La Salsomaggiore-Busseto fa conoscenza con la tempesta perfetta provocata dal buràn, vento gelido delle steppe arrivato dalla lontana Siberia. Solo all’inizio un po’ di neve che il vento contrario sferza negli occhi facendoli lacrimare, poi vento, vento e ancora vento che soffia per il 70% in senso contrario, e che al 33^ km riesce quasi a farmi cadere in un profondo avvallamento a bordo strada. Pochi i tratti percorsi con il vento alle spalle, il più gratificante durante i tre km finali con il campanile di Busseto all’orizzonte.
Nonostante il vento, complici la discesa che mette le ali ai piedi e la scia di Lorenzo Gemma che mi taglia l’aria quasi fossimo in bicicletta, giungo a suon di carica alla mezza in 2:20. Nella seconda metà, rimasto solo a combattere il buràn e con la fatica che inizia a farsi sentire, perdo buona parte della verve iniziale. Il mio intento, oggi, è arrivare in meno di 5:15, un tempo limite assai risicato che l’organizzatore Gian Carlo Chittolini ripropone quasi ogni anno.
La Maratona delle Terre Verdiane vanta un tracciato impeccabile. Degni di nota, l’elegante architettura liberty delle terme di Salsomaggiore, il duomo di Fidenza, la rocca di Fontanellato e il castello di Soragna che attraversiamo in un percorso d’onore su tappeti rossi e blu. Infine l’arrivo nella piazza centrale di Busseto, ai piedi della statua di Giuseppe Verdi assiso in trono.
Diffuse tramite potenti amplificatori, si propagano le arie delle opere di Verdi. Ad una decina di km dal traguardo, mentre risuonano le note di “Va pensiero sulle ali dorate”, mi raggiunge e passa Vito Piero Ancora oggi con una marcia in più per poter correre nel suo ambiente prediletto: grande conoscitore di Verdi, Piero è assiduo frequentatore della Scala quando le opere del Maestro sono in cartellone .
Tutto bene quindi … tranne il finale. Poco dopo 5 ore nel lungo rettilineo in vista di Busseto, ad un incrocio un concorrente greco davanti a me tira diritto. Osservandolo, sto per sbagliare strada anch’io e solo all’ultimo momento mi accorgo di una freccetta striminzita che indica la svolta a destra. Gli lancio un urlo, il greco mi sente e torna sui suoi passi.
Mi lamento con un volontario in auto, segnalandogli che nel finale è difficile per i maratoneti stracchi restare concentrati e che la retta via dovrebbe essere indicata dal personale addetto. Replica che, essendo la maratona terminata (in realtà il regolamento prevede un T massimo di 5 ore 15 minuti), non ho nessun diritto di protestare (!!!). L’investo con una sequela di male parole e lui mi risponde di prendermela con l’organizzatore. Cosa che puntualmente faccio, polemizzando con Chittolini padre e figlio dopo aver tagliato il traguardo in 5:12 mentre è in corso lo smontaggio di un gonfiabile blu.
Nelle varie edizioni della Verdiana, il tempo limite ha sempre oscillato da 5 a 6 ore a seconda dell’esigenza di sgombrare la zona d’arrivo prima dei festeggiamenti del Carnevale. Anni fa, giunto al traguardo in 5:20, la postazione chip era stata già smontata e il mio tempo fu rilevato manualmente.
Durante il viaggio di ritorno in bus verso Fidenza, vengo a sapere che, pur in presenza di un tempo limite di 5:15 inconsueto nel panorama delle maratone italiane e non giustificato quest’anno da esigenze carnascialesche, l’auto di fine corsa è giunta al’traguardo subito dopo Sabrina Tricarico, pacer delle 5 ore. Che succede in questi casi? Transitata l’auto, i volontari lungo il percorso si sentono legittimati ad abbandonare le proprie postazioni anche se molti atleti devono ancora arrivare.
Così va il mondo. Non c’è (quasi) mai rispetto per i maratoneti stracchi delle retrovie.




