade provinciali che circondano il lago. Girando in senso orario, si toccano Buguggiate, Azzate, Galliate Lombardo, Bodio Lomnago, Cazzago Brabbia, Biandronno, Bardello, infine Gavirate. Dopo i 25 km del giro del lago, si torna indietro per 8 km verso Gavirate. Da lì, dopo un ulteriore giro di boa, finalmente a spron battuto verso il traguardo.
Anche se il lago si vede poco, il percorso è gradevole, favorito dalla mancanza di traffico veicolare e dall’altimetria ondulata con facili salitelle e discese defaticanti. Il clima fresco aiuta a non perdere inutilmente energie.
In pochi minuti sono già ultimo con un’invadente auto scopa che mi alita sulle spalle. Dopo qualche chilometro necessario al mio fisicaccio per entrare a regime, risalgo posizioni e raggiungo i pacemaker delle 5 ore con i quali rimarrò fino alla fine. É una prima maratona “senza infamia e senza lodo”. L’eccellenza è la chiusura totale del traffico. Ma ci sono anche non conformità, alcune piuttosto gravi.
Pacemaker. Hanno il tempo stampigliato sul retro della maglietta, ma sono sprovvisti di palloncini.
Banchetti ristori. Non sono ubicati ogni 5 km, ma “all’incirca”.
Postazioni chip. Lungo il percorso certificato Fidal ci sono due postazioni: la prima al 21,080 km e la seconda al primo giro di boa del 25° km. Presumibilmente per ragioni economiche, al successivo giro di boa della rotonda di Gavirate (33° km) i controlli sono inesistenti. Né postazioni chip e neppure addetti a verificare il passaggio degli atleti: una manna per possibili tagliatori!
Cartelli chilometrici. Alcuni sono posizionati in maniera approssimativa. Arriviamo al cartello del 40° km dopo 4 ore e 36 minuti. Sembra ci sia tutto il tempo per rifocillarsi e finire abbondantemente sotto le 5 ore. Per coprire gli ultimi 2,195 km e giungere al traguardo, impiego invece (con la lingua di fuori) 21 minuti. Tali cartelli, inoltre, sono collocati soltanto ogni 5 km. Uno degli organizzatori, da me interrogato sul perché ogni chilometro del percorso non è stato indicato da cartelli chilometrici ben visibili, risponde che sarebbero stati di impedimento alla gara dei disabili. Obietto che, anche in presenza dei handbikers, nella totalità delle maratone italiane i cartelli ci siano sempre tutti. E siccome insisto tenacemente per comprendere la ratio del provvedimento, mi guarda indispettito e con commiserazione come, oltre che un maratoneta rompiscatole fossi anche un po’ grullo!
Pochi i soci del Club: incrocio Giuseppe Tundo e Maria Rita Zaniboni con i quali scatto qualche selfie. Non essendo un buon fisionomista, ne scopro altri soltanto scorrendo la classifica finale: ordinati per tempo impiegato, ecco i top runners Stefano Benatti, Giuseppe Tripari, Massimo Ciocchetti e Salvatore Gorgone.
C’è anche Hartmann Stampfer che però non vedo mai, neppure nell’avanti-indrè degli ultimi 16 chilometri. Due volte avverto però impetuose correnti d’aria che soffiando lateralmente mi fanno traballare. Amici degni di fede assicurano che era Hartmann. Correva come il vento.
Clicca qui per le foto (di Mario Liccardi)



