MARATONA DI KIEV CONTRO LA PAZZIA DELLA GUERRA

Dice il loro sito: “Tuttavia, una maratona non riguarda solo la corsa e i chilometri che ti lasci alle spalle. È una sfida per i forti nello spirito. È una storia su come sfidare te stesso e ottenere la tua vittoria. È la storia che creiamo insieme. Crediamo che sarà il tuo incredibile risultato. Conquistiamo nuove vette con Run Ukraine! Mettiti alla prova e scegli la tua distanza- da 10 a 42 km! “ , Parole sante che mettono ottimismo!

Non è un gesto snobistico so che tra breve ci vorranno aiuti veri e raccolte di solidarietà e spero che il Club come altre volte risponda al grido di dolore, ma è la nostra, ma è la mia mente che non si abitueranno mai alla parola guerra.

Intanto cadono le bombe su Kiev e sulle grandi città ucraine, le prime vittime, la manovra a tenaglia: lo scenario è completamente diverso, e rende non solo inutili ma pure un po’ ridicole le schermaglie diplomatiche dei giorni scorsi, anche se la via del dialogo è sempre la migliore. Ma mentre aspettiamo di correre a Kiev facciamo un giro per l’Europa a vedere che fanno i nostri amici. Dice Cazzullo sul Corriere che ora rischiamo davvero di avere Putin o un suo fantoccio sui confini orientali della Nato e dell’Unione europea; proprio nel momento in cui l’Unione misura la propria fragilità. Anche perché ne è appena uscita l’unica nazione che avesse il know-how, i mezzi e la cultura per combattere, se non per l’Ucraina, almeno per se stessa e gli alleati: il Regno Unito.

Certo, nell’Ue c’è una potenza nucleare, la Francia. Macron ha sperato di poter fare la campagna elettorale fermando Putin. Nel frattempo, a 40 giorni dal voto per l’Eliseo, il presidente ha ritirato le truppe del Mali, dove già sono schierati i mercenari russi. Ora, Macron è tutto tranne che uno sprovveduto. Evidentemente sa che lasciare la prima linea della guerra all’estremismo islamico, che ha insanguinato la Francia in questi anni ed è una causa non secondaria dell’ondata migratoria che investe l’Europa, non fa perdere consensi; ne fa guadagnare. È la Francia del giugno 1940; e all’orizzonte proprio non si vede un generale al tempo quasi sconosciuto, Charles de Gaulle, che dalla radio di Londra invita a non arrendersi, mai.

Certo, nell’Ue c’è una potenza economica e politica, la Germania; e in queste ore si misura l’assenza di una protagonista dalla statura di Angela Merkel. Ma sulla scena internazionale la Germania è ancora il Paese sconfitto in due guerra mondiali, senza armi atomiche, senza un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu, senza i mezzi e senza la mentalità per fare una guerra. Quanto alle nostre forze armate, proprio non meritano facili ironie. Da decenni, dalla missione in Libano – Paese dove siamo ancora impegnati -, i soldati italiani hanno dimostrato di saper mettersi in gioco e anche morire per difendere i valori e gli interessi della comunità nazionale. I nostri uomini, gli alpini, i carabinieri sono considerati i migliori del mondo nelle missioni di costruzione della pace: perché sono capaci di dialogo e di rispetto per gli altri popoli; perché sono portatori di quella cultura umanista e cristiana che è il principale motivo per cui possiamo essere orgogliosi di sentirci italiani. La stessa cultura che ha portato a scrivere nella Costituzione che l’Italia giustamente ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali.

Ma se la guerra ce la fanno gli altri? Riconosciamolo: lo sgomento di questa mattina nasce anche dal distacco con cui abbiamo seguito le vicende ucraine. La difficile sorte di un Paese cuscinetto tra Putin e l’Europa libera. L’avvelenamento di Viktor Yushchenko. La partita tra una democrazia filoeuropea per quanto debole, che elegge alla presidente del Paese un ex comico e a sindaco di Kiev l’ex campione dei pesi massimi, e un’autocrazia fortissima di stampo asiatico. Ora l’ultima cosa da fare è sguarnire la frontiera orientale dell’Unione europea. È perdere l’Est per una seconda volta, dopo le speranze aperte dalla caduta del Muro e dall’allargamento dell’Ue.

La prima crisi da affrontare sarà quella dei profughi. Ma la vera questione sarà la tenuta democratica – già messa a dura prova dal vento sovranista – di Polonia, Ungheria, Slovacchia, Repubblica ceca; senza poter contare (come notava su questo giornale Antonio Polito) sui Walesa, sui Nagy, sugli Havel. La frontiera della libertà andrà difesa a ogni costo. Anche perché stavolta sarà sfidata direttamente l’America. Se la Cina non ha ancora attaccato Taiwan, è perché sa che l’America per Taiwan sarebbe disposta a combattere. Se la Russia stamattina ha attaccato l’Ucraina, è perché sa che per l’Ucraina non era disposto a combattere nessuno. Se fossimo stati pronti a fare la guerra per l’Ucraina, la guerra non ci sarebbe. Dirlo adesso è forse inutile. Ma è utilissimo, anzi indispensabile, tenerlo a mente per evitare la prossima guerra.

Intanto non ci resta che sognare che tutto torni come prima e che il 16 ottobre 2022 correremo insieme agli amici Ucraini e spero ai fratelli Russi la maratona di Kiev. https://kyivmarathon.org/en/

 

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