Monte Maggiore Virus Minore

Dal letto si vedeva il mare che si spargeva in una lunga riga di qui e la pioggia di là dalle onde. Col binocolo qualche essere vivente scivolava sul piano inclinato della spiaggia. Una donna correva come si usava fare una volta prima dei divieti asettici, aveva dei riccioli che si rompevano fragili tra il bagna asciuga e una lunga lacrima che le disegnava la pioggia.

Non so da quanto tempo non aprivo la capote e la pioggia mi ricordava quando andavo in moto da ragazzo. Le macchine erano sparite perché la domenica si stava in casa. Al distributore, sulla soglia del caffè, un cameriere stava guardando fuori verso l’autogrill deserto. Due occhi guardavano fuori dalla finestra. “Dove va?”. “Guardi che piove?”. “Posso venire?”. “Non ce l’ho”. Non so chi fosse si raggomitolò sul sedile accanto, ma non tossiva. Continuai a leggere il tachimetro, disteso con il piede a fondo con una mano che toglieva le gocce dagli occhiali. Mi gridò: “Sì, sì, brutto tempo. Il tempo è molto brutto, ma è l’ideale per farlo.” Tacque e il suo volto si accese come fossimo in fondo a una stanza semibuia a duecento all’ora.

Parcheggiai lontano sul Bisenzio. Scese e sparì. Qualcuno stava sulla soglia di un bar vuoto con un ombrello. Entrai. Dietro un tavolo al buio i numeri della vecchia bisca del Monte Maggiore. La cameriera mi fece un caffè. “Non corra fin dopo il ponte. Poi vada su”. Mi stava lontano forse sapeva da dove venivo. Presi il 72. Le prime gocce lo inzupparono bene. Camminai fin dopo il ponte, dopo una curva gettai la giacca e finalmente mi misi a correre.

Le corse clandestine vanno affrontate con tremenda serietà. Non si possono accogliere i reclami del giorno dopo. Nessun contatto, parola, respiro o sensazione di competizione. La propria dignità è di non ledere la salute altrui. Il piacere è il desiderio di correre in isolamento completo. Seguire le tracce collegati a un tracker clandestino. L’adrenalina delle prime trasgressioni lascia il posto a considerazioni per il proprio mestiere di corridore. La faccia contro la pioggia, il fiato proibito vecchio e pesante, piedi scassati e mani fredde. Sempre attenti che dietro alla curva compaia qualcuno. Si era messo a piovere più forte.

Nella nebbia su al ripetitore una volta c’erano dei maiali che sopravvissero alla pandemia. I cinghiali urlavano ancora e i cavalli selvatici stavano fermi sotti gli scrosci dopo il rifugio Gensini.

Ricomparve. “72. Hai fatto il giro?”. “43 km?” .”Andiamo”

 

Ormai era buio pesto e sulle palme continuava a piovere. Dalla villa vicina si sentiva suonare un’arpa. Stavo leggendo il mio libro. In una stanza vicina la TV era accesa sul programma dei contagi. Qualcuno bussò alla porta. “Avanti”. Alzai gli occhi dal libro. Sulla soglia c’era la cameriera coi due corazzieri. “Venga con noi!”

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