Correre una gara di endurance in condizioni di difficoltà significa, soprattutto, affrontare un’impresa che presenta situazioni a volte sconosciute ed impreviste e che pone il corridore nell’esaltante condizione di sfidare in primo luogo se stesso, inducendolo a toccare sino in fondo i propri limiti psicofisici.
Rispetto alle gare di maratona ed ultramaratona, la molla che spinge i corridori di qualunque età a partecipare in numero sempre maggiore a questo tipo di competizioni, non è soltanto la spinta emotiva di realizzare una certa prestazione cronometrica, che per alcuni podisti amatori consiste soltanto nel raggiungere il traguardo, ma svolgono un ruolo altrettanto fondamentale la passione per l’avventura e la scoperta di se stessi in situazione oggettivamente proibitive.
Si tratta di competizioni altamente selettive che si rivolgono ai corridori ben preparati che possono vantare una certa militanza nella corsa di endurance, abituati, cioè, a svolgere allenamenti regolari e con alle spalle un certo numero di maratone e 100 chilometri, ed il cui livello prestativo, per quanto importante, non rappresenta l’unico elemento che contraddistingue le qualità del supermaratoneta, poiché in queste competizioni si rivelano d’importanza primaria le qualità di resistenza alla fatica ed ai disagi e la propensione a correre in condizioni di difficoltà per diverse ore senza avvertire un eccessivo stress a livello psicologico.
Le capacità di resistenza di chi vuol cimentarsi in gare di endurance estreme vanno pertanto interpretate in senso generale e quindi non solo circoscritte al solo aspetto fisiologico e funzionale. In misura ancora maggiore di quanto non venga richiesto al maratoneta ed all’ultra maratoneta, il supermaratoneta dovrà dimostrare una non comune capacità di mantenere a lungo la concentrazione, di conservare il controllo delle proprie emozioni nei momenti di maggiore difficoltà e di esprimere una discreta azione di corsa soprattutto quando sopraggiunge la stanchezza. Sono questi i segreti per rendere al meglio in questo particolare tipo di gare.
E’ notorio come la corsa di lunga durata si avvicini maggiormente alle caratteristiche biomeccaniche dell’uomo; per un essere umano si dimostra più congeniale svolgere un lavoro prolungato a ritmi non elevati, piuttosto che un lavoro meno lungo ma più intenso.
Chi affronta le ultramaratone e le gare di endurance estremo in particolare, dovrà innanzitutto imparare a gestire in modo certosino il proprio patrimonio energetico. La gara andrà affrontata sempre sottoritmo con l’obiettivo primario di evitare un suo anticipato esaurimento attraverso l’utilizzazione di una bassa percentuale di glicogeno muscolare. Il corridore di resistenza ha conosciuto a proprie spese come il passaggio completo al cosiddetto combustibile di riserva, ovvero i grassi, oltre a non determinare lo stesso rendimento calorico, comporta un accumulo di sostanze residue nel sangue, ad esempio di corpi chetonici, che finiscono per rendere la macchina umana meno efficiente.
E’ fondamentale che la corsa del supermaratoneta sia piuttosto radente al terreno, con i piedi che si sollevano poco in modo da consentire una ridotta sollecitazione delle strutture degli arti inferiori e determinare una meccanica di corsa quanto più economica possibile.
Ad essere fortemente sollecitati non sono solo i muscoli degli arti inferiori, ma l’impegno massimale coinvolge in misura elevata anche il sistema nervoso e quello endocrino.
Si dimostrano maggiormente predisposti al passaggio da corridore classico a skyrunner e desert runner quel tipo di maratoneti che amano correre per il solo gusto di stare tanto tempo sulle gambe, senza prestare molta attenzione al cronometro. Essi hanno acquisito nel tempo una notevole sensibilità nel gestire al meglio le proprie energie, sanno interpretare come pochi le sensazioni del momento e difficilmente cadono nella trappola di voler mantenere un certo ritmo ad ogni costo con la inevitabile conseguenza di andare incontro a crisi da abbandono.
I messaggi pubblicitari che pubblicizzano queste competizioni a volte non mettono nel dovuto risalto le reali difficoltà cui va incontro l’atleta. Non capita di rado di ritrovare alla partenza corridori non adeguatamente preparati dal punto di vista atletico e non addestrati adeguatamente per affrontare le insidie del percorso. Il tutto finisce per determinare un’amplificazione degli sforzi per raggiungere la meta.
A coloro che hanno in animo di affrontare questo tipo d’impegno è bene che abbiano corso alcune maratone ed almeno una cento chilometri e non incorrono di frequente in problemi all’apparato locomotore. E’ meglio che rinunci chi ha subito in tempi relativamente recenti fratture da stress o presenti patologie alle ginocchia, come l’usura delle cartilagini.
Difficile che possa sopportare i carichi della preparazione e terminare con successo la competizione chi non ha una particolare resistenza agli sforzi prolungati.
E’ richiesta anche una forte capacità di adattamento ai disagi ed alle privazioni che, a volte, queste competizioni impongono.
Chi manifesta una corsa tendente a spingere il corpo più in alto che in avanti (corsa saltellante) dovrà, con l’aiuto del proprio preparatore, correggere la propria azione di corsa, rendendola più economica.
Prima di iniziare una qualunque preparazione è bene svolgere dei test valutativi della forza muscolare, determinazione della frequenza cardiaca corrispondente alla soglia aerobica ed anaerobica.


