Non è il primo che lo fa e forse anche molti altri lo stanno facendo contemporaneamente a lui. Tutti abbiamo sognato essere Phileas Fogg, l’eccentrico inglese protagonista del romanzo Il giro del mondo in 80 giorni, pubblicato da Jules Verne nel 1872. Gli inglesi in questo settore sono dei precursori: Thomas Cook organizza proprio nel 1872 il primo giro del mondo turistico. Ma quali possono essere le motivazioni che spingono persone normali a lanciarsi in avventure così estreme e che a volte occupano metà della vita di chi le compie? Forse una scommessa, la voglia di notorietà, il desiderio di stabilire un primato su percorsi inediti, oppure per attirare l’attenzione su temi storici o politici con raccolta di fondi e consensi. Ai tempi del colonialismo e l’imperialismo, muoveva la voglia di conquista e di esplorazione geografica. Nel nostro piccolo quando andiamo a fare una maratona nuova ci sentiamo esploratori, e appena appendiamo la medaglia conquistatori!
Sono tantissimi quelli che hanno fatto il giro del mondo a piedi. Il più strano è quello intrapreso Arthur Blessitt (USA), che ha fatto il giro del mondo a piedi in 33 anni, dal 25-12-1969, percorrendo 55.524 km attraversando tutti e sette i continenti, inclusa l’Antartide e portando sulle spalle una croce di 3,66 metri. Ce ne sono altri che lo stanno facendo ora. Lo spagnolo Ignacio Dean Mouliaà tenta l’impresa in cinque anni di viaggio. Un itinerario lungo 73 mila km e 44 Paesi. Con sé, in un carrello, il minimo indispensabile per sopravvivere:
www.lettera43.it/tag/ignacio+dean+mouliaa
Ci sono anche alcuni italiani, i cui blog si possono trovare facilmente.
Carlo Taglia, 27 anni: http://karl-girovagando.blogspot.com
Enrico Cattaneo: www.mondoviaterra.blogspot.com
Robert Garside conosciuto come “Runningman” è un britannico di 40 anni ed è stato proclamato ufficialmente, attraverso l’inserimento nel Guinness dei primati, “Il primo uomo ad avere fatto il giro del mondo di corsa”. Solo al quarto tentativo è riuscito a compiere l’impresa di correre per 48 mila km attraverso 5 continenti e in 30 nazioni, passando attraverso deserti, foreste e montagne. Partito nel 1997 da New Dehli in India, è ritornato trionfante nella capitale indiana nell’estate del 2003, dopo cinque anni e otto mesi trascorsi a correre in 30 paesi e numerose città del pianeta. Ci sono voluti quasi quattro anni perché i giudici del libro dei Guinness convalidassero il record. Durante il suo tragitto ha incontrato diversi ostacoli. In Pakistan è stato rapinato, in Russia è sfuggito a una sparatoria e in Cina è finito per qualche giorno in galera a causa di una questione burocratica; in Messico e a Panama è stato assalito dai ladri, in Colombia si è ritrovato nelle zone di scontri fra guerriglieri ed esercito. Ha dormito nella neve dell’Himalaya. Ha attraversato deserti, foreste e montagne e spesso – come ha ammesso – ha trascorso la notte in cella «solo perché era più sicura». La media che ha cercato di mantenere è stata di circa una sessantina di chilometri il giorno, da percorrere in otto ore: la sua andatura, doveva essere di almeno nove chilometri e mezzo l’ora. È passato anche dall’Italia alla fine del 2002. Avrebbe dovuto proseguire per l’Eritrea e poi per l’Etiopia, ma a causa del pericolo di mine anti-uomo segnalato in questi paesi Robert ha cambiato itinerario. Per documentare l’impresa ha raccolto in un pacchetto tutte le ricevute e ha ripreso tutti gli angoli e le città con una piccola videocamera e un apparecchio fotografico. Il suo prossimo progetto è attraversare l’Antartide di corsa.
Il 13 settembre 2013 invece ha concluso il suo viaggio l’australiano Tom Dennis che ha conquistato un incredibile record, percorrendo il giro del mondo a piedi di corsa in 20 mesi, con una media pari ad una maratona al giorno per 622 volte consecutive. È diventato così la persona più veloce ad aver mai compiuto una simile impresa, correndo la bellezza di 26 mila km, dai ghiacciai ai deserti, dalle spiagge all’alta montagna. Partito il 31 dicembre 2011 dall’Opera House di Sydney, è giunto il 13 settembre nella baia della metropoli australiana, dopo aver attraversato i cinque continenti, in compagnia della moglie Carmel, sua prima tifosa, che lo ha incoraggiato nei momenti difficili di questa faticosa avventura. Un vero Supermaratoneta che ha corso attraverso il Grand Canyon, ha attraversato le Ande e infine in Australia ha attraversato il deserto di Nullarbor, 650 km in condizioni fra le più aride al mondo (e il nome rende bene l’idea). Tra le curiosità, ha consumato ben 17 paia di scarpe e raccolto anche 31 mila euro da devolvere in beneficienza.
Ma torniamo a Paul Salopek. Non è un runner e non vuole stabilire nessun record. L’ho conosciuto leggendo il National Geografic, rivista che lo sponsorizza. È un famoso inviato di guerra, vincitore di due Pulitzer. Il Premio Pulitzer è un premio statunitense, considerato come la più prestigiosa onorificenza nazionale per il giornalismo, gestito dalla Columbia University di New York.
Inoltre il suo è un viaggio sulle orme e con i mezzi dei nostri antenati, i primi uomini che circa 60 mila anni fa lasciarono l’Africa come Adamo ed Eva lasciarono l’Eden, e in poche migliaia di anni riuscirono a colonizzare l’intero pianeta. Paul proprio un anno fa è partito da Herto Bouri, un villaggio nel cuore dell’altopiano etiopico dove sono stati trovati i resti fossili di una delle più antiche specie di ominidi. Ha attraversato il deserto della Dancalia in compagnia di una guida e di un paio di dromedari, fino a Gibuti, dove si è imbarcato per l’Arabia Saudita. Proseguirà per il Medio Oriente, attraverserà l’Asia centrale, risalirà dalla Cina fino alla Russia siberiana, passerà in nave lo Stretto di Bering, sbarcherà in Alaska e scenderà lungo tutta la costa occidentale del continente americano, sempre camminando, “a cinque chilometri l’ora, la velocità per cui è programmato il nostro corpo”, dice. La meta finale è la Terra del Fuoco, il punto più lontano raggiunto dall’uomo nella sua colonizzazione delle terre emerse. Se tutto va secondo i programmi, ci arriverà nel 2020. Oltre a un cambio d’abito, qualche medicina, cibo e acqua, carta e matita, Salopek porta nello zaino un telefono satellitare e un computer portatile. Aggiorna costantemente il suo blog e ogni tanto si affaccia su Twitter (fonte: La Repubblica). Ma alla velocità con cui le informazioni si diffondono nell’era della rete, Salopek contrappone il suo slow journalism, una filosofia che per sua stessa ammissione ricorda quella di Slow Food. Qualità nella scrittura significa poter approfondire, fare collegamenti, scoprire che cosa c’è dietro un titolo di giornale o una notizia riassunta in 30 secondi da un servizio in tv. Questi che seguono sono alcuni brani estratti dal suo blog in esclusiva per National Geografic.
«A chi mi chiede se sono pazzo rispondo: è una domanda che mi faccio da un sacco di tempo, quindi questo viaggio non cambia molto le cose. Voglio chiarire però che non sono partito per portare a termine un’impresa sportiva, non voglio entrare nel Guinness dei Primati. Sono qui perché penso che andando più piano il mio lavoro migliorerà, avrò più storie significative da raccontare. Se smettessi di trovarlo interessante, potrei fermarmi anche domani. Ma finora è stato interessantissimo».
«Sono in viaggio. Inseguo un’idea, una storia, una chimera, una follia forse. Do la caccia ai fantasmi. Partendo dalla culla dell’umanità, la Rift Valley dell’Africa orientale, voglio ripercorrere a piedi il cammino degli antenati che per primi andarono alla scoperta della Terra, 60 mila fa. Quello fu e rimane di gran lunga il viaggio più straordinario della storia. Non solo perché ci ha permesso di conquistare il pianeta. Quei primi Homo sapiens che si avventurarono fuori dal continente in cui erano nati – in tutto non più di un paio di centinaia di persone – ci hanno anche tramandato le caratteristiche che oggi consideriamo tipicamente umane: il linguaggio complesso, il pensiero astratto, la predisposizione per l’arte, il talento per l’innovazione tecnologica, la diversità genetica dei popoli che oggi abitano il pianeta. Sappiamo pochissimo di quei pionieri. Attraversarono lo stretto chiamato Bab el Mandeb, la porta delle lacrime che separa l’Africa dall’Arabia, e in appena 2.500 generazioni – un batter d’occhio in termini geologici – si moltiplicarono e si dispersero fino al più remoto angolo abitabile del pianeta. Qualche millennio dopo, seguo le loro tracce. Basandomi sulle evidenze fossili e su una disciplina in pieno sviluppo – la genografia, che analizza il Dna delle popolazioni viventi alla ricerca di mutazioni utili per ricostruire le antiche diaspore – partirò dall’Africa e mi dirigerò a nord fino al Medio Oriente.
Da lì, seguendo l’antica rotta, andrò a est attraversando le vaste pianure dell’Asia fino alla Cina, poi punterò di nuovo verso nord fino alle ombre gelide della Siberia. In Russia salirò su una nave per raggiungere l’Alaska e poi, un passo dopo l’altro, scenderò lungo la costa occidentale del Nuovo Mondo fino alla Terra del Fuoco, l’ultimo orizzonte continentale raggiunto dalla nostra specie. In tutto, camminerò per 33 mila chilometri».
«Camminare è cadere in avanti. Ogni passo è un tuffo bloccato, un crollo scongiurato, un disastro evitato. In questo senso camminare diventa un atto di fede che si ripete ogni giorno: un miracolo in due battute, un tenersi e lasciarsi andare. Per i prossimi sette anni cascherò in giro per il mondo».







