PAESAGGIO

di VITO CARIGNANI

Caleidoscopio di luoghi, contrade, sensazioni, visioni, particolari, colori, conoscenza, esperienze vissute, da vivere. Paesaggio, l’istrice vagante verso la meta sperata, la lucciola frangente di notte, la salamandra con la scia del percorso disegnata, l’arcobaleno specchio dell’infinito. Il paesaggio, non scoperta nel senso di percezione, ma vita esistente oltre, al di la del momento visivo. Ci accompagna nel vissuto percorso vitale in sequenza temporale di luoghi differenti per bellezza. Ricordi per sempre scolpiti: ecco Smerillo, piccolo borgo di Servigliano, a 800 metri slm, cui pervenni il giorno prima della maratona del Piceno a passarvi la notte con la famiglia. I tornanti del monte Conero variopinti di profumate fioriture, colorate arnie annebbiate da miriadi d’api. I Sibillini dalle aspre punte all’orizzonte frontale. Fissato il ricordo del borgo Smerillo, chiamato il tetto delle Marche con ad ovest i monti Sibillini, ad est il Gran Sasso.  

Già il Gran Sasso, l’Ultra di 50 km del mio amico Franco Schiazza, percorsa ben otto volte, prima da Castel del Monte, indi partenza da Santo Stefano di Sessanio, venti km Campo Imperatore, mandrie di argentee mucche, pecorino, canestrato, La Medicea Piazza di Santo Stefano, la bottega di Nonna Peppina col miele di coriandolo, manuka, castano, girasole, corbezzolo prodotto dalle arnie della sottostante valle, sconfinante alla vista oltre l’orizzonte.

Se per due settimane, ogni mattina, percorri 10 giri di 1.300 metri a metabolizzare 8 ore di Ultra Maratona da fare a Palagiano il 20 novembre, non autorizzata per allerta maltempo non avvenuto, che fai? Esci di buon mattino per 13 km con alquanta delusione, non come corroborante, tonico defaticamento. Nel tratto primario nemmeno il tempo di gustare, mai scoprire, il ben noto paesaggio. Osservi i ben noti muretti a bordo strada abbattuti, nuovi abitati in aggiunta ai preesistenti. D’ ambo i lati equilibrato parametro di terreno/ville, alberi ornamentali, terreno atto a colture intensive, tanto decantate dal sociologo, economista Max Weber nello studio degli orti suburbani ottocenteschi. Più in la e per i primi 5 dei 13 km, ambiente sostenibile per decoro viario, muri secolari di pietra viva con affioranti rovi ad intensità crescente, adornati da fioriti petali di future saporite more. Non più spazzatura, materiale di risulta ad abbruttire, oltraggiare il naturale, millenario splendore del luogo. In corso graduale riconversione colturale post Xylella.

Alquanto pretestuoso discettare di paesaggio, quasi scoperta, quasi una caccia al tesoro. Mi ha sempre incuriosito buona parte dei terreni, tratturi rimasti, da me percorsi, affioranti da spuntoni argillosi, quasi scogli di mare. Ho cercato colmare quest’ ignoranza in materia per digiuno di un determinato complesso di nozioni, con analitica dettagliata documentazione. L’ esistenza di banchi di roccia calcarea, cretacica tra Lequile e Cavallino. I dati indicano connessioni idrauliche laterali e verticali tra l’acquifero cretacico profondo e quello miocenico superficiale, provocate localmente dallo stato di fratturazione delle rocce mioceniche.

La pietra leccese affiorante in corrispondenza di Acaia, Lecce e Cavallino lascia il posto ad ovest di Cavallino alla calcarenite di Gravina- spessore 40 cm circa-, sul quale poggiano immediatamente ad est di Lequile, lembi di argille subappenniniche e depositi marini terrazzati (quelli che ho immaginato sempre punte di scogli affioranti).

L’ esistenza di banchi di roccia calcarea cretacica compatta sovrastante l’acquifero carsico (come da Lequile e Cavallino) comportano, infatti, un confinamento della falda profonda, le cui altezze piezometriche sono dell’ordine di tre metri slm. Tra i territori di Lequile e Lecce vi sono, dei casi in cui l’acquifero superficiale è solo apparentemente separato dall’ acquifero cretacico profondo. Detto acquifero presenta spessore variabile tra 20 e 30 metri e la falda risulta freatica, nei pressi di Lequile e confinante verso Lecce. Questo dato finale mi spiega la ” Nuera” te Maria Quarta, di cui sentivo parlare nella mia prima infanzia.

Dato che non mi interessa “la scoperta” del paesaggio superficialmente decantato, sempre nella concretezza positiva in prospettiva, mi faccio un augurio. Prima che trapassi “a miglior vita”, da notare il voluto eufemismo: io passerò a miglior vita, ma l’augurio personale mai avverrà. Quale? “LE TRINCEE” vengano alla luce, se esistono, fatte la seconda guerra mondiale. Lequile avrebbe rispondenza, forse, su scala nazionale. A parte gli eufemismi, è urgente bonificare i circa 2 km di “terra di nessuno” prospiciente le trincee, porvi accorgimenti tecnici, sanzionare gli scellerati del paesaggio.

Ringrazio l’amico di una vita di sport attivo, Vito Litti che me ne parlò. Oggi, transitando solingo a ridosso a piedi, più volte l’anno, non ne avrei conoscenza. Bello, fruttuoso, culturalmente efficace il tempo di Ranger per l’ambiente, finito in maniera, desolatamente, senza gloria.

L’edilizia residenziale extra urbana da risalto al civico paesaggio, malgrado la continua, insistente, nociva cementificazione del centrale nucleo vitale. Non corretto sollecitare la scoperta del paesaggio raffigurandolo quasi in bucolica, arcadica rappresentazione. Oggi è tempo di agire, i Luoghi Ameni non danno risposta alla vita che verrà. Il conte Rodolfo di ritorno al villaggio in carrozza, che declama in canto

 Vi ravviso, o luoghi ameni 

 In cui lieti, in cui sereni

 Si tranquillo i di passai

 Della prima, della prima gioventù!

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Appartengono all’ immortale storia della musica : la Sonnambula di Vincenzo Bellini, libretto di Felice Romani.

Un caro saluto a tutti.

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