Durante il rinascimento, lo sport si staccò dal suo aspetto religioso presente nelle età più antiche, compresa la preistoria.
Lo sport moderno, nelle forme che conosciamo ai nostri giorni, sorse nella prima metà del XIX secolo, in Inghilterra, per comune riconoscimento delle storici dello sport, grazie all’opera di Thomas Arnold (m. 1842), rettore del collegio di Rugby.
All’esperienza sportiva britannica, in Europa, si affiancavano a quell’epoca le “scuole” di educazione fisica a carattere militare per i tedeschi e quelle igienico-salutistiche degli svedesi; entrambe, benché sorte con ben altri scopi, contribuirono alla formazione atletica della popolazione, e pertanto alla sua preparazione per l’attività sportiva, che gli inglesi indissero e disciplinarono, e che ben presto uscì dai ristretti confini dell’isola per trovare adepti dovunque.
Nel XIX secolo, gli inglesi iniziarono così a praticare quegli esercizi fisici, precedentemente riservati ai footmen, soprattutto i ceti più elevati, in quanto la maggior parte della popolazione, lavorando per più di dieci ore al giorno, non aveva il tempo per dedicarsi a tale attività sportiva. I fautori del dilettantismo puro si dilettavano quasi esclusivamente a organizzare riunioni in pista, dando vita, nel 1894, al movimento olimpico con l’istituzione del Comitato Olimpico Internazionale (CIO). Le varie leghe professionistiche nazionali organizzavano riunioni su strada, su piste in carbone, su neve battuta e in svariati altri luoghi, realizzando sfide uomo contro uomo, sulle distanze più disparate. Così cominciarono a svilupparsi anche le prime competizioni su strada su lunghe distanze e, di conseguenza, nasceva un nuovo concetto di gara, ossia di competizione nella quale si dovevano affrontare centinaia d’atleti, e non più confronti contro il tempo, contro un solo uomo o al massimo contro quattro o cinque. Nacquero le corse su strada moderne che, a eccezione della maratona, inizialmente consistevano in manifestazioni ai limiti dell’impossibile, come la 100 miglia di Berlino del 1912, o la Grande Maratona Transamericana del 1931, ove i pionieri di uno sport ancora ristretto a pochi, avevano certamente più problemi degli atleti che ai nostri giorni partecipano alle maratone, ben organizzate e seguite a livello tecnico, medico e giornalistico.


