E’ un segnale forte per il futuro del Paese, perché viene da una gara massacrante, la cui sola iscrizione è un atto di coraggio. Bisogna, poi, essere veramente dotati per affrontare la sfida dei 202 km, con nove colli su cui buttare l’anima. Portarla a termine richiede abnegazione, tenacia, intelligenza tattica, oculata gestione delle risorse energetiche e un’alta capacità di sopportazione della sofferenza.
E’ riduttivo ritenere la Nove Colli, una delle gare più dure del pianeta, un evento relegato esclusivamente al mondo dello sport di nicchia. E’, invece, una spia delle reali risorse nascoste del Paese e, quindi, di come potrebbe essere.
Appare ragionevole pensare che il dato negativo della produzione industriale dell’ultimo trimestre sia l’ultimo della curva discendente, e quello positivo della gara ideata da Mario Castagnoli il primo di quella ascendente. Né deve sfuggire il fatto che questa era l’edizione numero 17 che, dicono, non porti nulla di buono. Come dire: anche i gufi sono stati battuti!
La leggera brezza gonfia le vele multicolori delle barche ormeggiate nel porto-canale e dissipa la calura del sole allo zenit. I quasi 200 partecipanti, allineati davanti al Museo della Marineria, hanno le spalle al mare e lo sguardo rivolto alle verdeggianti colline dell’entroterra, non solo perché quella è la direzione del percorso. Quegli occhi puntati hanno un significato metaforico, sembrano indicare nuovi itinerari culturali, bellezze paesaggistiche e prelibatezze gastronomiche ai turisti che affollano il litorale e suggerire una loro ecosostenibile distribuzione sul territorio.
Fra di loro non ci sono solo italiani ed europei. L’urlo della Nove Colli ha attraversato l’oceano e, confusa fra di essi, c‘è la fortissima statunitense Brenda Carawan.
E’ abitudine urlare al momento della partenza della gara. E’ un atto liberatorio che serve a scaricare le tensioni accumulate e represse nell’attesa. Quello della Nove Colli non è il solito urlo caotico e disordinato, è qualcosa di speciale, è un rito che fa parte della tradizione: “Ed ora lanciate un urlo che si senta fino a Cervia!”, intima ogni anno patron Castagnoli. Non so perché debba arrivare proprio nella vicina cittadina romagnola. Avanzo un’ipotesi tutta personale: aveva proposto la gara a Cervia, e quelli lo hanno snobbato?
L’organizzazione della gara poggia per un intero anno sulle robuste spalle di Mario Castagnoli, poi, nell’ultimo periodo, i collaboratori diventano 150 e fanno un egregio lavoro lungo il tracciato. E’ tutto merito loro se c’è stato un continuo aumento delle iscrizioni. Il percorso è gradevolissimo, ma questo non è sufficiente a incrementare le presenze, come dimostrano altre inestimabili e poco frequentate bellezze del nostro paese.
Su questi nove colli, uno dei nostri iscritti, Marco Bonfiglio, ha messo la sua firma, dopo il secondo posto del 2013 e la vittoria del 2012. Ha preso il comando della gara a Settecrociari ed è scomparso nelle tortuose strade collinari. E’ passato davanti ad edicole devozionali e pievi; ha corso fra ciliegi, filari di viti e spighe di grano appena indorate; è salito su cime sormontate da castelli, rocche e abbazie; si è tuffato in discese profumate dai tigli in fiore. Ha affrontato i duri tornanti del Barbotto, giungendovi quando il sole cominciava a tramontare, dipingendo di rosso le nubi.
Nella notte, la luna e le stelle gli hanno illuminato il cammino, mentre la visione dei borghi, castelli ed eremi illuminati gli gratificavano lo spirito, permettendo alle gambe di divorare i rimanenti cinque colli.
All’alba ha rivisto il mare, segno che il traguardo era vicino. Lo ha tagliato di primo mattino, avvolto nella lanugine liberata dai mille alberi in fiore del lungomare, in 20:24:41.
Non si era ancora spenta l’euforia della vittoria di Marco, ed ecco giungere, in 21:40:41, un cosino minuto e leggero, uno scricciolo insomma, che frantuma il record femminile di 24:24:30, stabilito da Antonella Ferrara nel 2012. E’ la grandissima atleta statunitense Brenda Carawan, che può vantarsi ora di aver portato a termine tutte le più dure gare del pianeta. Aveva dato filo da torcere a Marco Bonfiglio, inseguendolo come un’ombra fino al quarto colle, dove era transitata soltanto con un ritardo di 10 minuti. Nel finale ha ceduto, ma soltanto al vincitore, mettendo dietro tutti gli altri uomini.
Piange di commozione Nicolangelo D’Avanzo, andriese tesserato con la Bisceglie Running, nel tagliare il traguardo in 22:50:10, terzo assoluto e secondo nella classifica maschile, da poco tempo dedicatosi all’ultramaratona. Vincitore della 6 ore di Banzi (PZ) del 2012, è stato una sorpresa solo per chi non lo conosceva. Una gara da manuale, la sua, nonostante fosse alla prima esperienza. Sesto sul Barbotto, ha guadagnato posizioni quando la gara è entrata nel vivo e la fatica si è fatta sentire.
Quarto assoluto e terzo uomo, Andrea Zambon in 22:51:52, che si è distinto per la sua regolarità.
Strepitosa la gara di Luisa Zecchino, sesta nella classifica assoluta e seconda in quella femminile in 23:50:58, anche lei al di sotto del precedente record della manifestazione.
Terza la francese Brunet in 24:27:25.
Settantacinque coloro che hanno concluso la gara entro il limite massimo delle 30 ore e hanno inscritto il loro nome nel Club prestigioso di quelli che ce l’hanno fatta. Ma tutti i presenti al via sono degni di lode.
Sembra aver preso il volo la Nove Colli Running. E’ ragionevole aspettarsi una moltitudine di concorrenti alla prossima 18^ edizione, un numero certamente meno problematico del 17 di quest’anno. L’obbiettivo è quello di una foto aerea che mostri il porto-canale affollato da barche con il vento in poppa e i suoi due lati invasi da ultramaratoneti, il cui grido giunga fino a Sidney.
Buon vento, Nove Colli.


