Day 1 – Un Percorso Pianeggiante
Paolo Gino ci attrae sul Lago d’Orta con la promessa di sottrarci al caldo torrido di questo agosto infocato, dicendo che l’anno scorso, in occasione della prima edizione della manifestazione da lui organizzata, al pomeriggio pioveva sempre, e il cielo sembra dargli ragione, le nuvole coprono la vampa del sole e la temperatura pare ideale. Negli occhi di tutti arde lo stesso sogno, un sogno lungo 10 giorni, nel cuore di ciascuno le proprie intime speranze, dubbi, scommesse, incertezze, follie. I podisti e le podiste venuti dall’estero numerosi mi chiedono delucidazioni sul percorso ed io ripeto pedissequamente quanto spiegato da Paolo Gino: un percorso pianeggiante lungolago, da ripetere 4 volte, 2 all’andata e 2 al ritorno, massimo relax, dunque. Ed è proprio durante il primo ritorno che gli amici stranieri, incontrandomi mentre veleggio nelle ultimissime posizioni, mi fulminano con sguardi dal perplesso all’ironico al vagamente irritato: sì, qualche metro di pianura c’è, ma in quel caso il fondo è sabbioso o ghiaioso o sconnesso; per il resto, è tutto un su e giù su terreni diversi con pendenze anche importanti. Amici podisti, non fidatevi mai degli organizzatori!
Day 2 – Avevamo Scherzato!
Sì, perché la temperatura umida ma gradevole del primo giorno lascia posto, così come per i seguenti otto giorni, a un cielo azzurro terso immacolato immutabile, che assume un colore metallico di platino alla metà del dì, quando Febo lancia implacabile i suoi raggi che le fronde non riescono a smorzare. La vampa viene riflettuta dall’asfalto verso il podista che avanza forse per inerzia tra gli sguardi compassionevoli dei turisti che si godono un gelato sulla panchina all’ombra o fanno il bagno nelle chiare dolci fresche acque del lago, che, vicino ma irraggiungibile, lambisce incessante con un dolce suono di risacca la nostra via verso il Golgota dei 42,195. Trascorro la prima mezza maratona a parlar di storia dell’arte con l’architetto Zanta con mio goloso arricchimento culturale e negli ultimi quattro chilometri raggiungo una coppia di donne e podiste notevoli: sono Jole e la sua amica Elisabetta e la prima, veloce plurimaratoneta, sta accompagnando la seconda alla conclusione del suo Sogno: portare a termine la sua prima maratona. Elisabetta è provata, con bolle di ustioni sui polpacci e crampi ovunque e la spada del Tempo Limite che incombe, ma ha negli occhi la felicità di un’impresa che non è da tutti, specialmente in temperature sahariane.
Day 3 – Per non parlar del Lago
Protagonista indiscusso delle 10 in 10, in quanto dà il nome a tutta la manifestazione, è il Lago d’Orta, che però non ha più bisogno di nome, ché nel gergo dei partecipanti e nel dipanarsi dei giorni e delle maratone, diventa semplicemente Il Lago, epitome di tutti i laghi del mondo, l’archetipo, l’essenza stessa dell’acqua allo stato lacustre, che non è fiume, non è mare, non è pioggia, è qualcosa di molto più chiuso, avvolgente, ammaliante, liquido amniotico solo apparentemente stabile, ma in realtà foriero di nuova vita, o di nuova morte. Se proprio gli si vuol dare un nome, lo si può chiamare La Belle Dame Sans Mercì, seduttrice, capace di attirare in una dimensione parallela, in cui il tempo si è fermato e in cui tutti i personaggi ripetono ossessivamente la loro parte, come i podisti che corrono, immemori del giorno, del chilometro o persino della propria stessa sostanza corporea. Il Lago è una presenza incombente, lo senti vicino anche nei tratti del percorso in cui non è visibile, sembra chiamarti con promesse di piaceri ineffabili, come ha chiamato coloro che nei secoli hanno perso la vita nelle sue troppo placide acque. I suoi silenzi non vengono scalfiti dal vociare dei turisti o dall’affannarsi dei maratoneti, che si sperdono impalpabili sulla superficie come vapori primordiali sulla terra neonata, e riecheggiano lontani nelle preghiere delle suore di clausura sull’incontaminata Isola di San Giulio, le loro voci virginali e lievi più forti del mondo che ci stritola e ci condanna a correre per salvarci l’anima.
Day 4 – La Casa–UFO
Il percorso delle 10 in 10 è molto vario e nient’affatto noioso. Si parte dalla riva del Lago in zona Lido di Gozzano e ci si dirige subito verso un boschetto ombroso di lecci, dove il selciato è formato da un grosso acciottolato regolare, che si trasforma poi in strada asfaltata e in sentiero, oltrepassato San Maurizio d’Opaglio, e attraversa piccoli agglomerati di villini sobri e fioriti, risultando molto gradevole nei primi cinque chilometri. A questa altezza si incontra il Ristoro di Omar, sempre sorridente e incoraggiante, luogo di conforto per il decamaratoneta perché, sulla strada del ritorno al secondo giro, segna il 37esimo chilometro e la consapevolezza di avercela quasi fatta. Proprio qui, alzando lo sguardo, si nota una costruzione molto diversa dalle altre, con pareti ellittiche, colori bruniti e vetri offuscati, del tutto simile ai dischi volanti della vecchia serie televisiva UFO – Base SHADO. Era una delle serie che amavo di più da ragazzina, con il comandante Straker biondo platino e la giacca attillata abbottonata fino al mento e il colonnello Paul Foster, moretto con gli occhi azzurri, coraggioso ma umano, raramente innamorato e mai felice, che è stato forse il mio primo eroe televisivo, una specie di ideale, di principe azzurro a cavallo di un Intercettore. Gli UFO in quella serie erano come trottole vorticanti, che emettevano un sibilo sinistro, riprodotto da un sintetizzatore. Si parla del 1969, e gli effetti speciali furono giudicati all’avanguardia per i tempi. Ed ecco che proprio lì, a quinto chilometro, a osservare imperscrutabile le acque del lago, ritrovo una casa fatta esattamente come i quei dischi spaziali alieni, provenienti da un pianeta morente e destinati all’incomunicabilità con la razza umana. Mille ricordi mi affollano la mente mentre proseguo il mio faticoso cammino verso il traguardo delle 10, e ringrazio gli architetti iperbolici che mi danno modo di distrarmi dal dolore delle vesciche ai piedi che non riesco a far rimarginare da un giorno all’altro. Forse da quella casa spunterà il colonnello Paul Foster con un unguento alieno per le vesciche e mi porterà via, lontano da quella sofferenza, sul suo Intercettore bianco…
Day 5 – Squadrone Day
Definizione di Mito dal dizionario Treccani (seconda accezione): “idealizzazione di un evento o personaggio che assume, nella coscienza dei posteri, ma anche dei contemporanei, caratteri e proporzioni quasi leggendari, esercitando un forte sentimento di attrazione sulla fantasia e sul sentimento di un popolo o di un’età […]”. Ebbene, Angelo Squadrone per me ha da sempre, dal primo momento in cui sono venuta a conoscenza delle sue gesta, assunto le dimensioni di un Mito: classe 1929, come il mio caro papà, colonnello dei paracadutisti, campione europeo over 80 sui 10.000 e mezza maratona, recordman di categoria in maratona. Figuratevi come mi sono emozionata quando l’ho visto allinearsi sulla linea di partenza. Ero troppo intimorita ed emozionata per presentarmi ufficialmente, e lui mi ha salutato amichevolmente con un ciao, come tutti, non esitando a staccarmi subito in partenza e facendo così svanire le mie speranze di fare la sua conoscenza e scambiare qualche parola in corsa. Tuttavia, alla seconda fontanella dopo la mezza, inspiegabilmente lo trovo fermo a bagnarsi le gambe, in preda ai crampi. Tutti lo conoscono, tutti lo salutano, ma a fermarsi per dargli, per quanto possibile, una mano, sono solo io. Angelo è perfettamente in controllo e consapevole della sua situazione, mi spiega che soffre abitualmente di crampi quando fa caldo e che se avesse un po’ di ghiaccio potrebbe ripartire, ma così non ce la fa e si gira per tornare indietro verso il traguardo e ritirarsi. Allora entra in azione la mia fenomenale parlantina, di certo più lesta delle mie gambe, e si comincia a chiacchierare un po’ di tutto come vecchi amici, così, tanto per distrarlo dal proposito di ritirarsi. Intanto passa Gianfranco Gozzi di ritorno dai suoi 10 km giornalieri e, visto che è dotato di telefono, gli chiediamo di chiamare qualche paramedico con del ghiaccio. Angelo riprende a camminare ancor prima dell’arrivo del ghiaccio, e così andiamo insieme, il Maestro e Margherita (forse quel giorno portavo in mano fiori gialli, pur non sapendolo, è così che ci si incontra, con un segnale che solo quella persona sa riconoscere, un fiore, un albero, un quadro, un Gozzi col cellulare… avevi ragione tu, Misha Bulgakov), e lui mi rende partecipe di tanti aspetti della sua vita, agonistica e non. Il Mito, ora che mi ha aperto il suo cuore, è diventato Umano, ma senza perdere nemmeno un centimetro della sua statura epica. Alla fine arriva anche il ghiaccio, il mio campione si ferma e mi impone di andare avanti, ma il … ghiaccio è stato rotto, e da quel momento il Mito è un Amico. Per inciso, Angelo Squadrone quel giorno è riuscito a completare la maratona un minuto entro il tempo massimo: dopo essere arrivata al traguardo, torno indietro per andargli incontro e insieme (ri)percorriamo l’ultimo chilometro.
Day 6 – La Verniciatura del Cancello
L’estate, si sa, con le favorevoli condizioni meteorologiche, è stagione consona ai lavori di manutenzione all’aperto e allo sbocciare di profumati e sgargianti fiori. E così, proprio come fulgidi fiori, lungo il percorso della maratona appaiono all’improvviso cinque ventenni a torso nudo, intenti in lavori di scartavetramento e verniciatura di un cancello, i corpi abbronzati imperlati di sudore per la calura e l’esercizio fisico. I cancelli sono ampi, in ferro battuto, e la vernice bianca è scrostata in molti punti. I cinque ragazzi, alti, biondi, dai sorrisi bianchi, discutono sulla divisione di compiti: “Io scartavetro qui, tu dai la prima mano sopra, tu che sei più alto fai le punte…” Si muovono flessuosi, divinità asgardiane discese dal Valhalla appositamente per alleviare il penoso trascinarsi di questa podista, ormai in là con gli anni, ma non ancora insensibile alle bellezze del creato. Oggi li immagino ancora e perennemente lì, intenti alla loro opera seria e serena, come il giovane e la pastorella immortalati da Keats in “Ode a un’Urna Greca”, lui per sempre voglioso di un bacio in cerca di lei, per sempre innamorato, per sempre proteso verso la sua bella senza mai raggiungerla. Nel vederli, mi sovviene alla mente un personale cantico delle creature: Grazie o Dio per sore Maratone e sore Vesciche corporali, ma laudato sii Tu anche per sora Giovinezza, eterna, incorrotta e ridente.
Day 7 – Gli Angeli esistono e il Mio si chiama Antonio
Dotato di ben accessoriato camper e Signora, era sbarcato sui lidi dell’Orta un podista assai particolare, sempre sorridente, che correva senza i calzini e con la punta delle scarpe tagliata via, e con quell’attrezzatura tecnica e pur non essendo un ragazzino terminava felice tutte le sue maratone in poco più di 5 ore, correndo leggero e, all’apparenza, spensierato (il suo tempo finale sulle 10 in 10 sarà di 55h47’). Il suo nome? Antonio Niego, che presto sarà da me ribattezzato in Angelo Custode. Uomo sinceramente e spontaneamente generoso, tra tutti era stato da subito quello che aveva osservato e capito maggiormente la mia sofferenza, dal momento che avevo iniziato le 10 in 10 con i piedi ancor funestati dai vesciconi della 24 ore del Pantano e mi trascinavo penosamente di mattino in mattino. Incontrandomi sul percorso, avanti e indietro, mi sorrideva e incoraggiava, nonostante il dolore mi costringesse ad andature più che blande, e il sesto giorno aveva vinto la sua naturale ritrosia e il suo riserbo e mi aveva chiesto di lasciargli le scarpe da corsa, che per la maratona successiva me le avrebbe sistemate lui. E così è stato: “Guarda ninìn, le tue scarpe son lì sul muretto. Usa quelle lì oggi. Fidati.” Mi volto a guardare e dal muretto occhieggiavano le mie vecchie Pegasus, sorridendomi con la bocca di due vecchiette sdentate: la parte superiore della tomaia era stata completamente asportata, trasformandole nel famoso modello Niego Sprint da ultramaratona. Le ho calzate e subito ho sentito che i piedi gioivano, le dita si muovevano e respiravano e la sofferenza uggiosa che mi perseguitava senza tregua aveva lasciato il posto a un senso di leggerezza e libertà. Che l’intervento sia stato risolutore è testimoniato dai risultati da me conseguiti nelle tre ultime maratone, tutte corse con quel modello innovativo di calzature e terminate sempre poco sotto le 6 ore, mentre prima dell’intervento angelico riuscivo a malapena a rimanere entro le 7 ore del tempo limite. Gli Angeli esistono, e io non smetterò mai di ringraziare il mio. Corri sereno, Antonio!
Day 8 – Le 850 di SuperPiero
Di Vito Piero Ancora è quasi superfluo parlare, tutti lo conosciamo, ammiriamo, stimiamo. Ma mi piace puntualizzare quella che per me è la sua dote principale, pur possedendone in quantità, dalla tenacia, alla forza pura e semplice, all’entusiasmo, alla passione, alla gentilezza squisita, all’umiltà, alla infinita saggezza, alla conoscenza puntuale del mondo del podismo, all’amore per la lirica: la capacità di sorprendersi e commuoversi, come un bambino. E così alla pizzata collettiva in suo onore in occasione della sua ottocentocinquantesima tra maratone e ultra, vedo i suoi occhi umidi di pianto quando Paolo Gino scopre le tre torte che ha fatto realizzare appositamente per lui: la prima a forma di gigantesco 8, la seconda a forma di 5 e la terza tradizionalmente tonda, ma con un buco in mezzo: 8 5 0. In quel momento di sincera commozione, siamo tutti uniti nel pensiero dei nostri grandi supermaratoneti, donne e uomini, di oggi e di ieri ma tutti in qualche modo presenti, celebrandoli insieme a Piero in queste sue prime 850 maratone.
Day 9 – La Corrispondenza
Per chi, come me, è nata sul mare, l’ambiente lacustre risulta un tantino soffocante e malinconico, privo delle ondate di spuma bianca, dell’orizzonte sconfinato, del vento che gonfia le vele veloci, del sale che ti bacia incrostandoti e bruciandoti la pelle. Altre sono le emozioni che va cercando chi si rivolge al Lago, e tutte si possono ritrovare in quell’unico, geograficamente insignificante luogo racchiuso dalle acque d’Orta, l’Isola di San Giulio. Meta di una delle tante gite serali organizzate da Paolo Gino, sull’isola si trova un monastero di suore di clausura, attorno al quale si dipana ad anello la Via del Silenzio e della Meditazione, così chiamata per una serie di cartelli su cui sono poste massime scritte da Anna Maria Canopi, badessa del monastero. Se si percorre l’isola in un senso, si troveranno, a intervalli regolari, cartelli di ferro laccato di nero con parole bianche che parlano del silenzio, mentre, ripercorrendo la via in senso contrario, sul lato opposto del cartello, le massime si ispirano alla meditazione.
SILENZIO
Ascolta il silenzio
Ascolta l’acqua, il vento, i tuoi passi
Il silenzio è il linguaggio dell’amore
Il silenzio è la pace dell’io
Il silenzio è musica e armonia
Il silenzio è verità e preghiera
Nel silenzio respiri Dio
Nel silenzio incontri il Maestro
MEDITAZIONE
Il viaggio inizia da vicino
Il viaggio inizia con il primo passo
I muri sono nella mente
Accettati, cresci, matura
Se arrivi a essere ciò che sei, sei tutto
Quando sei consapevole, il viaggio è finito
Il saggio sbaglia e sorride
Tornatore ha ambientato il suo ultimo film, La Corrispondenza, tra le brume di Edimburgo e York e quelle di quest’isola. Qui la protagonista, venuta seguendo le tracce del suo sfuggente amore, non raggiungerà l’uomo della sua vita, che non vive più qui, ma vi troverà risposte e, forse, una Casa.
Day 10 – Fine del Sogno d’Estate
Giovan Battista Vico diceva che la Storia ha un andamento circolare, e l’ultimo giorno delle 10 in 10, dopo otto lunghi giorni di arsura e aridità, ci riporta la pioggia e il fresco dell’incipit. La mia gioia è infinita, corro la mia maratona migliore, da discreta passista quale sono, e raggiungo la consapevolezza della mia personale vittoria: averle corse tutte. Le premiazioni, la felicità dei vincitori finali e di tutti i ventitré finishers, la tensione che si scioglie come lacrime nelle acque del Lago. Domani si sbalisa, si smobilita, si torna alla normalità, si esce dalla dimensione estatica di aspettative, sofferenze, crisi, resurrezioni, dubbi, con gli occhi pieni di bellezza e le giunture piene di guai.
Il Sogno è finito. Come in Shakespeare, gli elfi e le fate, Oberon e Titania, Ermia e Lisandro, Elena e Demetrio, Ippolita e Teseo, Piramo e Tisbe ci danno il loro commiato con le parole di Puck. Sta a noi mantenere nella vita reale quella dimensione spirituale che, sola, può rendere dei grumi di materia capaci di aspirare alle stelle.
(Monologo finale di Puck)
PUCK
Se noi ombre vi siamo dispiaciuti,
immaginate come se veduti
ci aveste in sogno, e come una visione
di fantasia la nostra apparizione.
Se vana e insulsa è stata la vicenda,
gentile pubblico, faremo ammenda;
con la vostra benevola clemenza,
rimedieremo alla nostra insipienza.
E, parola di Puck, spirito onesto,
se per fortuna a noi càpiti questo,
che possiamo sfuggir, indegnamente,
alla lingua forcuta del serpente,
ammenda vi farem senza ritardo,
o tacciatemi pure da bugiardo.
A tutti buonanotte dico intanto,
finito è lo spettacolo e l’incanto.





