Mi guardo intorno e scruto le facce degli altri partenti. In alcuni leggo paura e preoccupazione, titubanza per qualcosa forse più grande di loro ma con tanta voglia di essere “finisher”, in altri vedo dei Superman, tiratissimi, tecnici, attrezzati. Ma la maggior parte dei partenti sono tranquilli, calmi, sereni: runner con tanta esperienza e tante gare tra le asperità dei percorsi montani, con le rughe che attraversano facce bruciate dal sole delle alte quote.
E finalmente si parte… Ci gasiamo, ridiamo, qualcuno scherza quando ci supera dicendo qualcosa. Si scende prima in un torrente e poi, pian piano, si comincia a salire verso il primo traguardo della giornata: Giove. Passano i minuti, i chilometri, la salita si fa sempre più dura e la stanchezza già avanza. Si arriva al primo ristoro ed al primo paesino, Giove, un piccolo e grazioso paese situato su di una collina da cui si domina un panorama mozzafiato a 360 gradi. Con grande felicità nostra, al culmine della salita veniamo accolti da una scolaresca di bambini festanti che ci incitano e ci chiedono il “cinque”. e la cosa è stata molto bella ed apprezzata.
Lasciamo Giove e dopo una ripidissima discesa si risale per il secondo ristoro e, di conseguenza, il secondo borgo: Penna in Teverina. Penna è una ridente località situata sul crinale di un colle a promontorio, affacciata direttamente sulla valle del Tevere, con una magnifica vista sul fiume sacro che scorre a valle, oltre la bellezza della campagna Amerina.
Lasciamo un pò a malincuore il paesee dopo la solita ripida discesa si attacca subito una lunghissima salita che ci porterà fino ad Amelia. Gran posto Amelia, “il paese del silenzio”, dove trovi ancora l’atmosfera dei paesi di tanti anni fa: i vecchietti intorno al tavolino di un bar, le vecchiette fuori dalla chiesa, i bambini che giocano felici. Da qui sopra si gode il miglior panorama concesso, con sfumature di cielo, nubi sbiadite, le cascatelle sullo sfondo.
Mentre sudo un vento leggero mi rinfresca, un sorso d’acqua sembra una fontana, gli occhi adesso vedono solo colori, luci e … fiori. Ascolto gli abitanti del bosco, sibilii, fruscii, canti di uccellini… che paradiso.
Si arriva adesso su di un piccolo colle, contornato da antiche mura ma con un particolare: una serie di piccole casettine adagiate alle mura che non sono altro che dei ricoveri per galline, maiali, oche, pecore. Siamo a Porchiano, piccola frazione di Amelia, arroccata su di una collina, tra boschi e campagna, in superba posizione panoramica che ha ben conservato la tipologia originaria dell’insediamento medievale, con una cinta muraria, torri a difesa e porte all’ingresso del castello.
Si continua a salire e finalmente si arriva a Lugnano in Teverina, al 42 km., al primo temuto cancello orario. Lugnano sorge su di un colle roccioso protetto da una catena di monti sempre verdi e facilmente accessibili e la sua campagna è mantenuta intatta ed incontaminata. Insomma un vero gioiello riscoperto e classificato come uno dei borghi più belli d’Italia.
Il buio è arrivato e si continua a salire verso le montagne più dure del percorso: Monte Melezzole e Monte Croce di Serra, ma prima si passa in un altro posto magico: Il Borgo di Santa Restituita, dove apprezzo al ristoro le bevande calde, fumanti. Ognuna di queste fermate è una chiacchierata, una storia nuova… perché la cosa più importante è trovare anche il tempo di parlare, scherzare e ringraziare quelli dello staff. Qui chi si siede per far riposare le gambe, chi si toglie le scarpe, chi dormicchia, chi fa lo stretching… si riempie la borraccia d’acqua, si prende una fetta di pane e marmellata, un pò di grana, due banane e via. Ma mentre divoro avidamente le mie spettanze, guardo con un pò di malinconia i pettorali stesi sul tavolo della giuria, bagnati, qualcuno strappato forse dalla rabbia: sono i pettorali di chi si è ritirato.
Si sale, si sale… il tempo passa, i piedi fanno male. La luna quasi piena adesso illumina la cima di Monte Croce di Serra e da quassù, di notte, c’è un bel panorama in tutte le direzioni. Infatti, in un giro di 360 gradi, lo sguardo abbraccia i Sibillini, il Terminillo e buona parte dei monti dell’Umbria e, di sotto, le luci di tutti i piccoli centri storici “appollaiati” a mezza costa intorno ai monti Amerini.
Si comincia a scendere per un lunghissimo sentiero, ripido, pericoloso e molto stretto. I sassi la fanno da padrona. La selva in questi monti, allora fitti ed impenetrabili, nascondeva antri e grotte dove si ritiravano in solitudine gli eremiti. Si arriva al bivio della deviazione per la “Long” ed un brivido di gioia mi pervade nel pensare che per me tale distanza e un’incognita.
Dopo aver attraversato Civitella dei Pazzi è la volta di Corbara sull’omonimo lago, ivi oltrepasso poi il secondo cancello orario e al ristoro assaporo un ottima birra quindi riparto con i compagni di sempre delle ”lunghe”, Antonio, Emiliano e Davide. E’ notte fonda e mi perdo per la seconda volta ma due lucine mi scrutano; no non è il solito gatto,trattasi di una volpe, un’incontro inaspettato.
Alle prime luci dell’alba scorgo Orvieto ma la strada per accedervi è lunga e erta, si attraversano le mura e qui recupero i tre compagni di prima. Si prosegue, inizia una nuova interminabile salita nel bosco, il tasso di umidità e alto.
E’ la volta di Porano, le campagne sono assolate, la strada bianca assorbe tutto il calore, i piedi si scaldano, si attraversano i filari d’uva e si arriva a Baschi dove è posto l’ultimo cancello, una sosta breve, un cambio abbigliamento e poi si riparte tutt’insieme.
Dopo un’altra salita molto impegnativa si arriva prima a Montecchio e poi, dopo aver attraversato un fittissimo bosco, a Guardea. Il paese è circondato da querce e grandi massi, i resti della chiesa e dell’Eremo di Santa Illuminata. E poco distante, la grotta dove si ritirò in preghiera S. Francesco, dormendo sopra un masso di travertino, tuttora oggetto di culto. Qui vissero e morirono molti frati, alcuni dei quali raggiunsero gli onori degli altari.
Passata Guardea e Santa Illuminata si arriva all’ultimo paese del nostro percorso, Alviano, terra di capitani di ventura e donne bramose. Adesso ci sono da affrontare gli ultimi 18 km in una zona particolare e la notte tranquilla e silenziosa inducono ad una attenta riflessione.
Al viaggiatore che si trova a percorrere questi campi si paventa un paesaggio tale che anche il più ignaro e distratto viandante non potrebbe non comprendere di aver raggiunto un luogo particolare, diverso. Le grandi distese di campi coltivati, le case sparse, il paesaggio lunare formato dall’argilla con le sue conformazioni a calanchi e biancane, i borghi arroccati illuminati dalla luna, la calura e la quiete della notte quasi irreale, tutte cose che inducono ad un incedere più lento ed attento. Invasi da un silenzio che è quasi assordante, da una solitudine che non è sinonimo di isolamento, sembra che i sogni e i desideri possano prendere forma e consistenza tra le pieghe di questa terra che deve essere stata arida ma non nemica e… dove l’uomo ha trovato un accordo con la natura in una situazione di perfezione ma non di staticità. Qui magia e alchimia si fondono, qui le dolci colline, le siepi che delimitano i campi, dove l’impegno e la storia che vi si respira fanno capire l’amore e la cura di chi l’ha abitata. Qui dove i colori della notte sono così fortemente contrastanti sotto i raggi lunari e dove il vento ha un suono e i sogni, una realtà. Ma in una notte come questa, tiepida, dolce, il vento è solo una leggera brezza notturna che rinfresca il caldo sudore che scende dalla mia fronte, e l’unico sogno che vivo, chiudendo gli occhi, è quello di vedere al più presto le luci di Attigliano.
E Attigliano è li; sembra vicinissima ma non si arriva mai. Ho addosso un’adrenalina incredibile ed un sol pensiero in testa: il traguardo finale. Cammino, sbando, e con il serbatoio da consumare fino all’ultima goccia di energia… continuo, continuo, e finalmente è lì: l’arco del traguardo.
Le mie gambe ancora una volta non mi hanno tradito, i muscoli hanno retto, nessun temuto crampo,tante vesciche, tanti dolorini, ma tantissime soddisfazioni.


