Grandi alberghi tristi e viali deserti. Il pasta party è chiassoso. In giro però non c’è nessuno, solo qualche auto nella pioggia. Salsomaggiore ha il fascino andato della Bella Epoque. Ora solo fantasmi. La clientela migliore si dava appuntamento, nei saloni sfarzosi e ricercati di alberghi con nomi evocanti il fasto del passato: Grand Hotel Milano, Regina,il Grand Hotel des Thermes, leTerme Berzieri. Qua e là decori confusi rinascimentali, preraffaelliti e klimtiani mosaici come lacrime nella pioggia. Sensazione decadente, deja vu’ di vecchie zie su una panchina. Ricordi e tristezze.
La mattina viene, e piove ticchettando sul tetto. Il freddo non promette niente di buono. Son le sette, arrivano le prime auto. Non ho voglia di uscire. La depressione prima della gara lascia lo spazio ad una ipocondria da maratonite. Sono o voglio essere malato di maratona? La targa che ci hanno gentilmente offerto i membri del Direttivo del Club la settimana scorsa a Terni, mi ha molto incuriosito e fatto riflettere. Fra l’altro reca scritto ”…Ma ricordati ci sarà sempre qualcuno che ti supererà!”. Ora facciamo due congetture sul significato secondo i punti vista. Da quello fisico e agonistico è negativo farci superare nel tempo impiegato e nel numero delle maratone. Da quello mentale e sociale è positivo perché chi supera ci stimola e dà nuovi obiettivi. Più ci penso, più mi passa la voglia di correre: è la quarta volta che la faccio. Entusiasmo Zero. Stesso percorso. Stessa gente. Tempo tirato, anche se è lo stesso che ho fatto la settima scorsa. Maledetto carnevale che ci fa correre senza guardarci in giro. Tutte le volte ho solo rimpianti. Basta! Me la faccio da solo la maratona! Deciso! Lascio quindi il parcheggio alle 8:00 prima che arrivi la pazza folla e me ne vado a Busseto in macchina sotto la pioggia. E’ da tre anni che non mi prendo una domenica per me, colpa di questa vecchia amante. Ma oggi posso fare a meno della “Donna della Domenica”. Quest’anno ne ho già 15 nel sacco, che sarà sarà. Prima l’indecisione e il rimorso, poi un senso di liberazione infinita. Da dietro il volante uno dopo l’altro i cartelli dei km della maratona.“Chi del gitano i giorni abbella?” (Trovatore). Io eterno gitano, senza un giorno in cui godere di qualcosa di bello. Catarsi, sconfitta o solo fuga dalla routine. Finalmente dopo quattro anni vedrò e farò le cose che ho desiderato fare ogni volta che venivo qui.
Sì, vendetta, tremenda vendetta di quest’anima è solo desio. Di punirti già l’ora s’affretta, che fatale per te tuonerà. Come fulmin scagliato da Dio, te colpire il buffone saprà. (Rigoletto) https://www.youtube.com/watch?v=bJ96iv00wKw
La prima meta agognata è la Villa di Sant’Agata, dove Verdi abitò per 50 anni, dal 1851 fino alla morte e nella quale amava sempre tornare dai suoi viaggi in Italia e in Europa. Ormai ricchissimo e affermato, Verdi eseguì di proprio pugno gli schizzi e le misure del progetto di ampliamento della casa originale, fino a farla diventare come egli volle e come oggi la visito. Era il suo “buon ritiro”. Cercava isolamento necessario al suo genio creativo e al suo carattere, schivo e riservato. Si sente ancora la sua presenza. Il letto con in fianco lo scrittoio, dove scriveva di getto la sua musica che forse gli appariva in sogno. Ma la casa è buia e umida in questo giorno di pioggia. Gli interni, le tappezzerie e le stoffe stanno ammuffendo. La patina del tempo scende sull’antico genio. Anche la camera della moglie Giuseppina Strepponi, celebre cantante lirica è opprimente. Forse che il genio dovesse star rinchiuso in una scatola per innescarsi. I sei ettari di parco sono ricchi di piante importate appositamente da paesi lontani. Piove forte, la guida non ci fa visitare il parco. Insisto per fare un giro da solo. Assolutamente no! Allora mi eclisso. La suggestione che si prova nascondendosi sotto le alte volte degli alberi esotici secolari piantati da Verdi è unica. Sono battuti dalla pioggia e dal vento e sembra cantino un coro muto, mentre i cerchi si allargano ad ogni sonora goccia nel piccolo lago. Sapessi scriver la musica che sento di certo avrei composto una sinfonia.
La seconda meta è la casa natale di Giuseppe Verdi si trova a Roncole Verdi, una frazione di Busseto. Qui siamo al 37esimo chilometro, son quasi le due, passano gli ultimi della maratona. A un certo punto arriva Simonazzi col suo incedere potente. Non mi riconosce perché son in giacca e cravatta. Mi chiede: “Mi scusi per Busseto?”.“Sempre dritto. 4 chilometri. Vai che io ho già fatto la doccia”, gli rispondo. A quel punto mi riconosce e si arresta. Torna indietro atterrito come fossi un fantasma e mi dice: “Vacca boia, ma come hai fatto?”. Volevo fargli una battutaccia, ma poi gli dico: ”Son partito l’anno scorso!”. Si mette a ridere come un matto e se ne va. Chissà cosa avrà capito? La casa natale di Verdi negli anni passati era sempre in ristrutturazione. Quest’anno finalmente è visitabile. Non c’è molto ma per 5 Euro danno anche un tablet e le cuffie che spiega passo passo la vita di quei tempi come era povera e grama. A piano terra vi era l’osteria-drogheria di Carlo Verdi e Luigia Uttini, casalinga e allo stesso tempo filatrice, genitori del futuro compositore, con le finestre «barrate» per «alleggerire» la cosiddetta «tassa sull’aria», una delle mille gabelle che complicavano la vita, specie quella dei più poveri, in inizio Ottocento. Una delle poche tasse che ancora i nostri attuali governanti non ci hanno applicato. Al primo piano, su per una scala ripida, in una stanzetta chiusa dal tetto a spiovente, vi era il solaio; poco distante, la stanza dal soffitto basso e con travi a vista in cui Giuseppe Verdi venne alla luce il 10 ottobre 1813, giorno di domenica e festa del patrono locale, san Donnino. La casa è stata restaurata molto bene ma appare troppo spoglia. Va bene l’essenziale ma così è troppo.
Terza tappa delle visite impossibili negli anni passati è la casa museo di Giovanni Guareschi l’autore di Peppone e Don Camillo che si propone di approfondire e diffondere la conoscenza dello scrittore, amato all’estero, dimenticato e avversato in Italia specie dalla critica militante. E’ praticamente a fianco alla casa natale di Verdi. Qui c’è la sede del Club dei Ventitré, sede della mostra antologica permanente “Tutto il mondo di Guareschi”. Un vero proprio museo gestito dai figli Carlotta e Alberto Guareschi. Dentro non c’è nessuno. Ad accogliermi una bella ragazza un po’ riservata che poi scoprirò essere la nipotina di Giovannino, e che gli assomiglia parecchio. Mi accoglie raccontandomi a lungo del nonno con vibrata passione e dovizia di particolari. Fa molto freddo nel grande ambiente deserto dello spazio espositivo. Fino a 20 anni fa era un ristorante che la famiglia condusse per più di 30 anni, dal 1962. Mi fa accomodare in un grande camino dove ci si può stare seduti ai due lati, si siede dall’altra parte col suo cappottone. Mette un ceppo di legna ad ardere sul fuoco. Lentamente mi affumico e lei mi racconta dell’universo del nonno: il “Piccolo Mondo”, “Candido”, “De Gasperi”, “il campo di concentramento”, tante ideologie, anni di lotte coerenti e satira elegante. Poi in una gelida sala mi accende un termoconvettore per scaldare un po’ l’ambiente e farmi vedere un divertente filmato autobiografico in cui lo scrittore si racconta dalla nascita alla morte. Di sopra moltissime copie dei libri di Guareschi, in diverse versioni, edizioni e lingue. Quasi 200.000 documenti parecchi restaurati. Articoli provenienti da tutto il mondo raccolti e catalogati con passione e pazienza. C’è inoltre la sede del “Club dei Ventitrè”, che sarebbero i ventitrè lettori che Guareschi diceva di avere. Due in meno dei 25 del Manzoni. (A me piacerebbe averne 21×2). All’uscita faccio una piccola offerta e compro il Fogliaccio il loro quadrimestrale che viene inviato ai soci per dare notizia di ogni iniziativa del “Club dei 23”. Ci sono anche dei libri introvabili. Mentre li sfoglio soffrendo per non poterli comprare tutti si apre la parte ed entra una signora con un cappello grigio. Chissà come ha scoperto quest’angolo melanconico di Paradiso in questa fredda domenica di febbraio? E poi qui in mezzo al niente? Io devo la scoperta a Fabio Marri che l’anno scorso mi aveva indicato sul percorso questa preziosa presenza e l’avevo inserita nel racconto del 2014. Esco.
Della maratona non c’è più nemmeno il ricordo. La pioggia finalmente è cessata, la luce è fievole. Percorro a piedi i 500 metri che dividono il museo dalla casa di Giovannino. Quante volte li avrà percorsi, quante volte avrà guardato questo paesaggio… Mi siedo su un muretto bagnato. Apro uno dei libri. Strano il destino. Sul libro ritrovo il passo del Piccolo Mondo che già citai l’anno scorso. Diceva Guareschi: “Il paesaggio è questo: e, in un paese come questo, basta fermarsi sulla strada a guardare una casa colonica affogata in mezzo al granturco e alla canapa, e subito nasce una storia. In quella fettaccia di terra tra il fiume e il monte, possono succedere cose che da altre parti non succedono. Cose che non stonano mai col paesaggio. E là tira un’aria speciale che va bene per i vivi e per i morti, e là hanno un’anima anche i cani…”. Sento quest’aria speciale e posso finalmente rispondere alla domanda di Verdi: “Chi del gitano i giorni abbella?”. Catarsi, sconfitta o solo fuga dalla routine di una , la bellezza del giorno è tutta qui: respirare liberi sul far della sera!


