Non è facile parlare di se stessi, perché si rischia di essere poco obiettivi e di peccare di mania di protagonismo, o al contrario di eccessiva, ed in parte falsa, modestia. Mi impegnerò, per quanto possibile, a non scivolare nel banale, a non sprofondare nella retorica. Cercherò, coerentemente, in virtù del fatto che nel nostro Club conta più la quantità che non la qualità, di non citare tempi, anche perché altrimenti dovrei riferirmi al passato: con gli anni i miei obiettivi sono mutati e, facendo di necessità virtù, ho imparato a vivere le gare diversamente, a correre per arrivare, per divertirmi e per stare in compagnia, indipendentemente dal riscontro cronometrico. E’ facile che capiti di trovarsi fianco a fianco a persone che usano la gara per raccontare ai malaugurati compagni di sventura le loro vecchie imprese, senza neppur essere interpellati, e a mio avviso è alquanto spiacevole. Pur se si è podisti “datati”, è comprensibile uno sguardo melanconico al passato, che dopo tutto non ci leva nessuno (le classifiche “cantano”!), ma ritengo sia d’obbligo, per continuare a gareggiare, credere in quello che si fa costantemente, perché la corsa, come la vita, va vissuta oggi con lo stesso entusiasmo, se non addirittura con maggiore motivazione di ieri. Solo con la perseveranza, giorno dopo giorno, si può portare avanti un qualsiasi percorso, reale o metaforico esso sia. Lo sa bene il Super Maratoneta, che pazientemente attende quell’ultimo metro dell’ultimo chilometro, per tagliare l’agognato traguardo di una gara che può essere faticosa, massacrante, spesso interminabile o addirittura irripetibile. E quante volte (tante) a caldo abbiamo confidato a noi stessi: “E’ stata dura, ce l’ho fatta, ma questa gara non mi vedrà mai più”, ed invece l’anno successivo eccoci di nuovo lì, dietro quella sciagurata linea di partenza, per sputare nuovamente fatica e sudore! C’è tanto masochismo in tutto ciò ma, ironia della sorte, ci fa sentire bene!
Dopo questa non breve introduzione, provo a prendere coraggio e a cominciare a raccontarmi: corro ormai da tanti anni, e da tanti anni sono tesserata nella Podistica Tranese, una squadra della provincia di Torino, a cui sono molto legata affettivamente, nonché orgogliosa di indossarne i colori sociali. Da qualche anno a questa parte, mi sono appassionata alle lunghe distanze, in quanto posseggono un fascino particolare, ed ho ridotto notevolmente, per forza di cose, la quantità di gare corte, che comunque non disdegno, anzi, considero un utile stimolo a migliorare il proprio passo. E’ bene, a parer mio, non adagiarsi troppo sulla convinzione, consolante da un lato ma avvilente dall’altro, che allungando le distanze, anche i tempi irrimediabilmente si allunghino; correre e gareggiare non devono diventare un secondo lavoro, svolto contro voglia e per forza di inerzia, con il semplice intento di mettere da parte una tacca in più, trascurando il piacere e l’amor proprio.
Non ce la faccio proprio a parlare di me stessa, mi accorgo di perdermi nei meandri dei miei pensieri, che pongono al centro di tutto la mia idea di corsa, anziché il mio ego.
Ci riprovo: mi sono sempre piaciuti pressoché tutti gli sport ed in passato, specie negli anni dell’Università, ne ho intrapresi parecchi a livello amatoriale, alcuni dei quali acquatici, altri invernali. Nel mio piccolo, li ho amati e svolti tutti con passione, portando a casa buoni risultati ed altrettanta soddisfazione. Amo definirmi “sportiva”, cioè una persona che lo sport lo vive sulla propria pelle e non lo assiste passivamente, come nel caso di certi tifosi, che si dichiarano tali. Il mare lo si può anche guardare dalla riva, ma quando ci si è dentro è tutt’altra cosa!
La corsa ha ben presto guadagnato un posto in prima fila nel mio cuore, ha prevalso inevitabilmente su tutti gli altri sport, anche perché più facilmente praticabile, in qualsiasi condizione spazio-temporale, da soli o in compagnia, e senza necessità di attrezzo alcuno; trattandosi di attività a corpo libero, i risultati sono frutto esclusivo della propria fatica e del proprio impegno, e per questo la gratifica è maggiore. Mi sono cimentata in diverse discipline dell’atletica, su svariati terreni e distanze, tra le quali hanno preso il sopravvento la maratona e l’ultra-maratona. Sì, perché anch’io penso di essere stata colpita da quello strano e piacevole morbo che assomiglia un po’ alla pazzia e da cui è difficile trarsi indietro, una sorta di subdola droga che scorre nelle vene ogni qual volta si svolga una gara, meglio se maratona, una forte dipendenza che mi fa capire che il mio posto è là, in mezzo ad altre persone come me, prese dalla stessa passione, che si spostano dalle loro case, a centinaia di chilometri dalla mia, per ritrovarsi contemporaneamente dietro la stessa linea di partenza, con pari entusiasmo, uguale voglia di correre, medesimo desiderio di divertirsi e identica smania di soffrire insieme. Ho notato che nelle gare lunghe si instaurano fortemente complicità e goliardia, sia perché il tempo da dedicare è superiore, e sia perché (mal comune mezzo gaudio, come si suol dire), ci si ritrova in pratica sulla stessa barca, per remare tutti assieme. Nelle gare corte, invece, avverto da sempre una più accentuata competitività ed un maggior senso di rivalità, a prescindere dalla posizione di classifica. Personalmente, essendo nata come podista “da strada” sulle corte distanze, conservo nel mio intimo una piccola ma forte carica agonistica, che è quella che mi fa procedere ogni volta al meglio delle mie possibilità contingenti, contro quell’avversario immaginario che è il mio io, nonostante la scarsa preparazione atletica, dovuta principalmente alle altre priorità che la vita mi impone, a discapito dell’allenamento. So bene che non ci è dato di vivere di rendita e che nessun frutto potrà essere raccolto senza un’accurata semina! Io ci provo comunque, entro i miei limiti; in cuor mio, sento che correre è la dimensione che più mi si addice. Questa caratteristica del mio carattere, questa caparbietà che mi aiuta ad impegnarmi al massimo in gara e ad arrivare dove le mie sole forze non ce la farebbero, mi hanno riservato all’interno del Club l’appellativo di “Pantera”.
Ho menzionato motivazione ed impegno, ma forse sarebbe meglio denominarli “testa” e “cuore”; queste due paroline sono le uniche vere armi che possediamo, che sono in grado di sopperire in parte alla forma fisica e di dare una grossa mano alle nostre gambe. Sono l’autentico segreto che, personalmente, mi ha portata al conseguimento di traguardi importanti, primo fra tutti l’aver toccato quota 100 tra maratone ed ultra: una soddisfazione unica ed irripetibile, la mera consapevolezza di essere Super Maratoneta a 360 gradi!
Fin dai tempi antichi la corsa, e la maratona per antonomasia, è stata identificata come metafora della vita stessa; infatti, la corsa è in grado di regalarci nuova esistenza, restituendoci, a livello emozionale, tutto ciò che ci è stato negato o che abbiamo perso per strada. In particolare, poi, le gare lunghe hanno il potere di farci sentire forti ed inattaccabili, quasi dei super-eroi, e di donarci fiducia in noi stessi ed il coraggio necessario per affrontare le “reali” avversità, quelle che, nostro malgrado, incontreremo lungo il nostro cammino.
D’altro canto, come rovescio di questa lucida medaglia, la corsa ha il potere di farci sbattere la faccia contro i nostri limiti, di ridimensionarci quando pecchiamo di immodestia, di porci dinnanzi alle nostre debolezze ed ai nostri talloni d’Achille, di aprirci gli occhi e riportarci alla realtà.
Nello sport come nella vita, negli anni ho imparato ad adattare l’andatura del mio passo allo stato di forma ed alla pendenza della strada che sto percorrendo, ma senza mai abbandonare la voglia di lottare e di vincere contro me stessa; questa magica formula è in grado di procurarmi in fondo al cuore uno stato di felicità simile al toccare il cielo con un dito.
Mi piace pensare alla vita come ad una speciale maratona a tappe, composta da un susseguirsi incessante di traguardi da superare.
Ogni gara ha il suo fascino, qualunque siano le difficoltà e l’ambiente che si attraversa; è per me pertanto impossibile stabilire quali siano le mie preferite: sicuramente quelle belle dal punto di vista paesaggistico, che si svolgono in mezzo ad una natura incontaminata, oppure per le strade delle capitali o delle più belle città e cittadine del mondo; quelle in cui è andato tutto liscio e si è faticato di meno, ma anche quelle in cui ci si è stancati di più, che ci hanno lasciato una soddisfazione più grande. Ogni gara è un’esperienza forte ed unica, ma se proprio devo menzionare le più rappresentative dal punto di vista emozionale, prima fra tutti è la maratona di New York, che è come vivere un sogno ad occhi aperti; poi l’irresistibile e angusta notte del Passatore; l’interminabile ma affascinante 24 ore di Torino all’interno dell’amato Parco Ruffini; la coinvolgente maratona di Rimini, vissuta in qualità di “spingitore”; la maratona di Montecarlo, favorevole ad incessanti e repentini cambi di ritmo, che mi ha regalato il “personale”; la selvaggia maratona sulla sabbia di San Benedetto del Tronto; la maratona del Beaujolais, che con il suo fascino carnevalesco e gli assaggi enogastronomici tipicamente d’oltralpe, ha il sapore di un’allegra scampagnata. Potrei continuare a lungo l’elenco… Prossima meta? Mi piacerebbe godermi il sole di mezzanotte a Tromso!
Ogni corsa è altresì la tappa di un viaggio all’interno della propria anima, e se ogni partenza assomiglia più ad un coinvolgimento collettivo, ogni arrivo è invece un’esperienza prettamente intima, la maggior parte delle volte associata ad un pianto in parte liberatorio, per la fatica consumata, ed in parte di commozione, per la presa di coscienza di aver portato a termine l’impresa a cui abbiamo dedicato tempo, anima e corpo.
In questa vita in cui si è sempre di corsa per una quantità incontrollabile di impegni, correre è, paradossalmente, fermarsi e staccare dalla realtà, fare pace con se stessi e con il mondo, sfruttare il presente per pensare a quello che è stato e per programmare quello che sarà, decidendo con estrema lucidità di prendersi una pausa, meritata e fuggitiva, dal presente.
Mi rendo conto di aver parlato poco di me, di essermi presentata in punta di piedi e di essere andata, anche un po’ intenzionalmente, “fuori tema”; ma chi sa leggere fra le righe, e non necessariamente chi mi conosce, avrà avvertito nelle mie parole il piacere di correre, nonché la voglia di vivere, la curiosità di visitare nuovi luoghi da ogni parte del mondo e di ammirare le meraviglie che la natura ci pone davanti agli occhi, di ritrovarsi con gli amici, vecchi e nuovi che siano, ai quali ci sentiamo particolarmente legati da profondo affetto e reciproca stima; alcuni di loro continuerò imperterrita a salutare alla partenza, convinta che ora stiano correndo dentro ad una nuova dimensione, senza tempo e cronometro e fuori da ogni spazio percettibile.
Mi scuso per essere stata troppo prolissa e mi auguro di non aver tediato eccessivamente chi ha avuto la costanza di continuare a leggere.
Un arrivederci a presto sulle strade del mondo!


