MAREMMA DI FUOCO

Non avesse
fatto così caldo nei giorni scorsi, avrei già rotto gli indugi e iniziato la
preparazione alla mia prossima e prima maratona… in modo da essere pronto al
manifestarsi della prima occasione (senza necessariamente andare fino a
Reykjavik ad Agosto, meta per altro straordinaria… garantisco).
Correre virtualmente è bello e in questi mesi è stato utile, per me e,
spero, anche per altri, ma tornare a lavorare per un obiettivo è
meraviglioso. Anche solo l’intensificarsi delle ricerche in rete seguendo
social e notizie in cerca di opportunità e seguendo l’evolversi della
situazione, restituisce una concretezza ai sogni che mancava da troppo
tempo.
Se il cuore è a Roma e la mente spazia gli orizzonti in cerca di sogni, il
corpo questo fine settimana mi ha portato in Toscana dalle parti di
Roccastrada, in provincia di Grosseto. Da un po’ di anni la mia estate è
così: i figli vanno in vacanza e io inizio a girare l’Italia come una
pallina di flipper portando l’uno e riprendendo l’altra e viceversa.
Quest’anno mi è stato risparmiato il mese di giugno, vuoi per le cautele del
periodo e vuoi perché il grande inizia ad avere una piccola autonomia, ma da
qui a settembre l’agenda si è riempita in una serie di incastri che non mi
vedranno due weekend di fila nello stesso posto.
Questa volta è il turno della figlia che deve essere recuperata dopo una
settimana di vacanza con gli zii in un podere che hanno ristrutturato nel
cuore della campagna maremmana. È un posto che io adoro, dove posso svuotare
la mente dallo stress cittadino passando ore all’aria aperta a lavorare per
tagliare l’erba, ripulire il sottobosco, potare le piante, fare la legna,
ripulire le rive e le reti di confine o comunque fare uno della miriade di
piccoli lavori di manutenzione che richiede la struttura e il suo terreno.
Ma, ahimè, è anche un posto inconciliabile con la corsa. L’ho provato sulla
mia pelle già l’anno scorso. Isolato a 4 km dalla più vicina strada
asfaltata, il podere offre due sole possibilità: o corri su sterrate
polverose e assolate che tagliano le colline per i versanti più ripidi (e
non coltivabili) facendo a gara con nugoli di tafani; oppure vai con la
macchina al paese più vicino e corri sulla provinciale, altrettanto assolata
e irta di saliscendi con le auto che sostituiscono i tafani. Esisterebbe una
terza alternativa, puramente ipotetica: correre sotto la pineta di Marina di
Grosseto. Sarebbe anche l’ideale, se non fosse che, per raggiungerla, ci
vuole circa un’ora di auto.
Però la voglia di correre è tanta e un impegno è un impegno. Questa 16esima
Maratona della Speranza devo onorarla a tutti i costi.
Così la domenica pomeriggio, dopo le mie 6 ore di lavoro nel campo, mi vesto
di tutto punto, prendo la macchina e vado in paese a correre. Il paese in
questione è Sassofortino, una frazione di Roccastrada; lasciando la macchina
dove la sterrata si immette nella provinciale ho circa 1 km di leggera
salita per raggiungerlo e, una volta attraversato, posso puntare verso la
frazione successiva, Roccatederighi, senza dover affrontare dislivelli
eccessivi.
Un problema già preventivato è il caldo. Quello non considerato è, invece,
l’abbondante disidratazione già avvenuta con il lavoro nel campo. Già sui
primi 600 metri di salita (i più duri) mi sento spompato e affaticato.
Nonostante abbia il cappellino, l’intera giornata al sole si fa sentire,
impietosamente.
Arrivo in cime e un falsopiano leggermente discendente mi porta ad
attraversare il paese sotto gli sguardi di quasi tutta la popolazione
locale. Seduti ai tavolini dell’unico bar o sull’uscio di casa a rimirare il
passaggio delle auto, la mia figura caracollante deve offrire loro un
diversivo insolito e curioso… E infatti, in più di uno mi guarda come se
fossi una sorta di marziano. Giusto per darmi un tono assumo un portamento
un po’ più impettito e dignitoso accennando anche a un passo più atletico.
Peccato che mi aspetta un rettifilo lungo 800 metri senza curve dietro le
quali scantonare e fermarmi a tirare il fiato.
In qualche modo prolungo la pantomima del grande atleta fino all’uscita del
paese, ma appena fatta la prima curva non mi pare vero di poter riprendere
un atteggiamento più dimesso. Proseguo in direzione di Roccatederighi. Nelle
intenzioni, oserei dire nei sogni, immaginavo di andare ben oltre, ma a un
chilometro circa dal paese, non appena la strada accenna a scendere con
maggior pendenza faccio dietro-front. Non me la sento proprio di affrontare
questo tratto in salita. Ho fatto ben 4 km!
Tornato in paese torno ad essere al centro dell’attenzione generale, ma
stavolta non ho nemmeno le energie per curarmene più di tanto e accennare a
una andatura più atletica. Anzi, arrivato alla fontanella vicino al
monumento ai caduti, mi fermo a bere. Per quanto lasci scorrere l’acqua,
questa continua a uscire calda dal rubinetto. Ma non me ne curo più di tanto
e attacco a bere avidamente. Mai come oggi capisco con tanta chiarezza il
senso della frase “bere come un cammello”. Arrivato al terzo o quarto
cammello decido finalmente di sciacquarmi la faccia e riprendere, ma il mio
fisico oppone un fermo e deciso diniego.
Provo a insistere, ma lui è irremovibile. Da cammello si è trasformato in
mulo testardo e così decido che la partita per oggi è chiusa. Ho fatto poco
più di 6 km che da queste parti è di gran lunga il mio record. Non è un caso
che lo scorso anno non riuscissi a raggiungere i 5 km. In compenso mi sento
più affaticato rispetto alla scorsa settimana, quando di chilometri ne avevo
fatti più di 22.
In ogni caso, alla strabiliante media di 1 km all’ora, ho onorato la mia
partecipazione alla 6 ore di Roma. Noi ci siamo alla Maratone della Speranza
e ci saremo anche quando la speranza lascerà il passo alla realtà.

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