Certo che sarebbe stato favoloso festeggiare in questa occasione la mia
prima maratona, in compagnia degli amici del Club e sul lago d’Orta. Già,
perchè come accennavo in uno dei primissimi racconti, il lago d’Orta per me
ha un significato particolare avendovi corso la mia prima gara nell’ormai
lontano (ma non troppo) novembre 2018.
Inaugurando una tradizione inveterata, in quei giorni scrissi un resoconto,
ormai famoso, di quella prima gara, che oggi ripropongo un po’ scorciato.
Se mai la mia passione per la corsa avrà un seguito, domenica 18 novembre
2018 è una data che resterà nella storia come quella del debutto assoluto in
questa mia tarda avventura podistica. Teatro di tanto evento è la PellaOrta,
una corsa di 15 km da Pella a Orta San Giulio costeggiando l’omonimo lago.
Il colpevole, invece, va ricercato in mio fratello Vittorio che mi ha
chiesto di accompagnarlo in occasione del suo compleanno a questa corsa di
cui gli avevano parlato bene. Peccato che lui è allenato, mentre io…
Pur definendomi uno sportivo non ho mai praticato uno sport. Di più, non ho
mai corso in vita mia se non per inseguire un pallone con gli amici e ho
sempre ritenuto inconcepibile il correre fine a se stesso. Poi un paio di
mesi fa, doppiate le 54 primavere, ho iniziato a corricchiare il sabato
mattina per dare un senso alla sveglia delle 6.30 del mattino per preparare
la colazione per mio figlio che va a scuola anche il sabato. Conoscendo la
mia scarsa propensione alla fatica, poco più di un mese fa mi sono pure
iscritto a una società, i Road Runners, entrando per la prima volta a far
parte di una “squadra”. Mi ero detto che darmi degli obiettivi avrebbe fatto
da incentivo, ma onestamente non pensavo a un esordio tanto impegnativo e
tanto anticipato. Personalmente avrei scelto un altro debutto: confesso che
15 km mi spaventano non poco vista la fatica con la quale il sabato riesco a
completare i miei 6-7 km ad uscita.
Il maltempo di inizio mese ha persino rischiato di fare saltare la corsa a
causa del rischio esondazione del lago. Per fortuna il tutto si risolve con
un semplice slittamento di una settimana, utile per consentirmi un ultimo
allenamento in cui riesco a correre la distanza record di 12 km rendendo un
po’ meno impossibile la mia partecipazione.
Appena arrivati ci rechiamo alla coda per il ritiro di chip e pettorale e
qui scopriamo che, per la concomitanza dei mercatini di Natale,
l’organizzazione ha dovuto spostare il via accorciando la gara di 500 metri!
Come gli altri faccio una faccia di circostanza… ma dentro di me esulto.
Sono pur sempre 500 metri in meno.
A dispetto delle previsioni catastrofiche, la giornata si preannuncia
fredda, 2° alla partenza, ma non piove e, anzi, si vedono ampie schiarite di
sereno che fanno presagire bene per il prosieguo. La prima difficoltà
consiste nel fissare con le spille il pettorale. Risulta sempre storto e
devo ripetere l’operazione tre volte con le mani intirizzite prima di
ottenere un risultato passabile. Fissare il chip alla scarpa e allacciare le
stringhe è un’altra sofferenza, ma il peggio giunge quando arriva il momento
di alleggerirsi della tuta per affidare le borse all’organizzazione che
provvederà a portarle all’arrivo.
Manca più di mezzora alla partenza delle 9 e l’obiettivo diventa fare
passare questo tempo senza congelare. Un paio di foto veloci e poi iniziamo
a fare esercizi di riscaldamento e saltelli. Sono in termica e pantaloncini
e a stare fermi si soffre. Di correre come fa qualcuno non se ne parla
neanche. Già servirà una impresa per arrivare in fondo, figuriamoci se penso
ad aggiungere altri metri per scaldare i muscoli. Gli ultimi minuti di
attesa li passiamo a guardare gli altri partenti e a ipotizzare quali
potrebbero essere i “nostri avversari”: per mio fratello tutti quelli che mi
indica (e sono molti) sono battibili, per me sono tutti fenomeni a
prescindere dall’età, dal fisico e dalla tenuta più o meno tecnica.
Arriva anche il momento della partenza. Gli accordi tra noi due sono che
ognuno andrà al suo passo senza condizionare l’altro. Allo sparo lasciamo
andare tutti e ci avviamo in coda a un passo lento e regolare. Il percorso
si snoda sulla strada provinciale lungo il lago, poi quando questa se ne
distacca iniziando a salire svoltiamo a sinistra e prendiamo per stradine e
viottoli che ci riportano sul lago. In questo tratto proseguiamo per
saliscendi nel bosco alternando mulattiere acciottolate a tratti di sentiero
stretto in cui procedere in fila indiana.
Dopo 2 km o poco più dalla partenza, uno di questi sentieri stretti risulta
sbarrato da un ostacolo da scavalcare con attenzione uno alla volta.
Ovviamente quando arriviamo noi tra gli ultimi si è creata una bella coda
che ci costringe fermi per 3 o 4 minuti. Peccato perché stavo giusto
trovando un buon ritmo.
Superato l’ostacolo si riparte percorrendo una serie di sterrate abbastanza
larghe ma piene di pozze che lasciano una ridotta striscia asciutta dove
passare. Impossibile procedere affiancati e spesso si deve rallentare per
accodarsi a chi si trova su una traiettoria migliore. Qui Vittorio inizia a
guadagnare qualche posizione e poi 20-30 metri di distacco. Mi guardo bene
dal raggiungerlo, limitandomi a osservare il distacco che aumenta
progressivamente.
Per conto mio ho trovato un gruppetto della società podistica GSA Valsesia,
il cui leader sembra un certo Carluccio. Hanno un passo è regolare intorno
ai 6’ al km e decido di accodarmi a quello che per me diventerà il “gruppo
Carluccio” finché riesco a tenere.
Procediamo in un ambiente vario e piacevole. Ormai l’andatura si è
stabilizzata per tutti e si avanza con le stesse facce intorno. Non ho idea
dei chilometri fatti o da fare e non voglio neanche guardare l’orologio per
vedere quanto tempo è trascorso: non vorrei delusioni. L’importante è che
procedo e, con mia grande sorpresa, non faccio fatica nel tenere il ritmo
dei miei compagni
All’improvviso sbuchiamo dal boschetto giungendo su un tratto asfaltato in
fondo al quale una insegna annuncia il bar-ristorante Lido. Stiamo puntando
diretti verso la costiera che delimita il lato orientale del lago e, poco
più in alto di dove siamo noi, vedo una lunga teoria di podisti che
distendono la loro falcata in discesa. Inizio a pensare che forse siamo
verso la salita di metà gara e immediatamente Carluccio me lo conferma: a
breve svolteremo a destra iniziando la salita di metà gara con la quale
raggiungeremo la statale che conduce a Orta costeggiando la riva nobile del
lago.
Studiando il percorso, oltre alla distanza, due erano le incognite che mi
davano incertezza: questa salita, circa 1,5 km al 10%, e quella posta prima
di entrare a Orta (800 metri all’8%). Non ho mai corso in saluta e nei
parchi che frequento vicino a casa (Cave, Trenno) basta solo un dosso a
mettermi in crisi.
Arrivati alla fatidica svolta ecco la salita. È decisamente più ripida di
quanto mi aspettassi. Mi pare un muro. I vari gruppi che si erano formati si
sparigliano perché ognuno ha la sua tattica: chi cerca di tenere l’andatura
che aveva in piano, chi cammina e chi, come me, accorcia il passo cercando
un ritmo lento ma regolare. La scelta paga perché nella seconda parte
guadagno su molti. Quasi in fondo alla salita, quando la pendenza si
addolcisce un po’, incrocio mio fratello che sta scendendo sull’altro lato e
ci salutiamo.
Arrivo in cima alla salita e mi faccio i complimenti: il primo grosso
ostacolo è passato indenne e mi sento ancora bene. La discesa è meno
pendente della salita, ma più lunga (circa 2 km) e rappresenta l’ideale per
riprendere fiato. I primi metri li faccio tranquillo lasciandomi quasi
trasportare per inerzia. Poi appena si accentua la pendenza ne approfitto
per aumentare l’andatura e riaccodarmi agli “amici” del GSA Valsesia che nel
frattempo mi hanno ripreso e superato.
Di buona lena arriviamo in fondo alla discesa dove è posto il ristoro
intermedio. Da novellino non ho la minima idea di come comportarmi:
personalmente mi sento bene e non avverto necessità alcuna. Conscio della
mia ignoranza però, osservo attentamente il comportamento degli altri e li
imito. Così mi trovo ad afferrare al volo un bicchiere di tè e tre o quattro
zollette di zucchero con una fetta di limone. Bevo tutto in un sorso (per
fortuna è tiepido) e attacco le zollette su cui spremo il limone pensando
che, di sicuro, un po’ di zucchero non mi farà male.
Ora il tracciato segue la larga strada statale che porta a Orta costeggiando
il lago. Da quando siamo usciti dal bosco possiamo apprezzare il bel sole
tiepido che si lasciava intravedere alla partenza. Ma a questo punto diventa
perfino eccessivo, tanto più che sono partito con la termica a maniche
lunghe sopra la maglietta. L’unica cosa che posso fare è tirare su le
maniche, aprire al massimo la zip del collo e spostarmi sul lato a monte
della strada cercando di correre nelle parti ombreggiate.
Sento Carluccio dire ai suoi compagni che stiamo andando a 5’50” e siamo
intorno al 10° km. A qualcuno scapperà più di un sorriso di compatimento, ma
l’affermazione mi riempie di euforia e di incredulità: non mi pare vero di
andare così veloce avendo fatto tanta strada: in allenamento fatico a tenere
i 6’ per circa mezz’ora.
In capo a qualche minuto però la situazione cambia. Di colpo prendo
coscienza del caldo e dei chilometri. Inizio a fare fatica e per
economizzare cerco continuamente la strada più breve tagliando le curve
senza andare più in cerca delle zone in ombra. Il panorama è molto bello ma
non riesco ad apprezzarlo più di tanto. Anzi, inizio a trovare quasi noioso
questo tratto su asfalto fatto di rettilinei che non sembrano mai finire
fino alla prossima curva dietro alla quale appare un altro rettilineo.
Tenere il passo del gruppo Carluccio non è più così semplice. Devo stringere
i denti e rilanciare sempre l’andatura per non farmi staccare. Per distrarmi
dalle mie difficoltà provo a concentrarmi sui paletti che, di 100 metri in
100 metri, scandiscono il passaggio da un chilometro al successivo.
In qualche modo arriviamo ancora insieme alla salita che porta al bivio per
il centro di Orta, ma appena la strada si “impenna” (si fa per dire) entro
in crisi. Guardo avanti e mi sembra di dover scalare una montagna. Mi guardo
intorno e non trovo nessuno dei miei compagni di avventura. Invano cerco
altri riferimenti; non tengo le tracce di nessuno. Allora mi metto a
guardare fisso davanti ai miei piedi procedendo come in trance un passo dopo
l’altro senza curarmi più di quello che succede intorno.
Finalmente arrivo in cima alla salita e imbocco la svolta a sinistra che
porta verso il lago e il centro del paese dove è posto il traguardo. Se non
ricordo male, secondo le cartine del tracciato dovrebbe mancare circa 1,5
km. Dovrei essere anche in discesa ma mi muovo come fossi ancora in salita e
solo facendo forza su me stesso. Mi impongo di aumentare la velocità
aiutandomi con la pendenza. Non lo faccio perché mi sento meglio, ma solo
per abbreviare la sofferenza che mi separa dal momento in cui potrò fermarmi
dicendo: è finita!
Arrivo in fondo alla discesa e proseguo nel mio rush finale, se dovessi
cedere alla tentazione di rallentare finirei per fermarmi. Siamo nuovamente
in riva al lago e percorriamo una lunga curva verso destra che porta
all’arco tramite il quale si entra nel centro storico. Questo è tutto a
ciottoli con due binari in pietra liscia a fare da traccia per le ruote. È
molto affollato di curiosi e passanti e fatico a mantenermi sulla traccia
evitando i ciottoli. Sullo slancio dell’ultimo chilometro ho superato 6 o 7
concorrenti che ero convinto di avere alle spalle. Sui primi avevo qualche
dubbio, ma uno dopo l’altro mi confermo nella mia impressione: evidentemente
nella crisi sull’ultima salita devono avermi superato e staccato senza che
me ne rendessi conto tanto procedevo come in trance…
Circa 50 metri avanti a me la strada fa una piccola curva a sinistra e dal
rumore intuisco che deve immettere sulla piazza dove è posto l’arrivo. È
fatta! Ora posso realmente dire che è finita e non riesco quasi nemmeno a
credere di essere arrivato in fondo senza mai fermarmi. Ritrovo mio fratello
Vittorio che non si aspettava di vedermi così presto all’arrivo. Il
cronometraggio ufficiale dice 1h28’ circa, ma tempo e piazzamento hanno una
importanza relativa. Oggi sono proprio orgoglioso di me stesso e della
determinazione con la quale sono andato alla ricerca dei miei limiti
spostandoli al di là di ogni aspettativa.
Dopo un veloce primo rinfresco (coca-cola, pane e nutella, banana e
integratori) andiamo a ritirare le borse. Ora che siamo fermi sento un
fastidioso indolenzimento ai polpacci. Da un momento all’altro ho paura che
mi parta un crampo e cambiarmi richiede molti contorcimenti ed estrema
cautela. Dopo tanto sforzo un secondo passaggio al ristoro è d’obbligo
(ancora coca-cola, pane e nutella, banana, biscotti con marmellata e
integratori). Non mi staccherei mai, ma viene il momento di prendere il
traghetto che ci riporta dall’altra parte del lago a Pella. Dopo ogni sosta
è sempre più dura obbligare le mie gambe a rimettersi in moto e alla fine il
chilometro tra l’imbarcadero e il parcheggio dove abbiamo lasciato l’auto si
rivela quasi più faticoso del resto della gara. Avanzo rigido come un
burattino, con i muscoli che tirano e dolgono come non mai, ma ho un grosso
sorriso di soddisfazione stampato sul viso. Questi mille metri posso anche
farli in un quarto d’ora e va bene lo stesso. Sento che non saranno gli
ultimi… intanto, per oggi, fino a casa guida mio fratello!
Fin qui il ricordo…
In realtà oggi sono in Val d’Aosta ad allenarmi per trovarmi pronto quando
potrò realizzare la promessa di tornare su questo lago del mio cuore e
aggiungere un’altra pagina alle mie avventure podistiche.






