Maratona di Rieti: buona la prima

foto 2Anche Rieti non è una città qualsiasi. E’ l’Umbilicus Italiae, il centro geografico della Penisola italiana, come recita una targa in venti lingue nella raccolta Piazza San Rufo. Poi c’è il Terminillo, la montagna dove i romani sciano, la Via Salaria, che la spacca in due, le torri, i campanili, gli archi gotici e i palazzi nobiliari che, sebbene avvolti nella nebbia di questa fredda domenica autunnale, rivelano la sua struttura signorile.

La nebbia obnubila anche le menti degli addetti alla distribuzione dei pettorali, e tutto procede a rilento. Quando le lancette dell’orologio si dispongono sulle 9:35, il lungo serpentone non è sotto l’arco di partenza, ma in attesa del pettorale. Alle 9:50 vien dato il via. Il sole, nel frattempo, ha dissipato la nebbia nell’atmosfera e nelle menti, per cui tutto scorre limpido d’ora in poi. Nebulosità c’era anche nel sito,dove la partenza veniva data alle 9:35 in un paragrafo, e alle 10:15 in un altro. Siamo partiti in anticipo? In ritardo?

foto 3I 42,195 km da percorrere sono la somma di tre giri concentrici rispettivamente di 8-12-22 km. Scopo del primo è mettere in mostra i gioielli di questa città, amata dai Papi, che ha conservato lo schema della romana Reate. Via Roma, attraverso la quale, scavalcato il fiume Velino, si penetra nel centro storico, non è che l’antico cardo. E’ in lieve salita, l’unica asperità di tutta la gara, lungo la quale sono disposte le migliori architetture della città. Raggiunti i portici del Palazzo Comunale, posti a 405 mlm, si discende per Via Cintia, l’antico decumanus, a circondare le intatte mura medioevali rafforzate da torri e, per ampi viali alberati, si ritorna nel campo di atletica. Gli 8 km sono serviti a riscaldarmi le gambe, per cui alla vista della veloce pista mi concedo uno scatto da quattrocentista.

Il secondo giro si compie intorno alla città, investendo la campagna reatina. Si corre per strette vie asfaltate fra campi arati dei recente, piante secche di granturco, case coloniche, mucche pascolanti e relativo olezzo. Siamo in piena Conca Reatina. I nostri piedi battono un terreno fertile, ma 2.300 anni fa altro che corsa! Avremmo nuotato in un lago malsano, formato dalle acque del fiume Velino impantanato. Fu il console romano Curio Dentato ad aprire un varco nel calcare accumulatosi negli anni presso Marmore, permettendo al Velino di precipitare nel fiume Nera e dar luogo alla Cascata delle Marmore, la più alta d’Europa. Un gemellaggio fra la Maratona di Rieti e la Maratona di Terni, che ha nella cascata la maggior attrazione, s’impone! In realtà, i Romani avevano un debole per Reate, avendo fornito loro belle donne. I futuri dominatori del mondo, a quei tempi, erano così bifolchi e imbranati che nessuna donna era disposta a sposarli. Ma Romolo, fondata Roma, ne aveva un forte bisogno per crescere. Durante una festa, alla quale parteciparono i Sabini, rubò loro le donne, il Ratto delle Sabine. Ci fu una guerra. Ma le donne, forse perché avevano nel frattempo conosciute le doti nascoste dei Romani, si frapposero fra i combattenti, e ci fu la pace. Tutti i romani sono figli di madri reatine!

foto 4Mentre queste reminiscenze scolastiche passavano nella mente, passavano anche i chilometri e mi sono ritrovato sulla pista, dove mi è venuto spontaneo effettuare un nuovo allungo.

Inizia l’ultimo giro, il più largo. Si allontana dalla città e lambisce le prime pendici dei colli che fanno da corona alla Conca. Si batte, per un buon numero di chilometri, una pista ciclabile che salta sui ponti del Velino e dei canali. Il cielo, privo di nubi, permette una chiara visione della conformazione della piana reatina. E’ delimitata dagli alti monti Reatini, dai quali si erge innevato il Terminillo, dominatore assoluto del paesaggio, e dai più modesti monti Sabini. Borghi, campanili e mistici conventi occupano i rilievi più morbidi, tutti legati al passaggio di San Francesco. Lassù, quello è Greccio, dove il Santo rappresentò per la prima volta il Presepe. Ma è tutta la zona ad essere un presepe! Più in là, appare un borgo più grande, Poggio Bustone. E per l’aere risuonano le melodie di Lucio Battisti, intonate dal nostro gruppo, mischiando sacro a profano.

foto 5Il nostro gruppo se la sta prendendo comoda. Più che ad una maratona, sembra partecipare ad una scampagnata. Dietro di noi c’è solo Giovanna Carla Gavazzeni, in difficoltà fin dalla partenza. Il capogruppo è Paolo Francesco Gino, alla sua 97esima maratona dell’anno; c’è Massimo Faleo, suo manager; l’avvocato Giuseppe Tundo, suo consulente legale di maratone; Vito Piero Ancora, suo mentore e spalla nel girovagare per maratone; Angela Gargano e Michele Rizzitelli, ai quali il capogruppo sta sfilando il primato di 100 maratone in un anno.

Solo in vista degli ultimi chilometri il gruppo entra in competizione e si sfilaccia, e io non resisto alla tentazione dell’ultimo scatto sulla pista celeste.

Ristori al minimo, pacco gara e premiazioni al massimo, percorso da record personale, ben segnalato, bucolico, mistico, rilassante, aria purissima.

Ci vediamo l’anno prossimo.

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