Nel tratto di risalita dalla Puglia siamo in otto, tutti i partecipanti alla doppietta. Piero, Francesco, Marina, Lorenzo, Massimo, Rino, Michele e me medesimo. La notte è lunga nonostante ci alterniamo alla guida; il pulmino risale l’Italia zigzagando a più non posso. Qualcuno è ventiquattro ore che non dorme, qualcuno trentasei ma l’allegria non manca. L’alba ci coglie sotto le mura di Ferrara. Arriviamo per primi a ritirare i pettorali come 8 piccoli zombies.
Facciamo da contro altare a chi prepara la maratona nei minimi particolari e che assedia il Castello Estense di prima mattina. Il loro stretching compulsivo si mischia ai nostri sbadigli in cerca di un buon caffè.
Arrivano le nove ed attorno al fossato ci disperdiamo con la folla fino allo sparo liberatorio mezz’ora dopo. Adesso non ci resta che rilassarsi correndo, il peggio è passato.
La giornata è splendida e il percorso molto meno “urbano” delle passate edizioni, ci si gusta veramente la campagna ferrarese. Pur essendo partito il più avanti possibile per poter filmare e fotografare gli amici, li vedo sfilare presto come proiettili traccianti. Tra i tanti che mi sorpassano anche Maurizio Teggi, forse l’unico ad aver fatto doppietta con la Ultrabericus: Onore al Merito. A Focomorto il motore sta proprio girando al minimo, quasi il foco è proprio spento, quando, miracolo, vedo fermi Gianfranco Gozzi e Massimo Faleo, che mi chiamano a gran voce. Sono davanti a una villetta dove, non so quale Angelo ha predisposto panini con crudo, parmigiano ed altre leccornie. Un Marathon Picnic delizioso. La allegra compagnia riprende come in un sogno la passeggiata nelle primaverili strade di campagna .
Al ventisettesimo, arriva la parte migliore sul placido Po. Salendo l’argine lo vedo sonnecchiare imponente. Largo nel tratto dell’ansa quasi un chilometro, sembra un oceano dimenticato in fondo a un bosco. Corro solo tre chilometri dei suoi 652. Se il nostro corpo al 75% è composto di acqua, ¾ di me stesso son passati di qua, come son passati ¾ delle quasi 16 milioni di persone che vivono sul il fiume più lungo d’Italia. Centoquarantuno fiumi scendono fino a lui. Ognuno ha il proprio fiume o il proprio mare dentro. Il mio è novarese, si chiama Agogna, è solo un torrente, ma l’ho tagliato e cucito nell’animo guardandolo fin da bambino come un grande fiume di sogni, là dove finiscono gli alberi. Da grande l’ho visto come un luogo da esplorare fino alle sorgenti, in kayak, in mtb, a piedi o di corsa. Ora la vastità del Po mi rapisce nel sole e nel silenzio. Sono solo, la scopa si è fermata anche lei a meditare.
Riprendo a correre seguendo il volo degli aironi. Questa è una parte della pista ciclabile più lunga d’Italia e segue l’argine da Stellata di Bondeno a Pontelagoscuro (36 km) dove ora siamo, poi da Pontelagoscuro a Ro Ferrarese (15 km), da Ro Ferrarese a Serravalle (28,5 km), da Serravalle a Mesola (20,5 km), da Mesola a Gorino Ferrarese (22,5 km). Complessivamente 122.5 km. L’ho percorsa in bici una decina di anni fa, in certi tratti sembra di essere veramente isolati, completamente fuori dal mondo nonostante attorno ci siano autostrade, treni, industrie e un sacco di fattorie. Sicuramente sarebbe un bello scenario per una maratona o una ultra tutta sul fiume.
L’argine purtroppo finisce, si ritorna verso la città. Pontelagoscuro, bel nome, ma il lago dove è? L’ultimo tratto, prima di ritornare sul percorso della mezza, si svolge all’interno del Parco Urbano. Il Parco di 1.200 ettari si estende tra la città e il Po in un territorio denominato il Barco. Qui c’era una riserva di Caccia degli Estensi con una magione entro le mura chiamata “la Delizia di Belfiore”. Era un luogo adibito al divertimento dei nobili, ma al tempo stesso serviva come prolungamento fino al Po del sistema difensivo delle mura dell’addizione Erculea.Adesso vi si possono trovare diverse strutture sociali e sportive, come il Centro Universitario Sportivo, la piscina comunale e il Golf Club.
Fuori dal Parco si ritorna finalmente in città, che per me ha il gusto tenero del colore rossastro delle sue mura. Sto correndo nei libri di Giorgio Bassani. La nostalgia astratta dei tanti romanzi si fonde passo dopo passo. La memoria mi insegue sui tavoli dei silenti caffè o nei palazzi chiusi, dove hanno vissuto i romantici e travagliati personaggi di Bassani. L’atmosfera è morbida ed ovattata come l’esistenza “borghese” di allora, quando lo scrittore è ancora ragazzo e gioca a tennis guardando innamorato Micol, la protagonista sfortunata del “Giardino dei Finzi Contini”.
Peccato non essere passati da via Cisterna del Folio 1, la bella casa signorile della famiglia Bassani. Ci sono andato dopo, tanto per allungare un poco il viaggio e i ricordi. Dietro l’intonaco giallo e le inferriate della facciata, c’è una magnolia. Bassani le ha dedicato una poesia, la fa spuntare in tanti racconti: “Giu’ nel giardino, le forme degli alberi si stagliavano nette: qui la magnolia, più in là l’abete e laggiù, nell’angolo opposto, dove terminavano gli archi dell’ingresso, il tiglio…”.
Ma ecco il 42esimo, ecco il Castello con il suo fossato, anche i coccodrilli se ne sono andati, io e Marina siamo i penultimi, è rimasto indietro solo il mitico Bruno Zanon che: “ce la fa sempre!”. Ferrara ci accoglie come i suoi figli partiti per un lungo viaggio. E un lungo viaggio è stato; quando a tarda notte io e Piero torneremo a Milano, spegnendo il pulmino, leggeremo 2.200km fatti !!
Sogno (di Giorgio Bassani)
Ho visto in sogno mio padre: «Tu qui?»
Timido e triste rideva: «Non vieni?»
O rive, o infanzia, o frangenti sereni,
voi tornavate, nel calante dì?
Tutto tornava. Eppure vano, oh fu
al nembo che vi spense, onde fulgenti,
contendere e alla rena i lievi, argentei
suoi capelli, e all’oblio più che un sospiro.
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