L’Alma Mater ci accolse con affetto. Le liberò dal traffico, e trasformò le strade in calde braccia e le piazze in cuori pulsanti. Fu amore vero, duraturo ed appagante. Paziente e generosa, andò incontro alle esigenze di tutti abbracciandoci per ben otto ore!
Continuò ad osservarci con austerità dalle rovine del Foro Romano e dagli archi del Teatro Marcello, ammorbidendo i toni solo in corrispondenza del grazioso Tempio di Vesta.
Scorreva il Tevere, unico sopravvissuto al fluire dei secoli. Le sue acque andavano a gettarsi nella vastità del mare, così come gli anni erano andati a perdersi nell’infinità del tempo.
Avevamo percorso qualche centinaio di metri ed avevamo appena superato il fiume. Dopo così poco spazio, ci trovammo proiettati in un’altra epoca, con un salto di quindici secoli! La città smise le rigorose vesti imperiali ed indossò quelle lineari ed armoniche del Rinascimento e, poi, le sinuose e morbide del Barocco. Le scure tinte antiche lasciarono il posto all’ocra ed al rosato.
Le strade, a misura d’uomo, si allargavano in una successione continua di piazze. Quella di San Pietro apparve all’improvviso, come un miracolo. La Cupola, con i suoi colori tenui e sbiaditi illuminati dal debole sole mattutino, mi sembrò tutt’altro che potente e dogmatica, anzi le sue rotondità le conferivano le sembianze di una madre benevola e misericordiosa.
La Fontana di Trevi si dette le arie da gran signora, facendosi preannunciare dal suono argentino delle acque scroscianti. Giunti al suo cospetto, scoppiò in un fragoroso applauso. Le acque rendono bella una città, e Roma te le presenta sgorganti da figure contorte a creare un’arcana sinfonia.
Piazza del Popolo ci avvolse nella sua architettura circolare, stringendoci fortemente fino a toglierci il respiro. In Via del Babuino tornai a respirare. E lo feci profondamente, in modo tale che tutti gli alveoli fossero pervi. Avevo necessità d’immagazzinare il maggior volume d’ossigeno possibile per non avere sorprese, poiché stavo per giungere alla Scalinata di Trinità dei Monti ed a Piazza di Spagna, dove non vedevo l’ora d’arrivare e a cui avevo pensato per tutta la maratona. Alla loro vista, non cedetti alla tentazione di fermarmi solo perché altre meraviglie mi attendevano.
Fummo poi, disposti in fila a disegnare un anello ellittico, a circondare e ad applaudire le fontane e le figure mitologiche di Piazza Navona.
Quindi, davanti a noi s’innalzò la montagna di marmo bianco dell’Altare della Patria, la scalinata dell’Ara Coeli e la salita del Campidoglio: venti secoli in pochi metri!
Tanti altri monumenti, Roma, aveva in serbo da farci ammirare, ma la maratona è una gara lunga soltanto 42 Km.!
Nei pressi di San Paolo fuori le Mura, mi ricordai d’essere venuto nella Città Eterna non per sognare, per rivivere gesta, per ricordare miti. Mi resi conto che avevo fantasticato per troppo tempo! Dopo aver tanto ricevuto, dovevo pur ricambiare con il mio contributo di fatica, onorando la maratona con il correrla almeno sotto le quattr’ore.
Volli essere per mezzora degno di un antico romano, lanciandomi a perdifiato negli ultimi chilometri. Da lontano detti un rapido sguardo alle Terme di Caracalla, imboccai lo stupendo viale di pini, affrontai di petto la salitella del Colosseo e, con il cuore in gola, giunsi fra le rovine del Foro Romano in 3:59:51.
La maratona è gioia di vivere e dello stare insieme. Quella di Roma è molto di più. Offre il presente e mette in sintonia con il passato. Esalta i sensi e stimola la meditazione. Non concede un amore fugace: puoi prenderti tutto il tempo che vuoi per gustare il “un museo all’aperto”.


