MARATONA DI ATENE 2018, UNA CORSA TRA LEGGENDA E STORIA

Nell’agosto/settembre dell’anno 490 a.C., in una piccola piana affacciata sul mare, nei pressi di un villaggio ad una quarantina di chilometri da Atene, si svolse una delle battaglie simbolo della storia europea e occidentale. Essa va inquadrata nell’ambito della prima guerra persiana che vide contrapposte le forze della poleis di Atene, appoggiate da quelle di Platea e comandate dal polemarco Callimaco, a quelle dell’impero persiano, comandate dai generali Dati e Artaferne.
L’origine dello scontro va cercata nel sostegno militare che le poleis greche di Atene ed Eretria avevano fornito alle colonie elleniche della Ionia quando esse si erano ribellate all’impero. Deciso a punirle duramente, il re Dario I di Persia organizzò una spedizione militare che fu intrapresa nel 490 a.C.: sottomesse le isole Cicladi e raggiunta via mare l’isola di Eubea, i due comandanti sbarcarono un contingente che assediò e distrusse la città di Eretria; la flotta proseguì verso l’Attica, approdando in una piana costiera presso la città di Maratona.
Secondo Erodoto saputo dello sbarco, gli strateghi ateniesi mandarono un messaggero, Fidippide(o Filippide chiamato da Plutarco Eucle o Tersippo) a chiedere aiuto a Sparta questi, con l’armatura indosso, coprì in un giorno i 220 chilometri che collegano Atene a Sparta superando anche dei passi di montagna, per annunciare agli spartani lo sbarco persiano ed, esortandoli alla difesa delle grandi e antiche città della Grecia.
Per permettere ciò gli spartani erano disposti a venire incontro agli Atenesi ma per (rispettabili) motivi religiosi, le autorità di Sparta dichiararono che non avrebbero potuto marciare in aiuto di Atene fino al plenilunio.
Filippide intanto era tornato ad Atene per annunciare ai suoi concittadini che avrebbero dovuto resistere per almeno una settimana e venne informato che l’esercito si era intanto attestato insieme a un manipolo di opliti di Platea nei pressi della piana di Maratona.
Con l’intento di bloccare l’avanzata del più numeroso esercito persiano e, con un contingente di 10 mila soldati (quasi tutti ateniesi e in svantaggio numerico almeno di tre a uno), gli ateniesi guidati dal generale Milziade, affrontarono a viso aperto il nemico accerchiandolo e sconfiggendolo.
Quest’ultimo preso dal panico, fuggì disordinatamente alle navi, decretando così la propria disfatta. Reimbarcatisi, i Persiani circumnavigarono Capo Sunio progettando di portare l’attacco direttamente alla sguarnita Atene, ma l’esercito ateniese guidato dallo stratega Milziade, precipitandosi verso la città a marce forzate, poté sventare lo sbarco persiano sulla costa presso il Pireo. Fallita la sorpresa, gli aggressori tornarono in Asia Minore coi prigionieri catturati a Eretria.
Il nome di quel villaggio è rimasto e rimarrà per sempre nella memoria collettiva di questo continente, anche molto al di là del valore reale che ebbero i fatti.
Che cosa rende allora così importante nella storia questa battaglia, al punto da farla ricordare come elemento comune dell’immaginario intellettuale di un continente?
Certamente il mito del piccolo esercito di cittadini liberi – anche sull’idea di libertà nella stessa città di Atene ci sarebbe da discutere – che combatte contro un esercito più numeroso, al soldo di un tiranno, per difendere la libertà ha affascinato generazioni di uomini. E’ la retorica del piccolo gruppo disciplinato, che con la forza del coraggio sconfigge l’orda immensa, rappresenta un archetipo, sempre presente nella cultura, non solo militare dell’Occidente. Forse il termine chiave di questa riflessione sta proprio nella parola Occidente, inteso nel senso delle cose che conosciamo, contrapposto ad un’altro, l’Oriente in questo caso, alieno e quindi pericoloso.
Senza arrivare a generalizzazioni di questo tipo, probabilmente eccessive, resta fuor di dubbio che gli eventi del 490 a.C. nella pianura di Maratona hanno creato un epos tale da poterci illudere che il nostro modo di pensare e comportarci sia derivato in qualche misura da quelle migliaia di opliti che, correndo, si scagliarono contro un nemico quasi sconosciuto.
La leggenda vuole che l’emerodromo Fidippide secondo Luciano di Samosata, avrebbe corso ininterrottamente da Maratona ad Atene per annunciare la vittoria e, giuntovi, sarebbe morto per lo sforzo. Pur trattandosi di una commistione di più storie antiche, il racconto di tale impresa è resistito nei secoli fino a ispirare l’ideazione della gara podistica della maratona, che nel 1896 fu introdotta nel programma ufficiale della prima edizione dei giochi olimpici moderni tenutisi ad Atene.
Il percorso dalla città di Maratona all’antico stadio di Atene ripristinato per l’occasione, misura 40 Km. Nel 1908, in occasione delle Olimpiadi di Londra, il fu allungato in modo che la linea si partenza fosse situata al Castello di Windsor e il traguardo sotto la tribuna reale dello stadio di Londra. Da allora la distanza è rimasta invariata e fissata a 42,195 Km.
Il resto è storia recente: è arrivato il grande giorno con mia moglie ed alcuni amici della Nuova Podistica Latina con volo da Roma, sbarchiamo ad Atene. Appena esco dall’aeroporto inizio già a notare diverse centinaia di corridori, l’aria è calda, umida e c’è un forte vento già avvertito in volo, un clima per lo più primaverile.
Il pomeriggio, come da rituale, lo riservo per ritirare il pettorale al Marathon Village e, tra le solite centinaia di case di abbigliamento sportivo e i vari assaggi di diversi integratori, occupo tutto il pomeriggio nel paese dei balocchi del runner.
Contro ogni buona regola, la vigilia della maratona passa percorrendo diversi chilometri a piedi, d’altra parte la maratona non è una scusa per visitare la città che la ospita? E’ l’occasione perfetta per prendersi qualche giorno di ferie e visitare la capitale greca. Basta poco tempo, anche un weekend, per lasciarsi incantare dalle principali attrazioni della città che si trovano a breve distanza l’una dall’altra.
Simbolo della civiltà classica, Atene è un’affascinante capitale dalla forte personalità che combina moderno e antico in un mix unico e irripetibile. Culla della civiltà antica e della democrazia, Atene è un’immensa metropoli dove ad ogni angolo ci si può imbattere in rovine millenarie. Gli iconici templi dell’Acropoli, primo tra tutti il Partenone, considerato la massima espressione dell’architettura classica greca, il mitico stadio Panathinaiko dove ebbero inizio i giochi olimpici moderni, l’agorà dove Socrate insegnava filosofia e alcuni tra i più importanti musei d’arte antica al mondo sono le meraviglie che tutti si aspettano di trovare ad Atene. Seppur orgogliosa di questo suo glorioso passato, la capitale greca guarda avanti nonostante la forte crisi economica e pulsa di energia.
La partenza della Maratona è prevista alle ore 09:00, la mattina alle 5.15, sono in hotel a fare la solita colazione pre-maratona, tra miele e pane integrale, frutta secca e tè caldo segue, un fortunoso incontro con Mauro Firmani mitico organizzatore della Maratombola lì con un obbiettivo: portare la medaglia della sua ‘’creatura’’ al museo di Maratona e poi partire per la gara.
Alle ore 5.40 i bus dell’organizzazione passano a prenderci per portarci a Maratona, zona di partenza distante 40 km da Atene.
Dopo circa cinquanta minuti arriviamo, quando il sole è appena sorto, c’è entusiasmo e qualche timore per tutti del gruppo, l’atmosfera ha qualcosa di inusuale, non quella delle altre Maratone, niente che faccia pensare alla partenza della maratona, intorno a noi tre case e tanti olivi. Dopo i controlli di sicurezza di rito ci conducono verso un piccolo stadio già stracolmo di ‘’colleghi’’, provenienti da ogni dove con le immancabili bandiere nazionali al seguito. Tutto ha qualcosa di sacro, il braciere ove arde la fiaccola del fuoco di Olimpia e li’ a portata di mano.
Pochi minuti prima della partenza viene fatto rispettare un minuto di silenzio in memoria dei combattenti, ognuno entra nella propria griglia, e intoniamo l’inno nazionale greco che tutti i runner di cittadinanza greca cantano alzando il pugno destro socchiuso al cielo.
A quel punto sale l’emozione al ricordo della prima maratona delle Olimpiadi moderne del 1908 e quella delle Olimpiadi del 2004, vinta dal nostro Stefano Baldini.
Mi chiudo in me stesso, pensando a quei luoghi più di duemila di anni fa, alle migliaia di uomini che hanno combattuto per uno dei beni più preziosi; la democrazia e respiro l’aria e i profumi che sono stati respirati da quei combattenti.
Molti pregano di poter affrontare questa gara e questa giornata con la serenità che deve contraddistinguere ogni uomo ogni giorno della sua vita, di star bene oggi come ogni giorno della propria vita, perché in fondo tutta il nostro percorso terreno non è che una maratona. Partiamo, i primi tre chilometri si corrono nella piana, sfiliamo poi al quinto chilometro accanto al luogo in ricordo degli uomini caduti durante la storica battaglia, la collinetta di Maratona che contiene i resti dei molti corpi, dei caduti arsi nelle pire. Tante qui sono le persone che ci incitano alcuni, innalzano dei ramoscelli d’ulivo verso il cielo con il braccio destro, e qualcuno li regala a qualche corridore.
Anche qui non manca chi corre con un travestimento che va dal guerriero dell’antica Grecia ai personaggi di Walt Disney.
E’ un tripudio di stravaganza, diversi corridori corrono con la divisa completa dei soldati moderni muniti di casco e zaino tattico altri, con i sandali simili a quelli che avrebbe potuto avere Filippide sotto l’armatura.
Una forte commozione mi assale nel vedere coloro che spingono le sedie a rotelle di persone disabili; amici o parenti a cui vogliono regalare un’avventura unica, quella di correre i 42 chilometri e 195 metri di una maratona.
Arrivo al decimo chilometro, per adesso, posso dire che il percorso è abbastanza pianeggiante, abbastanza tranquillo nonostante l’umidità sia alta.
Al km 11 percorriamo un paesino dove diverse persone ci accolgono suonando e ballando musiche tipiche greche, è Nea Makri.
Vicino questa località turistica tra il 23 e il 26 luglio è divampato un vasto rogo, ma tutta la Grecia in particolare l’Attica quest’estate è stata stretta nella morsa degli incendi soprattutto a causa di ondate di calore, venti forti e siccità.
I roghi sono stati talmente violenti da bruciare le persone nelle loro stesse case o macchine costringendo molti a fuggire via mare. Questo gruppo di incendi è stato il secondo più letale del XXI secolo, preceduto solo dagli ultimi dell’ Australia. Le colline tutt’intorno appaiono nere, la vegetazione non c’è più e così attraverso Mati dove lo scorso anno sono morte 100 persone e molto scalpore ha destato il ritrovamento, in una villa di 26 vittime carbonizzate abbracciate tra loro, scenario che, a detta di molti, ha ricordato Pompei nel 79.
Dall’ 11esimo al 17esimo km aumenta il dislivello; ora per 20 km si salirà fino ad arrivare al punto più alto di 245 metri posto al 32esimo km. La strada corre dritta e il percorso pur nella sua difficoltà, è monotono, la campagna circostante è brulla ma per fortuna è punteggiato da questi paesi con cadenza, di uno ogni 5 km che anche se molto diversi dai nostri dal punto di vista architettonico, in peggio ( molte le case abusive), ripagano per l’ospitalità dei loro abitanti accorsi ai bordi delle strade in massa.
Incomincio a tirare le somme; alla mezza maratona passo con svariati minuti di ritardo, vuoi per il clima che varia spesso vuoi soprattutto per i dolori che si estendono dai piedi a tutta la schiena e non mi permettono di tenere una postura corretta.
Mi sono ostinato a correre sin dall’inizio dell’anno con delle scarpe con drop zero che richiedono una falcata con l’appoggio solo dell’avampiede, io che non sono abituato a questo tipo di corsa ora ne pago le conseguenze.
Ora la gara diventa più difficile: dopo Pikermi infatti, iniziano alcuni saliscendi fino al 25esimo km (Agia Paraskevi)
Affronto il resto del percorso transitando, dentro una cittadina piena di turisti che gridano, applaudono e incitano i corridori, sono a Rafina importante nodo di comunicazioni marittime con le isole Cicladi e anche li solito bagno di folla.
I dolori non mi lasceranno più, peccato! Sono molto forte di testa e per fortuna per cui, continuo con tenacia, con la convinzione mai venuta meno d’arrivare. Intanto la strada sale e lo fa ancora fino al 32° km, ingresso nella città di Atene. Riconosco quartieri e piazze attraversate in bus all’arrivo dall’aeroporto e mi sembra di essere “verso casa”. Ora la strada è in discesa e la folla ai lati della strada aumenta sempre più.
Nonostante la mia lentezza, assalito dai dolori, riesco a superare una quantità enorme di runners partiti in precedenza e che magari accusano la fatica della discesa. E’ il km 31 e passiamo sotto un cavalcavia, ci sono una decina di batteristi che armati di bidoni suonano all’impazzata.; il suono rimbomba, è il caos più totale e ciò mi infonde un ritmo e una carica che mi aiuta a spingere e a proseguire ancora più allegramente. E’ finalmente la volta dell’ultima salita di giornata, mi trovo, esattamente nel punto in cui il povero Vanderlei De Lima fu buttato fuori dal percorso da un protestante inglese durante la maratona olimpica del 2004 mentre si trovava in prima posizione. Arrivò poi sul podio e la vittoria fu di Stefano Baldini, ma è indubbio, anche per stessa ammissione di De Lima, che Baldini avrebbe vinto comunque, essendo in pieno recupero contrariamente al povero Vanderlei che si trovava in piena crisi.
Mentre passo li penso e sorrido ricordando la gara che all’epoca vidi totalmente in TV, con la telecronaca del mitico Franco Bragagna che disse “Un pazzo, un pazzo”. All’epoca tutto mi sarei aspettato, tranne che un giorno avrei corso anche io una maratona in quella terra!
Gli ultimi km vengono corsi dentro Atene. Si attraversa la periferia con i suoi palazzi moderni , è un tripudio di colori, suoni, profumi!
La folla si assiepa da entrambi i lati delle strade; è calorosa e ci incita in modo travolgente.
Con la mia lentezza, assalito dai dolori, riesco a superare nonostante tutto una quantità enorme di runners partiti in precedenza e che magari accusano la fatica della discesa.
Provate da tutte quelle salite e discese, le gambe sono diventate di cemento. In questa fase non si trova più la sacralità dei primi chilometri, ma è comunque fantastico correre in questa capitale europea, piena di giovani di mezzo mondo che ballano e cantano e con i monumenti attraversati, come il Palazzo del Governo, le cattedrali ortodosse e alla destra l’Acropoli con i templi.
Dopo una discesa dentro il Giardino Nazionale, si gira a sinistra e con gli ultimi 195 metri si entra nella storia. Adesso è un mix di sacro e profano, antico e moderno, passato e presente. E’ il 42° km, inizio a pregustare l’arrivo allo storico Panathinaiko, realizzato con quella sua forma ad U interamente in marmo bianco di Paros alla fine dell’800, e in grado di accogliere più di 80.000 persone. Qualche metro prima d’entrare, un brivido mi sovrasta e le lacrime quasi scendono, sono lì dove Spyridon Louis vinse la prima maratona delle Olimpiadi moderne nel 1896, organizzate da De Coubertein, lì dove Stefano Baldini ci fece sognare in quel caldo tardo pomeriggio di Agosto del 2004 a chiusura dell’Olimpiade, conclusasi per noi Italiani con la medaglia d’oro nella maratona. All’ingresso le tribune in marmo bianco gremite di tifosi sembrano volerci abbracciare tutti e quando i miei piedi poggiano su quella pista nera, urlante mi alzo in volo e mi sembra di stare ad un metro dal suolo tant’è la sensazione di leggerezza.
FINITA.
Il crono è poco importante, perché chiunque abbia tagliato il traguardo può dire d’aver corso la maratona ‘’storica? Mi godo ogni singola sensazione, ogni singolo sguardo e mentre una ragazza mi mette al collo la medaglia capisco che tutto ciò non è solo sport.
Il 3 novembre 2019 coronerò nuovamente un sogno, perché se correre a New York ti fa sentire un cittadino del mondo attuale, correre ad Atene ti ricorda come ciò che eravamo e le nostre radici, siano fondamentali nel cammino della nostra maratona più importante, quella che corre anche chi non pratica il running: la vita.

Paolo Reali

 

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