Lupatotissima 2026: quando anche le tartarughe volano

C’è un modo solo per raccontare Verona questo weekend, ed è farlo col cuore in mano e la voce un po’ rotta, perché quando si mescolano sudore, notti insonni e famiglia bradipa, viene fuori sempre qualcosa che va oltre la classifica.
Partiamo da dove si deve partire: dall’organizzazione. Stefano e tutto il suo team hanno tenuto in piedi una macchina complicatissima — staffette alle 9.30, la 24 ore individuale che parte alle 10, poi la 6 ore alle 13 e infine, quando il sole se n’è già andato, la 12 ore delle 22 — e l’hanno fatto con quella classe silenziosa di chi sa che dietro un cronometro c’è sempre una vita che si sta giocando qualcosa. Nessun intoppo, nessuna sbavatura, solo il ritmo tranquillo di chi ha organizzato tutto questo mille volte e continua a farlo con la stessa cura della prima. Grazie, davvero, perché senza di voi non ci sarebbe stata nessuna festa da raccontare.
E in questa macchina perfetta va inserito un nome speciale: Simone Leo, che organizza la 48 ore e la Milano Sanremo, per l’occasione trasformato in cronista, seguendo la gara in diretta YouTube passo dopo passo. Chi lo conosce sa quanta cura ci vuole per mettere in piedi eventi come quelli; vederlo poi mettersi dall’altra parte, a raccontare invece che a organizzare, con la stessa energia e la stessa dedizione, è stato un regalo in più per chi seguiva la gara da casa. Grande Simone, un vero organizzatore prestato al microfono.
E poi c’è IUTA. Il presidente Gregorio Zucchinali mi ha chiesto di scattare qualche foto, e “qualche” è diventato più di 1700 scatti — 1700 ricordi che ora sono lì, fermi per sempre, di gente che ha dato tutto su un percorso che alterna pista e asfalto senza pietà per nessuno. Ogni scatto è un frammento di fatica trasformato in memoria, un modo per dire “questo momento è successo davvero, e qualcuno lo ha visto”. Aiutare IUTA per me non è un favore, è una gioia, e se vorranno ancora i miei scatti io ci sarò, come sempre, al 90% dei loro campionati.
E arriviamo ai titoli tricolori, quest’anno portati da due nomi che meritano di restare scolpiti nella storia di questa gara. Tra gli uomini,  FURLAN ALBERTO
MAGREDI MOUNTAIN TRAIL si è preso il titolo italiano assoluto maschile con una prestazione di quelle che fanno girare la testa, tenendo un
ritmo che definire solido è quasi riduttivo per ventiquattr’ore di corsa.
Tra le donne, Elsie Cargniel Bergamasco della Bergamo Stars Atletica ha corso una gara di testa e di gambe, conquistando il titolo italiano assoluto femminile con una prestazione impeccabile dall’inizio alla fine. Due titoli, due storie di testardaggine, due esempi di cosa vuol dire non fermarsi quando il corpo comincerebbe a chiedertelo con insistenza.
E accanto a loro, un elenco lungo di campioni e campionesse italiane di categoria che meriterebbero ciascuno un paragrafo tutto per sé — troppi per la mia memoria da bradipo, che tra una foto e l’altra ha lasciato indietro qualche nome, ma non certo il rispetto per ognuno di loro. A tutti voi, che siete saliti su quel podio tricolore anche senza finire in questo racconto: la vostra gara resta comunque scritta, anche se non con l’inchiostro giusto.
Antonella dello Sporting Team Roncade ha fatto una cosa che non si racconta, si applaude in piedi: dopo una lunga convalescenza è tornata e ha battuto il record, diventando campionessa italiana di categoria. Un primato che pesa il doppio, perché prima di riconquistare un tempo ha dovuto riconquistare un corpo. Grande, immensa Antonella.
E poi c’è una storia che merita di essere raccontata bene, perché dentro ha tutto: fatica condivisa, complicità, e quella specie di patto silenzioso che si stringe solo dopo tante ore fianco a fianco. Juliana e Barby, alla loro 24 ore, sono state insieme dal primo centimetro fino all’ultimo, un metro via l’altro senza mai staccarsi. Nella notte è toccato a entrambe sentirsi male, chi prima chi dopo — diciamo che non si sono fatte mancare proprio niente, tra crisi, rimonte e quel filo di follia che tiene in piedi chi corre ventiquattr’ore di fila. E alla fine, con un colpo di coda che nemmeno nei film, Juliana si porta a casa il primo posto di categoria. Altro che “retrovie”: qui non esistono retrovie, esistono solo persone che ci provano, e chi ci prova ha sempre diritto a un applauso.
E a proposito di prime posizioni, non posso non citare Fiorenza, che nella 24 ore ha fatto sua la vetta di categoria con una prestazione solida e silenziosa, di quelle che magari non fanno rumore ma che pesano eccome in classifica. Un’altra bradipa, un altro motivo per essere orgogliosi.
Barby e il suo gruppo tengono botta nella notte, e poi arrivano i nostri, con Leo e il “pelatone” convalescente ma pronto a rialzarsi — perché una 12 ore umida, senza sole a bruciare le forze, è stata quasi un regalo per chi stava rimettendosi in piedi. E la verità è questa: solo chi resta a casa a leccarsi le ferite e a dormire non ci prova nemmeno. Gli altri, noi, siamo lenti magari, siamo bradipi per definizione, ma almeno ci tentiamo. E tentare, in fondo, è già vincere.
Chiudo con un sorriso enorme: Alessandro B. e Liliana, primi di categoria nella 12 ore. Il premio? Diciamo che nessuno di loro diventerà influencer di cucina gourmet grazie a quel che si sono portati a casa, ma poco importa — l’ho ritirato io, e per un attimo ho pensato seriamente a farne un piatto tutto mio prima di consegnarlo. Questa è la festa vera: non conta cosa c’è nel sacchetto, conta la storia che ci sta dietro.
Grazie ancora Stefano, grazie Gregorio, grazie a tutto lo staff. Lupatotissima è stata stupenda, e voi l’avete resa possibile.
Alla prossima settimana.

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