Ecco qual è stato il suo percorso per arrivare a disputare competizioni di corsa di più giorni o le più strane e meno immaginabili, sorprendendo se stessa con sfide sempre più difficili e impensabili.
D. Qual è stato il tuo percorso per diventare un’ultramaratoneta?
R. Per puro caso. Ho cominciato a praticare sport a 12 anni, nel lontano 1969. Ho giocato per 15 anni a basket in Serie C/B. Il 25 aprile del 1978, invitata da un amico, ho partecipato alla mia prima gara podistica, in provincia di Torino, di circa 15 km. Correndo abbastanza bene, stanca ma soddisfatta. La mia prima maratona la ricordo molto bene, fu il 12 ottobre 1980, 1° Campionato Italiano di maratona femminile a Rieti. Arrivai 6^ in h 3:25. Per me fu come se avessi vinto la maratona, in quanto partecipai invitata da Elena Dugongo, grande maratoneta italiana. Io non volevo neanche partecipare, in quanto non preparata e poi la settimana dopo la maratona iniziava il campionato di basket di serie C. Il mio allenamento di preparazione della maratona fu che la settimana prima, ossia il lunedì e il mercoledì, feci circa 20 km in h 1,30; il martedì, giovedì e venerdì allenamento di basket; partenza sabato mattina per Rieti e domenica maratona.
D. Hai mai pensato di smettere di essere ultramaratoneta?
R. No. Finchè riesco a correre o camminare e la salute mi assiste, continuo.
D. Hai mai rischiato per infortuni o altri problemi di smettere di essere ultramaratoneta?
R. Sì, nel febbraio del 2014. Dopo aver fatto delle visite di controllo, facendo l’ecocardiogramma da un medico non sportivo, fui indirizzata in ospedale le per fare accertamenti più accurati, in quanto pensava che avessi un infarto in atto. Andai subito. Quando arrivai, mi classificarono con codice rosso (al che mi spaventai abbastanza) e mi ricoverarono in terapia intensiva per 3 giorni, facendo tutti gli esami del caso, compreso la coronografia. Meno male che tutti gli esiti erano a posto. Ho dovuto recuperare tutti gli elettrocardiogrammi degli anni precedenti, praticamente ho il cuore d’atleta. Da allora, però, quando mi sento più stanca e stressata del solito, faccio la gara con molta più tranquillità prendendomi tutte le pause necessarie.
D. Usi farmaci, integratori? Per quale motivo?
R. Attualmente prendo l’aspirina per il cuore. In genere non prendo medicine o integratori.
D. Ai fini del certificato per attività agonistica, fai indagini più accurate? Quali?
R. In genere no, a meno che non sia il medico sportivo a consigliarmi esami particolari.
D. E’ successo che ti abbiano consigliato di ridurre la tua attività sportiva?
R. No, anche perché non mi sono mai allenata oltre le 2 ore di corsa, per motivi di tempo, lavoro o famiglia. Quindi continuo a correre a sensazione.
D. Cosa ti spinge a continuare ad essere ultramaratoneta?
R. La passione, lo star bene e il fatto che posso mangiare quello che mi pare.
D. Hai sperimentato l’esperienza del limite nelle tue gare?
R. Correndo la 6 giorni e la 48 ore su tapis-roulant.
D. La 48 ore su tapis roulant è una gara, un allenamento? Puoi spiegare come l’hai sperimentato l’esperienza del limite?
R. Ho avuto occasione di fare una 48 ore su tapis roulant dietro invito di Pasquale Prandi. Lui voleva fare il record italiano di 48 ore su tapis roulant e ha chiesto se c’era qualcuno disponibile a fargli compagnia. Ho risposto di sì. La gara è stata effettuata nel centro della piazza principale di Potenza il 17-18 dicembre 2013, eravamo in 3 a fare questa manifestazione. Ho corso per km 219. Mentre si correva, in piazza c’erano altri tapis roulant per le persone disponibili a correre insieme a noi. Comunque ho corso anche una 24 ore per km 151 e una 12 ore per km 88, sempre su tapis roulant. Per quanto riguarda la 6 giorni, è già 3 anni che partecipo alla 6 giorni del Pantano a Potenza. Bellissima esperienza. Specialmente quando cominciamo a sentire la stanchezza, la solidarietà tra atleti viene fuori. Alle volte basta anche un piccolo sorriso per farti dimenticare la stanchezza.
D. Quali i meccanismi psicologici ritieni che ti aiutino a partecipare a gare estreme?
R. Provare a vedere se riesco a terminare la gara per sondare i miei limiti.
D. Quale è stata la tua gara più estrema o più difficile?
R. Forse la prima volta che feci la Pistoia-Abetone nel 1997, non conoscevo il percorso e le difficoltà. Mi dissi, se riesci a fare questa gara, sicuramente puoi fare tutte le gare che vuoi.
D. Quale è una gara estrema che ritieni non poter mai riuscire a portare a termine?
R. Non ci ho mai pensato.
D. C’è una gara estrema che non faresti mai?
R. Non lo so.
D. Cosa ti spinge a spostare sempre più in avanti i limiti fisici?
R. Sinceramente non penso mai dove posso arrivare, le cose mi capitano da un momento all’altro.Tutte le gare strane cui ho partecipato, sono sempre arrivate così all’improvviso, ho sempre deciso di partecipare nel giro di un mese o poco più. Mai calendarizzato una gara.
D. Cosa pensano i tuoi familiari e gli amici della tua partecipazione a gare estreme?
R. Diciamo che sono sempre stata ostacolata.
D. Come è cambiata la tua vita familliare, lavorativa?
R. Niente in particolare, ho continuato a lavorare, a crescere i figli.
D. Se potessi tornare indietro, cosa faresti? O non faresti?
R. Forse programmerei meglio la mia vita sportiva, avrei cercato qualche sponsor, avrei fatto meno sacrifici nella mia vita famigliare e lavorativa.
D. Ti va di raccontare un aneddoto?
R. Alla prima maratona di Rieti del 1980, quando vinse la maratona Maria Pia D’Orlando in h 2h46’, lei aveva 46 anni, praticamente il doppio della mia età. La invidiai in senso buono e mi dissi: “A 40 anni anche io andrò in nazionale, se ci arriva lei a 46 anni non vedo perché non possa arrivarci io”. In effetti, per puro caso a 42 anni, nel 1999, fui convocata in nazionale per partecipare al Campionato del mondo della 100 km.
D. Cosa hai scoperto del tuo carattere nel diventare ultramaratoneta?
R. Passione, costanza.
Marinella è determinata, quando si mette in testa una cosa, la porta a termine prima o poi. Se il suo sogno è percorrere una maratona palleggiando con due palloni, certamente la vedremo prenderli a schiaffi per le strade d’Italia.


