L’ULTIMO SOPRAVVISSUTO: UN FORMAT DI ULTRA CHE FARA’ STRADA ANCHE IN ITALIA

di Ghino di Tacca

Faenza, 27-28 maggio 2022

Arrivi, spaesato, in un mondo tutto particolare, a sé stante, popolato apparentemente da persone come te, ma che presto impari a riconoscere come appartenenti a un’altra tempra, pur se nati indubbiamente sul pianeta terra. E’ un mondo tranquillo, fatto di movimenti lenti, sorrisi pacati, calma zen, di riposi scroccati su un materassino gettato sul prato o su una sdraio, con le gambe tenute in alto appoggiate su un’altra sedia. Un mondo fatto di gazebo con tavolini dove sono disposti in file ordinate tutti i beni di prima necessità. Molti hanno portato amuleti e decorazioni per quella che sarà la loro casa per i prossimi tre giorni o più (chissà mai), che ondeggiano alla brezza lieve, mentre la canicola del primo pomeriggio si fa feroce e lo scirocco ha portato, se possibile, ancor più umidità su questa fetta di pianura. Ci sono i disegni colorati dei figli, gli amuleti memento di altre epiche gare, i pupazzi di pelouche, i cappelli di paglia o tela a tesa larga, alla vaquero, foulard, lampade frontali in bella vista, in attesa di essere utilizzate dopo il tramonto. Non fa difetto la tecnologia, con grande spolvero di fornelli a induzione con sopra pentole che chissà quali magici alimenti contengono. Le bevande sono le più svariate, ma la fan da padrone le bottiglie ambrate di tè dolce, i succhi di frutta, le borracce già preparate, i barattoli degli integratori. E poi il cibo solido, dolce e salato, la frutta, i brik, roba da fare invidia a un supermercato ben fornito.

Ma soprattutto ci sono loro, gli Angeli, i membri dei preziosi crew, gli equipaggi di supporto che per tutta la corsa, notte dopo giorno dopo notte, si prenderanno cura del loro campione, anticipandone le urgenze, obbedendo agli ordini, sempre sul pezzo, sempre pronti anche se sempre più stanchi. Volando dispiegano le loro grandi ali (devo fare attenzione a non sbatterci contro), circondando di cure i loro assistiti, sprigionando affetto, pazienza, competenza.

Se rinasco, rinasco crew member. Non c’è altra parola che definisca meglio il concetto di altruismo. Non entreranno in nessuna classifica e nessuno saprà che sono stati lì. Ma quale e quanta differenza farebbe per i sopravvissuti, se loro non fossero lì, ad ogni ora, ad accudirli. Come una violetta nascosta sotto una pietra muscosa d’un ruscello nelle Cotswolds, direbbe un poeta romantico inglese. Quanta la semplicità, e la modestia. Ma quale il profumo!

Il percorso è brutale, inespressivo, un va’ e vieni di 3.350 mt con una rotatoria e due strade di scorrimento da attraversare, che poi si getta sull’argine meno panoramico dell’universo, dove il sentiero nell’erba spesso si riduce a una traccia di pneumatico di bicicletta, rendendo tutti gli appoggi instabili. Solo un ciliegio, in distanza, carico di perle rosse, con le foglie che stormiscono come un pioppo, pare salutarmi e quando anch’esso sparirà nell’oscurità totale, mi chiederò se sarò ancora lì per rivederlo, al mattino.

Quanto è pesante la solitudine, contrappuntata da latrati di cani forse troppo vicini nella notte e dalle strida rabbiose degli uccelli dell’alveo. Par proprio che di lì a poco debba apparire Caronte, dimòn dagli occhi di bragia, che venga a traghettarci via, quando non saremo più dei sopravvissuti.

Iulius, sapiente Guardiano della Soglia, ha tirato su due fili da bucato dove stanno appese con le mollette le maglie di DNF che attendono tutti i partecipanti tranne uno, ciascuna personalizzata con una grande foto a colori del concorrente stampata su carta patinata. In questo tempo di digital cameras e di centinaia di foto ammassate in polverosi drive da cui nessuno mai le ripescherà, mi fa piacere vedere e toccare la mia faccia sorridente e abbronzata di una qualche estate pre-Covid.

Raccolgo molto presto le mie masserizie, il cibo non mangiato e i liquidi non bevuti, insieme con la mia foto e la maglietta. La medaglia, molto appropriata, è una piastrina da soldato, di quelle che i militi portano al collo per essere riconosciuti, nell’eventualità.

Così mi sovviene il pensiero che Faenza è stata per lungo tempo sulla linea gotica e deve avere per forza un cimitero militare. Lascio i sopravvissuti, ancora belli carichi, a sguazzare nell’umidità del lungo Lamone, lascio i loro Angeli, pur serbandoli in cuore, e con la mia piastrina in mano mi dirigo, come ultima tappa del cammino terreno che ho dovuto interrompere, a far visita ai caduti alleati le cui spoglie sono sepolte in terra romagnola.

Il prato rasato alla perfezione, le lapidi uguali ma diverse, con date di nascita e morte troppo, troppo vicine, ognuna circondata di rose, piante odorose dove le api si affollano, persino agli e cipolle ornamentali che han fatto il loro meraviglioso fiore viola sferico, mi strappano le lacrime.

Australiani, neozelandesi, britannici, indiani, ciascuno con una frase incisa da quella madre o fratello o moglie che era forse troppo lontana per poter venire a porger loro un fiore di persona.

Difficile adesso non pensare allo snodarsi delle lunghe file di piccole lapidi di ragazzi che la Guerra e la Morte con buona lena si stanno dando da fare a piantare proprio ora, nel tempo di una lacrima. Morti e sopravvissuti di altri luoghi, altri tempi.

Stessi Angeli.

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