MARATONA DELL’ETNA

La spiaggia di Marina di Cottone, dove la partenza è stata fissata volutamente a livello del mare, è splendida. Fra i lettini, ordinatamente allineati sulla brecciolina finissima, sono piantati banani e buganville multicolori. La costa nord mostra i preziosi gioielli di Giardini-Naxos e Taormina. Sono in dolce compagnia, e la tentazione di rinunciare alla fatica della montagna e d’immergermi nell’ozio voluttuoso del mare è fortissima. Bacco, Tabacco e Venere sembrano avere per un attimo il sopravvento. Alzo lo sguardo e vedo l’Etna sventolare la sua bandiera di fumo. Le mollezze saranno per un’altra volta! Questo giorno è dedicato al truce Marte, e quella bandiera la voglio cogliere!

Fra i 54 partenti non vedo il codino di Maurizio Crispi. Se lo vuoi trovare, lo trovi ovunque, ma non in Sicilia: l’indomani l’ho visto sull’Abetone, a studiare dal punto di vista psichiatrico tutti quei pazzi che vi salivano. Chissà cosa avrà diagnosticato per me! Eppure questa era una gara tipicamente siciliana, avendone tutti gli ingredienti. La Trinacria è terra di contrasti, di opposti, di odi, di amori e di vulcaniche passioni. Le vie di mezzo, le tinte sbiadite sono sconosciute. Solo per i colori si fa eccezione, inserendosi il rosso fra il bianco ed il nero; ma non un rosso qualsiasi, solo quello rutilante! La maratona è stata degna della Sicilia. Non i dislivelli infantili della Marsica e del Ventasso, e neppure quelli più adulti di Davos ed Interlaken. Qui si parte da 0 e si arriva a 3.000 m.: dal mare alla montagna! Il mare è quello descritto, la montagna è l’Etna, il più alto vulcano attivo d’Europa. Insomma, roba da World Guinnes Record! Chi poteva e non c’era, non è giustificato. C’era l’Abetone il giorno seguente. No problem. Si fa l’uno e l’altro!

I concorrenti friulani, siciliani ed una cinquina d’infiltrati pugliesi, con alle spalle lo Ionio, intonano l’Inno di Mameli. Ad udirli, si fa fatica a credere che siano compatrioti di Pavarotti!

Scelse una manifestazione così importante Massimo Faleo per dire addio alla stagione dei test e ad inaugurare quella degli sprint. Scattò come un giamaicano alla partenza, buttando nel panico il friulano Gino Plesnikar ed il marocchino Chlikhj Rachid, risultati alla fine vincitori ex equo in 4:05:40. Cadde tramortito dopo 10 Km.. Risorse quando le sue narici annusarono un profumo di donna. Giacque allorché la fugace carica testosteronica si esaurì, e la siciliana Clara Granata, bella ed elegante, lo staccò ed andò a vincere in 6:18:40. Quando fu raggiunto dalle altre due concorrenti, i suoi recettori erano in profondo letargo, e non reagirono. Venne dato per disperso. Qualcuno ebbe il timore che fosse stato ingoiato da uno dei tanti neocrateri che, ogni tanto, spuntano. Comparve dopo sette ore e trenta, e demmo un sospiro di sollievo!

Il mio problema era quello di ben distribuire le energie nelle due gare prefissatemi. Nei primi 2-3 km. ero ultimo, proprio l’ultimo! Mi sono, quindi, sciolto, ed ho cominciato a risalire posizioni, senza guardare mai l’orologio, senza fare la corsa sugli altri, assecondando esclusivamente le voci provenienti dal mio cuore. Ecco cosa è necessario per fare molte maratone: coraggio nell’idearle e buon senso nel correrle. Di questi due amminoacidi deve essere ricca la sequenza del DNA dei seguaci di Sergio Tampieri. Esiste una sola deroga: se davanti c’è il Direttore. Allora gli indugi vanno tassativamente rotti e, costi quel che costi, va messo alle spalle!

L’attacco al vulcano è stato portato dal mare di Fiumefreddo lungo il versante nord, attraversando i comuni di Piedimonte Etnea e Linguaglossa. Ho abbassato la testa, protetta da un berretto da legionario francese, ed ho corso ininterrottamente per i 33 km. asfaltati che portano a Piano Provenzana, situato a 1.800 m.. La direzione del tragitto era segnalata alla perfezione. Tutti i 43 km. (sembra questa essere stata la reale lunghezza) erano indicati con la rispettiva quota sul livello del mare. Non molti gli spettatori lungo il percorso, ma era netta la percezione d’essere noi benvenuti ed ammirati. Pochissime le macchine, cosicché è stato piacevole godere prima il verde cupo degli aranceti con gli ultimi frutti, poi l’ombra di pinete, faggete e castagneti, mentre in basso il mare luccicava ed in alto l’Etna fumava.

Al 33° Km. finisce il paradiso e, dopo un breve purgatorio, comincia l’inferno. La strada è sterrata e l’equilibrio diventa instabile sulla sabbia lavica. Sebbene inceda al passo, la diminuzione della pressione atmosferica e la rarefazione dell’ossigeno cominciano a farsi sentire con il diventare il respiro affannoso ed il battito frequente. Il paesaggio ha mutato completamente volto, diventando di tipo lunare, ove attecchisce qualche ginepro e l’astragalo etneo. Cammino fra decine di crateri “avventizi”, residui di neve e sorprendenti morfologie scolpite dall’Etna, architetto e scultore.

Onoro il mio pettorale N° 16, giungendo sedicesimo in 6:03:33. Sdraiato sotto la tenda per recuperare le forze messe a dura prova dall’altitudine, vedo arrivare via via gli altri concorrenti. Due Siciliani, commossi per aver portato a termine la dura prova, piangono, singhiozzano e si abbracciano; silenziose lacrime irrigano il viso di un friulano; non ci sono atleti napoletani, pertanto non so come siano le “lacrime napulitane”, e vi rimando alla canzone.

Sembra che l’idea di questa maratona sia scaturita da questo fatto. I Friulani hanno fatto conoscere al cav. Mariano Malfitana, un siciliano trapiantato in quelle parti, le loro montagne. Per disobbligarsi, il cavaliere li ha portati a vedere “a muntagna”, che per i Siculi è l’Etna. Da grande sportivo qual è, ha esclamato: “Adesso facciamola di corsa!”. N’è nata una speciale maratona entrata nel W.G.R., perché è l’unica al mondo che unisce il mare al cielo con un salto di 3.000 m..

La collaborazione fra due poli opposti, siciliani e friulani, ha funzionato benissimo sia in gara che fuori. Oltre agli usuali servizi (ottimo pasta party ecc.), ne sono stati concessi altri più utili e sostanziosi, come il trasferimento dall’albergo e dall’aeroporto. Gli aspetti scientifici sono stati accuratamente indagati. E’ stata misurata con rigore la quota sul livello del mare ad ogni chilometro. Hanno determinato che un tal tipo di gara avrebbe comportato, per un atleta di buon livello di 65 Kg., un dispendio energetico di circa 4100 Kcal. (pari all’utilizzazione di circa 365 g. di carboidrati e 270 g. di grassi), reso possibile dal consumo di circa 820 l. di ossigeno, trasferiti dall’atmosfera ai muscoli grazie a 10.000 atti respiratori, 44.000 battiti e 5.500 l. di sangue.

Ciliegina sulla torta, a dimostrazione che nulla è stato devoluto al caso, l’artistico logo dell’evento: podista stilizzato, profilo del vulcano fumante, sole di Sicilia, conformazione geografica del Friuli Venezia Giulia.

Il territorio ha risposto benissimo. La gente comune, i politici, gli albergatori, le guide alpine, i forestali, gli autisti ecc. hanno dato il massimo, risolvendo con intelligenza e dedizione anche situazioni che non competevano. Tutti sentivano la gara come qualcosa che appartenesse ad ognuno di loro. E quando i Siciliani la sentono – mi si passi l’allusione al luogo comune – come “cosa propria”, sono degli Svizzeri con una marcia in più.

E’ stata una esperienza ricca di emozioni. E’ mancata solo quella di assistere dal vivo ad un’eruzione. E non è detto che nelle prossime edizioni….

I tanti curiosi potrebbero chiedermi il perché mi sia sottoposto all’arrampicata dell’Etna, alla maratona del trasferimento ed alla scalata dell’Abetone. E’ semplicemente il maldestro tentativo di diventare vedovo. Sul campo, s’è visto che è più verosimile che aumenti il già alto numero delle vedove!

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