New York Marathon – 2/11/2014. Fuga da Manhattan

foto 2Non contento di ciò, ho contagiato pure mio figlio Carletto, 18 anni appena compiuti. La notte prima della gara, io non ho chiuso occhio come 4 anni fa. Carletto, invece, dormiva profondamente come se all’indomani andasse a fare una passeggiata al Central Park. Ad un certo punto, nel silenzio, lo sento cantare l’inno americano. Sicuramente sognava il podio. Per lui, partire, è stata la vera vittoria, come lo è stato per tanti altri. Passare il cancello dell’impossibile. Quando avevo la sua età, mi dicevo: “Prima dei 50 anni devo fare la Maratona di New York e scalare l’Everest”. Una quarantina di anni fa erano i sogni impossibili da realizzare. Per la maratona ci son riuscito. Per l’Everest mi son fermato sul Cervino. Ancora adesso, il 95% della gente, se si parla di maratona, la prima domanda è: “ Ma quanti km è?”; la seconda: “Ma hai fatto quella di New York?”. Nonostante tutto, New York City è ancora la capitale mondiale della maratona, come è capitale di tante altre cose, dalla finanza al teatro, passando per moda, letteratura e impresa.

Quest’anno, il vento con raffiche a 60km/h ha fatto da padrone, sia nelle lunghe ore sprecate prima della partenza, che sul ponte di Verrazzano. Due miglia dove ho messo a dura prova le mie scarse capacità di velista

Gli italiani al traguardo sono stati 1960, quindi ci sono stati 99 podisti che, o non sono partiti, o si sono ritirati.

foto 3Due anni fa, a causa dell’ uragano Sandy, la maratona venne sospesa all’ultimo minuto quando tutti erano già a New York. Tra questi c’ero anch’io! La domenica mattina andai al Central Park un po’ prima degli altri, verso alle 7 e mezza. Feci il giro di 10 km di Central Park al contrario, in senso antiorario. Verso le 9.00, spinto dalla compressione della folla che stava arrivando a fare la sgambatina sostitutiva alla maratona, uscii da Central Park. Imboccai la quinta strada verso nord e mi dissi: “Ma perché non me la faccio da solo la maratona?”. E così me ne andai su fino al Bronx per poi ritornare giù facendo tutta la 1st Avenue. A quel punto ho pensato: “Torno in albergo!”. Invece no! Era mezzogiorno, presi il Queensboro e andai nel Queens e poi giù verso Brooklyn. La mia amata Brooklyn! E così giù…giù…giù… cercando con una cartina piccolissima il percorso originario. Vedevo in certi punti quel che rimaneva dei preparativi della maratona, che poi non sono stati perseguiti. In alcune zone, specie in fondo Brooklyn, c’era parecchia devastazione. Però la maratona si poteva di certo fare! Arrivai fino al ponte di Verrazzano, che non è pedonale, e lì costeggiai il nord di Brooklyn sulla baia, dove veramente c’era la devastazione più assoluta. Arrivai fino a Yale, dove poi presi la metropolitana e tornai indietro. Alla fine furono quasi 60 i chilometri corsi. Era buio. La mia maratona al contrario era finita.

foto 4Quest’anno, invece, le varie organizzazioni si sono riprese alla grande e i numeri lo dicono. Ad esempio, quella con cui sono andato io, la “Born To Run”, aveva quasi 700 persone a seguito, di cui 400 che correvano. E’ molto curioso frequentare questo ambiente. Ci sono tre tipi di maratoneti. Ci sono quelli che la fanno per la prima volta, circa un terzo, e sono molto spaventati e stanno in un angolino in disparte ad ascoltare tutti i consigli e i segreti che vengono svelati ogni tanto dai guru presenti. Poi c’è la categoria di quelli che si preparano solo per questa maratona durante tutto l’anno e che al massimo ne corrono due o tre all’anno. Sono la maggior parte. Poi c’è la terza categoria, quelli che la corrono proprio per moda e per poter raccontare che sono stati a New York. E’ totalmente assente invece l’ambiente che frequentiamo noi, quello dei Supermaratoneti, che snobbano questo tipo di gara anche se è molto affascinante da un certo punto di vista. La grossa pecca dell’organizzazione con cui sono stato io è che, nonostante tutti i soldi versati, non son stati capaci di far partire me e mio figlio nello stesso barrel. Questo in pratica non ci ha permesso di correre insieme come avremmo voluto.

Per quanto riguarda New York come città, non ho una grande attrazione per la zona di Manhattan. La gente mi sembra molto “sottovuoto”. Sembra che abbiano una condizione esistenziale molto sopra il livello normale delle persone. Mi sembra invece che nelle zone periferiche, come il Queens e Brookyn, rispecchino di più il carattere effimero della condizione umana. Devo dire che anche la grande mela da qualche tempo ha spostato il suo centro dinamico e creativo più a est nel quartiere di Brooklyn e soprattutto nella zona Williamsburg che è vicino all’omonimo ponte. Qui si possono trovare artisti e musicisti e il clima è molto più effervescente di quello sterile e neutro che si può trovare a Manatthan.

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