18 ottobre – Ci vuole coraggio, per gli anversani (o Antwerpenaren, stando al vero nome della città,
Antuerpia in latino), a organizzare una maratona lo stesso giorno in cui, a 150 km, si corre la maratona di
Amsterdam, che quest’anno ha classificato 26646 arrivati (più 12800 nella mezza e 8600 nella 7 km).
Coraggio, ma anche orgoglio, perché la tradizione maratonica di Anversa risale addirittura alla maratona
olimpica del 1920, che sebbene fosse di 42,750 fece registrare il record mondiale di allora (2h32): col
piemontese Valerio Arri che, colpito da coliche renali, arrivò “solo” terzo in 2h36, ma ricevette da De
Coubertin in persona una coppa uguale a quella del vincitore, esattamente come era capitato a Dorando
dodici anni prima. In compenso, l’Italia vinse due ori nella marcia, col leggendario Ugo Frigerio
diciannovenne milanese; e, per dirla tutta, ad Anversa ci fu il record imbattuto e imbattibile dello
schermidore Nedo Nadi che vinse cinque ori nelle cinque specialità in cui gareggiò (un malanno grave gli
impedì di gareggiare nella sesta e ultima; e nella finale della spada batté suo fratello Alberto!): il re, il
leggendario Alberto I del Belgio, eroe della guerra 1914-18 e padre della futura regina d’Italia Maria Josè,
costretto a infilargli medaglie su medaglie, a ogni premiazione gli diceva “Insomma, siete ancora qui,
Monsieur Nadi?”.
Insomma, tornando alla Antwerp Marathon, la sua edizione 1969 vide l’australiano Derek Clayton stabilire il
record del mondo con 2h08’33”; si svolgeva in primavera, ma dal 2019 fu spostata appunto in ottobre, alla
faccia degli olandesi (che, a quanto sento, oggi si sono beccati una pioggia torrenziale, mentre noi abbiamo
avuto innocui spruzzi di pioggerellina tra mezzogiorno e l’una): su 4559 iscritti (con la formula delle lowcost
aeree: i primi iscritti pagano relativamente poco, poi il costo aumenta coll’aumentare dei partecipanti, per
superare presto i 100 euro), in 3842 risultano passati almeno da uno dei ben 19 punti di controllo chip, e
3728 sono stati classificati. Lo spauracchio era il tmax di 5h30, ma gli organizzatori sono pietosi e hanno
aspettato fino all’ultimo, un americano che ha chiuso in 6h13. Più numerosi gli iscritti alla mezza (cioè su un
solo giro anziché i due di noialtri, ma partiti nel pomeriggio quindi senza nessuna interferenza), 11500, con
9400 classificati (l’ultimo in 3h56). La giornata si completava con una 10 km, partita poco dopo la maratona
ma su un percorso del tutto diverso, che ci ha sfiorato solo per poche decine di metri passando poi (a
differenza nostra) anche all’interno del meraviglioso centro storico, e in quello spettacolo della piazza del
Mercato: 2500 gli arrivati. Superfluo dire che, come in tutto il mondo civile, per partecipare bastava pagare,
senza le complicazioni di tesseramento, certificati medici ecc., e così ci siamo iscritti in quasi
diciannovemila, per una città grande all’incirca quanto Bologna.
Raggiungere Anversa (la città dove in ogni chiesa ci sono almeno due o tre tele di Rubens: chi ha visto, da
bambino, il film “Sangue fiammingo”, ovvero “Il cane delle Fiandre”?) non è difficile: dal grandioso
aeroporto di Amsterdam partono parecchi treni che via Rotterdam impiegano un’ora. Già la stazione è
un’opera d’arte, e da lì si dirama una ragnatela di tram (oltre a bus e metro) che ti portano ovunque,
incluso l’albergo trestelle suggerito dagli organizzatori a 1 km dal centro maratona. Questo è collocato
all’interno di enormi magazzini al servizio dell’immenso porto fluviale; l’expo è decisamente modesta, e il
ritiro pettorali avviene in pochi attimi (lo si può fare addirittura pochi minuti prima del via). Colpisce
l’imponente schieramento di wc chimici e di urinators: se un mese fa avevo elogiato i tanti di Varsavia, qui
mi sembrano almeno il doppio, non solo all’esterno della struttura ma anche in corrispondenza dei vari box
di partenza e dei ristori.
Quanto alle griglie di partenza, non sono assegnate come in Italia sulla base del tempo dichiarato (una volta
o l’altra proverò a dichiarare 2h45 e vediamo cosa succede), e dotate di occhiuti vigilanti che sulla base del
colore del tuo pettorale ti accettano o respingono nella calca: qui ognuno entra liberamente, attraverso
varchi non controllati, nella zona che ritiene gli si adatti meglio; e il piazzamento finale sarà dato
esclusivamente sulla base del tempo netto, da quando passi sotto l’arco del via, dove transiti
tranquillamente camminando e chiacchierando.
Vicino a dove mi piazzo io, vedo un discreto numero di ragazze di evidente religione islamica, con capo e
gambe coperte e divise nere castigate (altrocché le atlete occidentali che sfoggiano il reggiseno anche per il salto in alto!), e senza sorveglianza maschile: in Italia è un fenomeno rarissimo, ma qui a quanto pare anche
la maratona aiuta l’integrazione. I loro due nomi (stampati sui pettorali) sono l’anagramma l’uno dell’altro,
e alla fine li controllo sulla classifica: Karim chiude in 4h53, Ikram in 5h02. Verso il km 35 sorpasso un’altra
velata e con calze lunghe nere, salvo il dettaglio che si è tolta la maglietta per il caldo; oltre tutto, si chiama
Sabrina: che l’emancipazione faccia altri passi?
La zona di partenza e arrivo non può certo definirsi bella, ma le strade sono larghe (purtroppo, per vari km,
lastricate: “over verlaaten plastenstraaten”, diceva un poeta di queste parti), perfettamente chiuse al
traffico anche delle biciclette (e perfino i tram, quando attraversiamo le rotaie, stanno fermi); tra la fine del
primo giro e l’inizio del secondo (km 20-23) ci spingiamo in mezzo all’estuario della Schelda (Escaut in
francese, donde – credo – Manon Lescaut), per poi rientrare nel giro che ci porta verso il centro e il
magnifico viale che porta alla stazione ferroviaria; da lì però non verso l’imponente cattedrale e le strade
della movida, ma su viali più esterni, fino a fiancheggiare per 2-3 km la riva del fiume col suggestivo
passaggio sotto il castello “Steen”dove è collocato il segnale del km 41.
Ristori numerosissimi (dichiarati 11, ma sembrano di più!) e disposti in file di almeno 200 metri, coi ragazzi
che ti mettono in mano, nell’ordine, bicchieri di acqua, iso, cibi solidi (do la preferenza alle caramelle
gommose e alle banane) e di nuovo acqua. Malgrado il clima così così, ai fianchi della strada c’è gran tifo.
Cartelli spiritosi del tipo “A nessuna piace chi finisce presto!”, “La pena è per poco, Strava è per sempre”; in
tanti ci chiamano per nome leggendo il pettorale, con l’apoteosi (per il sottoscritto: sarà stata
compassione?) verso il km 30 quando al passaggio per una piazza gremita di ristorantini all’aperto, un
ragazzo mi mette in mano un bandierone, che io porterò per una trentina di metri fino a lasciarlo nelle
mani di un altro “tifoso”. Belle ed entusiaste anche le tamburine sul lungofiume.
Si attraversa pure il quartiere ebraico, coi maschi barbuti in cilindro (qualcuno in bici), e le ragazze a capo
scoperto ma del resto vestite come suorine, tutte in nero, gonna alla caviglia e collare bianco: ma a
differenza di New York, qui qualcuno osa sorriderti e lanciare grida di incoraggiamento (sotto la
sorveglianza di soldati armati di mitra, ma che mi salutano pure loro). Al km 25, lo speaker ufficiale,
individuatomi come italiano, mi accompagna con un “Chi si ferrma è perrdutto!”, senza eccepire sull’origine
di questa frase…; ma tutto fa brodo, e serve per l’ultimo sforzo. Gran tifo anche al traguardo (il mio Strava
dice 43 km…), poi percorso obbligato per ricevere in mano i ristori (inclusa borraccia metallica omaggio), la
medaglia al collo (rotonda, se Dio vuole), e il ritiro delle borse coi ricambi. C’è anche lo spogliatoio,
presumo con docce; ma preferisco il chilometrino verso il mio trestelle, vicino alla fermata del tram dove i
maratoneti, poi anche quelli della mezza, aspettano il loro mezzo: ma il Centro maratona prevedeva persino
un ampio parcheggio per chi fosse arrivato in bici.
Le classifiche sono pubblicate in tempo reale, e comprendono i passaggi ai vari rilevamenti, con la posizione
occupata in ogni momento. Il mio abituale crollo nella seconda metà è temperato dalla constatazione che al
21,1 ero 3755° e alla fine salgo al 3689°, addirittura terzo di categoria. Non si vince niente, ma è abbastanza
per andare alla messa serale di ringraziamento nella magnifica chiesa di S. Andrea, il cui simpatico parroco
nomina più volte (in fiammingo) il “marathon”. Alla fine vado a farmi spiegare cosa ha detto, e siccome
parla un discreto italiano, mi dice che oggi si celebrano le missioni sparse per tutto il mondo, ma grazie alla
maratona è tutto il mondo ad essere venuto oggi in missione ad Anversa, e la maratona è il simbolo del
faticoso incontro con la santità. A un lato della chiesa, una sequenza di scarpe (vere) porta verso una sedia
a rotelle e una valigia, con la scritta: “cosa ti porterai nel tuo ultimo viaggio?”. Don Rudi mi fa pure da
Cicerone per tutti i tesori artistici delle navate (stupendo il pulpito raffigurante la chiamata di Andrea e
Pietro): in un quadro è raffigurato persino Berlusconi col giornale “La Verità” e la domanda di Pilato: “cosa è
la verità?”; in altri sono ritratti anche i santi dei nostri giorni, e l’ultimo quadro è uno specchio: perché il
prossimo santo devi essere tu!
Si è fatta ora di cena: la zona è piena di ristoranti e pizzerie italiane (c’è persino l’insegna “Mortadella ella
ella eh”), ma ci si ficca in un ristorante bosniaco sotto il Duomo, che accetta le carte solo nei feriali, però
sabato e domenica vuole i contanti. Infatti è vuoto: con goulasch e cevapcici vado sul sicuro e alla fine,
ragionando in tedesco, sì insomma, tira fuori il pos, per una somma accettabile.
Dal telefonino apprendo che a calcio hanno perso Modena, Sassuolo, Bologna, Napoli e Juventus: il campanile della cattedrale
intona un lungo, magnifico carillon.








































