LASCIATE OGNI SPERANZA O VOI CHE CORRETE

Eppure oggi posso dire di aver realizzato il mio proposito. Prendendo parte alla 6 ore di Cinisello per la prima volta ho corso la fatidica distanza di 42,195 metri (e sono andato ben oltre) e ho incrociato sul mio percorso tanti “maratoneti della speranza”.

Come al solito si è trattato del classico colpo di testa tutto istintività e follia che da sempre caratterizza il mio approccio alla corsa. Stanco di attendere invano una data certa di maratona e visto che le ultra in circuito offrivano maggiori possibilità rispetto ai rigorosi protocolli anti-covid, circa un mese fa mi sono deciso per il grande salto: tentiamo direttamente con le gare di durata in cui la maratona diventa un passaggio intermedio. So già che qualcuno obietterà che non è la stessa cosa e sono d’accordissimo; anche fare una maratona in allenamento è diverso dal farla in gara, ma ormai ero impaziente di misurarmi sulla distanza e fiutata la possibilità nulla poteva fermarmi.

Il calendario proponeva due possibilità a distanza di una settimana: la 6 ore del Parco Nord o la 6 ore del Cinisello Balsamo Running Festival. Ho scelto la seconda un po’ per istinto, un po’ per caso e un po’ perché mi dava una settimana in più per prepararmi (e perché la scorsa settimana avevo oltre 400 litri di vino che mi aspettavano per essere imbottigliati).

La preparazione è stata tutto un programma: un cross di 4 km il 21 marzo (il Campaccio) e una 10 km ondulata il 25 aprile (la Montestella Run Free) e poi tanto allenamento, almeno per i miei standard, sempre condizionato però dai limiti del tempo a disposizione. Pur correndo in media una mezza ogni due settimane, non sono mai riuscito a fare un vero “lungo” fermandomi a un massimo di 24 km. Così, nonostante la buona volontà e l’impegno, arrivo all’appuntamento con un massimo in carriera di 25 km e 2h56’ di corsa risalente alla Salomon Running del settembre 2019 e con una valigia piena di dubbi e incognite su quello che mi aspetta oltre tale soglia.

È per questo che quando alle 8.30 mi presento all’ingresso del Centro Sportivo Scirea mi sento timoroso, quasi un intruso. In un post fatto al volo mi definisco come un imbucato, una sorta di Cenerentola in scarpe da running (numero 46,5 altro che cristallo!). Entro quasi in punta dei piedi chiedendo “permesso” e guardandomi intorno come un bambino travolto da mille emozioni. Anzi, passo la prima mezzora seduto alla mia postazione a “respirare” l’aria, immergendomi piano piano in quella che ha l’aria di una grande festa e convincendomi pian piano che sì, ci sono anche io a farne parte. Cerco la presenza di volti noti. Alcuni li ritrovo, altri purtroppo mancano. Tra questi, Paolo, che si è già fermato per far fronte ai suoi impegni istituzionali e organizzativi (e infatti ci incroceremo più avanti). Ma soprattutto non vedo Maurizio che ha dovuto arrendersi alle vesciche ed è già tornato a casa: facevo molto conto in gara sulla sua esperienza fatta di oltre 250 ultra.

A un tratto mi ridesto da questo sognare ad occhi aperti. Il tempo vola ed è ora di prepararsi. Sbirciando di sottecchi gli altri per vedere come si muovono, preparo la mia postazione sistemando la cassetta in cui dispongo i vari generi di conforto che mi sono portato dietro. Forse ho un po’ esagerato portando una borsata enorme colma di roba da bere e mangiare: mele, banane, frutta disidratata, barrette energetiche, gel, marmellata, fette di pane e biscottate, bocconcini di grana… e poi acqua, gatorade, succhi di frutta, coca cola. Alla fine, ai miei piedi prende forma una specie di banco mercato a cui si aggiunge il contenuto del pacco gara e, in seguito, quanto verrà distribuito nel corso della gara. Il mio posto sembra molto simile a quelli che vedo di fronte a me dall’altra parte della pista; ma quelle sono le postazioni di chi fa la 24 ore, sul mio lato (6 ore), gli allestimenti sono molto più minimali, una sacca con un cambio, una bottiglietta e via. Ma va bene così, non sapendo cosa aspettarmi, meglio essere pronti a tutto.

Poi è la volta del pettorale e dei chip. Se il primo non crea problemi, con i secondi devo fare molta attenzione a montarli nel verso giusto fissandoli alle stringhe… tra l’altro se dovessi cambiare le scarpe potrebbe essere un problema. Già, le scarpe… anche queste sono una incognita; le vecchie hanno fatto il loro tempo e iniziano a non essere più così confortevoli (taccio per pudore il chilometraggio che hanno raggiunto) e opterei per un paio nuove che ho usato due giorni fa per i primi 12 km. Prima di fissare il chip alle stringhe e fare il “rotolino” ho un ultimo dubbio che spazzo via: andiamo sul nuovo e poi vediamo.

Ora è tutto pronto. Ho giusto il tempo per fare un paio di foto e di filmati che mando alla moglie per tranquillizzarla sulla mia follia: da quando ha capito cosa andavo a fare si prefigura una serie di scenari uno più catastrofico dell’altro (per fortuna che mia figlia invece ha detto “che figata!”… almeno lei). Poi, ecco la chiamata in griglia.

Ovviamente, niente riscaldamento. In 6 ore avrò tempo in abbondanza per scaldarmi e non ho intenzione di aggiungere un metro in più al necessario. Tanto l’adrenalina sale a mille di suo; mi sento carico come una molla e fatico a mantenere un’aria di distaccata indifferenza. Anzi, non ci riesco per nulla, trovandomi a canticchiare e battere le mani al ritmo della musica di sottofondo.

Ancora una volta mi guardo intorno studiando gli atleti che sono introno a me in griglia e confermando il mio senso di inadeguatezza: mi sembrano tutti navigati fenomeni e mi domando come potrò non sfigurare al loro cospetto. Mi sembra di essere il solo novellino e quando lo speaker annuncia che uno è alla sua prima ultra mi verrebbe voglia di urlare “Anche io”.

Poi finalmente arriva lo sparo a interrompere pensieri e incertezze. Via, siamo in ballo.

La strategia di gara è ben chiara nella mia mente: andatura lenta (5’45”-5’50”), ai km che finiscono in 5 breve sosta per bere e assumere sali, ai km che finiscono in 0 sosta di qualche minuto in postazione per mangiare qualcosa e bere. Così dovrei arrivare tranquillo al 25°-30° km, poi inizierà la terra inesplorata e mi scoprirò strada facendo.

Il clima è ideale. C’è un po’ di sole per cui parto con cappellino e occhiali, ma non c’è vento e non fa neppure troppo caldo. Anzi, all’orizzonte si vedono addensare dei nuvoloni, speriamo che servano a mantenere la temperatura gradevole ma non scarichino nulla. L’assenza di vento fa ben sperare.

In partenza c’è tanto traffico. Noi della 6 ore siamo oltre cento e ci immettiamo nel flusso della 12 e della 24. Tra questo e la scoperta del percorso, per il primo chilometro non è quindi un problema prendere un ritmo lento. Pur avendo studiato il percorso sulle foto, infatti, il primo giro è comunque una sorpresa e una incognita. Si fa presto a dire circuito di 1 km, in realtà tra curve secche, salite lievi, giri di boa e tornanti e una serie ininterrotta di insidie… e fatele per 50, 100 o 200 volte!

In più c’è il tranello finale. Avendo posizionato la griglia di partenza dopo il traguardo, per completare il km di percorrenza non sarà sufficiente superare l’arco del rilevamento cronometrico, ma bisognerà percorrere altri 80 metri per transitare dall’immaginaria linea di partenza della prima fila della griglia. Un dettaglio che, alla fine, stava quasi costandomi grosso.

Dopo il primo giro di studio trovo subito un buon ritmo. Pure troppo, visto che preso dall’entusiasmo pur cercando di frenarmi inizio a girare a 5’35”. È questione di 2-3 km, poi riesco a regolare il passo su ritmi più coerenti con la tattica di gara che mi ero prefissato. Mi sento molto bene, ma è innegabile che sono un po’ teso. Ho piena coscienza della tanta strada che mi sta davanti e delle incognite non minori. Quasi per distrarmi da questi pensieri mi metto a parlare con Remo: ci siamo conosciuti lo scorso anno alla pizzata milanese organizzata da Paolo per i maratoneti della speranza. È uno dei tanti amici “virtuali” che oggi ho modo di incrociare e approfitto volentieri della sua esperienza per scambiare due battute.

Quando ci separiamo (lui è un po’ più veloce di me) mi metto a osservare i partecipanti che mi sfrecciano davanti o che supero a mia volta. Vedo nomi e volti che danno i brividi: mostri sacri e atleti affermati come Francesca Canepa o il grandissimo speaker Simone, uomo simbolo di questa manifestazione; compagni di viaggio e di penna nelle maratone della speranza; membri del CSMI con 50 o più ultra nel carniere (e io che spero di arrivare a 1 entro stasera!); e, infine, i mitici personaggi che popolavano i racconti del mio amico Marcello, quando parlava del “suo mondo ultra” e della IUTA. Ripensando a questi racconti ricordo con un pizzico di rimorso l’ironica sufficienza con cui talvolta li ascoltavo e comprendo quanto l’ignoranza (nel senso di non conoscenza) spesso sia foriera di preconcetti e giudizi superficiali. Peccato che Marcello oggi non sia qui a condividere questa gioia… ma è ancora in pausa covid e sarà per un’altra volta.

Intanto, distratto da queste riflessioni, i chilometri iniziano ad accumularsi pian piano. Fedele al mio programma, ai 5 mi sono avvicinato al banco e ho chiesto se potevo avere una bottiglietta di sali. Al di là del rispetto per il favoloso lavoro che stanno facendo questi volontari, non riesco a scrollarmi di dosso quel senso di timore reverenziale che caratterizza ogni ospite che viene introdotto in un mondo nuovo. Al 10° km mi sono fermato a mangiare un paio di fette con la marmellata, un pezzo di banana e a bere. Qui la mia super organizzazione ha avuto un piccolo intoppo quando non riuscivo ad aprire il barattolo di marmellata con le mani un po’ sudate. Mi rimprovero mentalmente per non aver pensato di aprirlo prima, ma se queste sono le preoccupazioni è un buon segno.

In effetti mi sento molto bene. In base agli allenamenti non avevo dubbi sul fatto che i primi 20 km sarebbero stati una passeggiata. Intorno alle due ore di corsa, sono in perfetta tabella di marcia, soste comprese, ma ora inizia quello che nella mia testa definisco il difficile: la seconda mezza. È indubbio che i prossimi 20 sono i km decisivi; una volta arrivato a 40 basterà un niente a fare gli ultimi due e mettere alle spalle la maratona, il mio primo obiettivo. Poi, a quel punto, tutto il resto sarà in più.

In contemporanea alla sosta dei 20 km cade l’arrivo della 12 ore e mi unisco volentieri al caloroso applauso che accoglie la fine delle fatiche di questi atleti. Partire a mezzanotte (quindi senza aver dormito), tirare l’alba e poi arrivare fino a mezzogiorno, è qualcosa che va al di là della mia immaginazione, forse più ancora della 24 ore, che per sua definizione deve comprendere tutte le fasi di una giornata qualunque sia l’ora di partenza.

La fine della 12 ore, oltre a ridurre il numero dei concorrenti sul circuito, dà l’avvio al pasta party. Convinto che riguardi solo i veri atleti della 12 o della 24, riprendo imperterrito nei miei giri. Tra l’altro si sta avvicinando il momento cruciale del mio limite massimo raggiunto finora, e un po’ sento la tensione. Al 24° passaggio, infatti sento di colpo la bocca riarsa e, dando la colpa al caldo del mezzogiorno, decido di anticipare di un giro l’assunzione dei sali. Come mi avvicino al banco una volontaria mi chiede se voglio la pasta bianca o rossa. Sorpreso, sulle prime non capisco. Poi cerco di mostrarle il pettorale: è giallo, quindi faccio la 6 ore. Ma lei insiste e, infinitamente grato, accetto un piatto di pasta in bianco con una abbondante spolverata di grana.

Mi siedo, mando una foto a mia moglie per mostrarle che sono coccolato e viziato, e assaporo questo carico di carboidrati… inatteso. Visto che il piatto è pure abbondante, dopo un paio di minuti mi avvio continuando a mangiare mentre cammino. Quando riprendo a correre non mi rendo neanche conto che ho varcato la fatidica soglia e ho iniziato la nuova esplorazione dei miei limiti.

In questo momento sono tranquillo e mi sento ancora in buona forma. Solo che la sosta imprevista ha un po’ scombussolato i miei programmi di gara. Invece di riprendere o ridefinire uno schema a cui attenermi, per qualche giro viaggio in maniera sregolata fermandomi “a sensazione” per bere e/o mangiare. Al 28° passaggio affianco Roberto, un mio compagno di squadra che sta facendo la 24 ore, e approfitto della breve sosta per prendere da bere per attaccare bottone con lui. Mi racconta delle traversie notturne di Maurizio e delle sue difficoltà: è un po’ deluso perché puntava a qualcosa di meglio, ma risente del poco allenamento e da un po’ non fa altro che camminare (e alla fine, nonostante tutto, farà podio di categoria). È comunque piacevole accompagnarsi per un tratto con lui; poi, circa a metà giro, ci salutiamo e riprendo a correre.

Ho sempre guardato con sufficienza alle competizioni fatte in circuito in cui si corre come “criceti”. E già il termine “cricetare” la dice lunga sul giudizio sottostante a questo modo di correre. Ma oggi devo ricredermi e riconoscere che, come formula, ha anche i suoi perché. Innanzi tutto, rende possibile la giornata di oggi: correre in circuito richiede uno spazio ridotto e ben delimitabile in cui contingentare e monitorare gli accessi e il distanziamento. In secondo luogo, è rassicurante: sapere che a ogni chilometro hai la possibilità di accedere al tuo porto sicuro della postazione, è di estremo aiuto nei momenti di difficoltà, e ora della fine conosci il percorso e i suoi riferimenti a memoria. Infine, è socializzante: in una gara in linea, quando i distacchi si misurano in chilometri, ben presto ti ritrovi solo con te stesso, qui in ogni momento ti trovi a fianco qualcuno con cui scambiare un sorriso, due parole, un incoraggiamento o cantare a squarciagola il ritornello di una canzone. Senza contare in circuito puoi anche presentarti al via senza assistenza, come il sottoscritto.

Dopo aver lasciato Roberto, non ho neanche il tempo di gioire per il passaggio dei 30 km che inizio a patire la mancanza di una regola di corsa. Non me ne rendo conto subito, ma per qualche giro ogni occasione diventa buona per una piccola sosta: una volta è per smettere cappellino e occhiali visto che il cielo si è coperto e non c’è più sole; un’altra è per bere; un’altra ancora per mangiare. Di colpo mi trovo al 38° chilometro ben sopra le 4 ore e mi rendo conto che in questo modo gli ultimi 4 km mi hanno richiesto circa mezzora. Capisco che devo darmi un metodo. L’organismo inizia ad accusare la fatica, le gambe girano un po’ meno fluide e a questo punto deve entrare in gioco la testa. La testa comanda, il cuore ci crede e le gambe seguono; questo mantra, che mi ha insegnato un pacer alla mia prima mezza sotto le 2 ore, è profondamente scolpito nella mia mente.

Prendo un gel energetico e decido di cambiare metodo: passo dal 5-5-sosta al cammina-corri-corri. Cioè farò un giro camminando a 8’25”-8’35” e due di corsa lenta sui 6’20”-6’30”, alternando così dei cicli da 3 km. Riparto ed effettivamente constato che il metodo funziona. Il giro camminato (a volte nemmeno completo) serve a sciogliere le gambe affaticate e a dare un obiettivo per i due giri correndo, soprattutto il secondo al termine del quale so che mi aspetterà un passaggio veloce in postazione (per un pezzo di grana, di banana e un sorso di integratori o di sali) e un tratto camminato.

Al 42° passaggio mi concedo un gesto di esultanza. Tecnicamente mancano ancora 300 metri, ma è fatta. La maratona è alle spalle. E, a proposito di spalle, mi sento improvvisamente sollevato come se mi fossi tolto un peso dalle spalle. Di colpo mi pervade una euforia incredibile e mi ritrovo a cantare con quanto fiato ho in gola sulle note di “Notti magiche” (l’inno dei mondiali di calcio di Italia ’90). Quando nel corso del giro incrocio Roberto e Remo, non riesco a trattenere la mia gioia per il fatto di aver raggiunto il traguardo che mi ero prefissato. Ora è proprio vero che tutto quello che viene è un di più e me lo prendo gioendo metro dopo metro.

Allo scoccare delle 5 ore passo al 45° km e faccio quella che sarà l’ultima pausa seria per mangiare. Già che ci sono ne approfitto per mandare un aggiornamento a casa: “bravo, ma non esagerare ora, devi anche tornare a casa” è la risposta di mia moglie. Con il ritmo che mi sono dato calcolo che i 50 km sono ampiamente alla mia portata e riparto. Cammina, corri, corri… cammina, corri… e senza quasi accorgermi mi ritrovo a 50. È fatta. Cifra tonda!

Guardo il display del crono che segna poco più di 5h36’. Mancano poco meno di 24’ alla fine e con il ritmo che sto tenendo dovrei chiudere a 53 km e qualcosa… ma, si sa, l’appetito vien mangiando e subito penso che, in fondo, per arrivare a 54 basterebbe andare a poco meno di 6’ al km. Non penso minimamente che da un paio di ore sto correndo a 6’30”, quando vado veloce (l’ultimo km a 6’ o meno è stato il 27°, una vita fa). Intanto questo giro è ancora di corsa e vediamo come va. Provo ad aumentare un po’ il ritmo e inizio a curare le traiettorie per fare meno strada possibile.

Quando ripasso dal traguardo due rapidi conti mi confermano che, pur impegnandomi, sono rimasto sopra i 6’ e ora ho circa 15” di ritardi (più i famosi 80 metri che però ho dimenticato). Per di più ora ci sarebbe il giro camminato. Il mio corpo vuole camminare, ne ha bisogno, sono quasi 2 ore che dopo due giri di corsa le mie gambe hanno bisogno di un riposo… ma la testa comanda, il cuore ci crede e le gambe seguono. E io, dopo una breve esitazione, tiro dritto.

Nuovo passaggio (il 52), di male in peggio. Altri secondi persi sulla soglia dei 6’ e io dovrei starci sotto. Ora i secondi da recuperare sono quasi 25”. Se ragionassi con lucidità mi metterei il cuore in pace e darei alle mie gambe il tanto agognato riposo. Invece, nella mia follia mi dico che al passaggio precedente ho esitato troppo senza crederci da subito. Facendomi lo sconto mi dico che mancano appena 10 minuti, devo solo provare a spingere un po’ di più e a stare più concentrato e attento a mantenere il ritmo sui tratti in leggera salita.

Arrivo alla fine del 53° giro e guardo il display: questa volta ce l’ho fatta, ho guadagnato 10”. Una volta di più mi dico che si può fare, anzi è fatta. Si tratta solo di dare fondo a tutto e recuperare i 13-14” che mancano. Non mi sfiora nemmeno il pensiero che sarebbe il 5° giro di fila di corsa e solo nelle prime due ore di gara sono riuscito a fare altrettanto. Men che meno mi viene in mente che non basterà essere di nuovo sul traguardo per fare 54 km, ma dovrò essere una ottantina di metri più avanti. Nulla, mi limito a stringere i denti chiamando a raccolta tutte le mie forze e chiedendo ai miei santi in paradiso di spingermi più che possono.

Ormai non vedo più chi mi sta intorno e chi supero. Sulle salitelle spingo al massimo consolandomi che è l’ultima volta che le faccio. Affronto con grande sollievo l’ultimo giro di boa afferrando quasi il materasso che fa da imbottitura delle transenne, come se potessi usarlo per ridarmi lo slancio. Nei giri precedenti avevo pensato di fermarmi a ringraziare il volontario che ha trascorso qui tutte le sei ore per controllare che il passaggio si svolgesse senza problemi e invece non riesco nemmeno a fargli un saluto con la mano. Intanto sento Simone che annuncia l’inesorabile scorrere dei minuti: -4… -3… ai -2 mi sembra di essere ancora lontanissimo, ma siamo all’ultima salitella e poi è l’ingresso nel campo sportivo. Sfrutto la rampa in discesa per prendere lo slancio e iniziare la volata finale.

C’è un po’ di traffico. Tutti vogliono essere nei pressi del traguardo alla fine dell’ora e devo fare attenzione. Poi è il momento del tornante e sono al traguardo: 5h59’28”. Pazzesco! Sul traguardo esplode la mia gioia e quasi mi fermo. Faccio due passi camminando come per una passerella finale quando mi sovviene di colpo che, in realtà, il mio traguardo dei 54 km è almeno 80 metri avanti. Riparto di scatto, maledicendo la mia dabbenaggine: sarebbe una beffa vanificare tutto lo sforzo in questo modo. Intanto Simone scandisce il conto alla rovescia e allo sparo finale sono abbastanza fiducioso di avercela fatta anche se dovrò attendere di essere rientrato a casa per avere la certezza di aver centrato l’obiettivo per ben 12 metri! Dopo 6 ore di corsa, al 54° e ultimo giro ho stabilito il mio personale con 5’19”.

Mi congratulo con gli altri atleti che si sono fermati nei paraggi e poi, sfinito, mi accascio a terra sdraiandomi nei pressi della mia postazione. Dopo qualche istante inizio a sentire i muscoli contrarsi e mi rendo conto della sciocchezza fatta. Se ora mi prende un crampo chi mi tira più su? Ho appena il tempo di alzarmi faticosamente in piedi che subito parte la prima stilettata. Per un quarto d’ora buono non riesco a trovare una posizione idonea: dal dorso del piede ai polpacci e su fino alle cosce ogni movimento fa irrigidire un muscolo diverso.

Dopo una ventina di minuti sento i muscoli sciogliersi di nuovo e, pur con qualche sforzo, riesco a sfilarmi le scarpe. Nel frattempo, intorno a me non è rimasto più nessuno. Restano ad attardarsi solo gli atleti della 24 ore sull’altro lato della pista. Dei volontari stanno piegando e accatastando le sedie; immagino che abbiano fretta dopo tutte queste ore che sono in ballo e mi sento in colpa per tenere ancora occupata la mia, ma appena mi offro di sedermi nel prato, gentilissimi mi invitano a non preoccuparmi e fare con comodo. Vedendo tutto il lavoro che c’è dietro questa organizzazione mi viene quasi da commuovermi: se io ho potuto divertirmi è perché in tanti hanno dedicato giornate intere a renderlo possibile. Non solo, io ora ho finito, raccoglierò le mie cose e me ne tornerò felice e soddisfatto a casa. Ma qualcun altro sarà qui ancora per ore a smantellare e riordinare tutto.

Così è con cuore pieno di gratitudine che mi rifocillo un’ultima volta, mi sciacquo alla meglio, mi cambio e rimetto insieme le mie cose. Anche le gambe  e finalmente mi avvio verso l’uscita. Sono entrato in punta di piedi chiedendomi se non avessi sbagliato posto, ne esco trasformato, arricchito da nuove esperienze e consapevole di aver ampliato i miei orizzonti esplorando nuovi limiti. Una serie di nuove possibilità mi si apre davanti e già inizio a programmare la prossima ultra (Andora aspettami!).

FSDX2620.jpg

Ma ora ho un problema più urgente… non ricordo più in che via laterale ho parcheggiato l’auto…

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Leggi anche