NOSTALGHIA DEL MOTTARONE

di Paolo Gino

LIDO DI GOZZANO, 3 giugno 2022

Penso che ogni tipo di maratoneta, più o meno esperto, ricerchi qualcosa in particolare in ciò che corre. Quel qualcosa può cambiare con il tempo, con l’umore, con il periodo. Io, come ho sempre dichiarato, ho il punto debole del percorso: se il tracciato mi conquista con la sua atmosfera, tutto il resto viene messo in secondo piano.

Allo stesso modo ci sono maratoneti che apprezzano maggiormente velocità e blasone rispetto a luoghi capaci di farli emozionare.

Il Mottarone è come un libro di ricordi, di legami perduti, una corsa grandemente emozionale.

Siam tutti ormai montanari di città e crediamo mentre abitiamo a valle che il destino non abiti nelle montagne che abbiamo sopra la testa.

La chiamano la montagna dei Milanesi ma quando si sale si trasforma in un luogo più aspro, inospitale e puro: lassù si corre felici con la visuale dei sette laghi e il monte rosa.

Adesso dopo la tragedia della funivia del 23 maggio 2021 è passato un anno. Il nostro vecchio ristorante Eden ha chiuso, e il pilone con la fune tranciata è lì che ci guarda. La vita continua nonostante le 13 vittime.  Le idee presentate al ministero dal Comune di Stresa sono state tre: un rifacimento della linea su fune; un tronco fune Stresa-Alpino e poi dall’Alpino il ripristino del trenino a cremagliera; un’ipotesi più territoriale di unione del Lago d’Orta e di quello Maggiore. Quella che sembra si realizzerà è la ricostruzione di un impianto interamente a fune ma manca ancora, concretamente, il progetto dettagliato: il costo indicativo è tra i 25 e i 30 milioni di euro, contro i 70 che ci sarebbero voluti per un impianto misto.

Parlano addirittura di un modello Morandi, per snellire le procedure con un impianto moderno, innovativo e sicuro. E che ci sia magari una archistar a progettarlo, per ridare vita a questo “territorio” che sta pian piano morendo.

Ieri salendo al tramonto per la tradizionale cena pre maratona il Mottarone  mi guardava con malinconia, come se ci stesse perdendo. Credo davvero che il silenzio spettrale che avvisava lassù ci fa arrendere lasciandoci ai nostri pensieri.

Ricordo bene le lacrime del proprietario del ristorante Elio e di sua madre Eden proprio dietro la stazione di arrivo della funivia   durante la cena del Club del 6 agosto scorso.  Ricordo che non capivo bene perché la  gente si fosse allontanata da questo, se per lutto o rispetto dei morti. Risalendola l’altra mattina per tracciare il percorso gara  con mio figlio in solitudine cercavamo di farci lentamente una ragione e ritrovare la pace.

Sembrava di essere in una bolla come ci fossimo trovati e ritrovati in una pausa delle nostre esistenze: quella che mette fine a un’età e ne precede un’altra, anche se questo lo capiremo soltanto dopo.

La storia della Maratona del Mottarone deve andare avanti, è un’ascensione dura ma lineare che tocca le nostre corde   più profonde perché si tratta di qualcosa di semplice, che noi tutti possiamo avere sperimentato. Un’amicizia di infanzia per un luogo, il rapporto puro con una vetta accessibile, quello con la sensazione che si prova guardando i tramonti di lassù, e il riguardarsi indietro e constatare quanto non avessimo capito del nostro passato, nel momento in cui lo vivevamo e quanto ci manca adesso salirci lassù con la pace nell’animo.

È, per lo stesso motivo, che ogni maratoneta ci salirà pensandola diversamente da un altro al riguardo: c’è chi dice che è meglio il percorso all’inizio e la fine meno e viceversa. Ad ognuno piacerà quello che a lui ricorda qualcosa e, di conseguenza il paesaggio che gli ha fatto provare l’emozione più forte.  Per me rimane il km 19 quello in cui si corre sullo spartiacque con il lago maggiore a destra e il lago d’Orta a destra e sembra di pilotare il piccolo aereo dei nostri ricordi.

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