Poteva la “TerrediSiena Ultramarathon” non resistere al suo fascino? Da San Gimignano è partita la 50 km, da Colle Val d’Elsa la 32 km, da Monteriggioni la 18 km, tutti di corsa a darsi appuntamento in quel Campo, lastricato da una distesa di mattoni divisa in settori da strisce di pietra, con la Torre del Mangia a fare da stella polare.
Non solo le tre partenze e l’arrivo hanno trovato compimento in luoghi ad alta intensità artistica. Anche la logistica insignificante, qui ha trovato collocazione in luoghi di pregio. La distribuzione dei pettorali è avvenuta sotto la volta affrescata dello Spedale di Santa Maria della Scala, le navette verso le partenze al cospetto della Fortezza Medicea, la consegna delle sacche nelle stanze del Teatro dei Rinnovati.
Ovviamente, da queste parti non sono indicate gare mordi e fuggi, si viene con qualche giorno di anticipo e ci si stanca più che nell’ultramaratona. E così, il sabato, “tu e Lapo ed io”, cioè Paolo, Angela ed io, e Laura a far da guida, ce ne siamo andati per musei a emozionarci davanti agli originali di opere d’arte conosciuti sui libri di scuola. Un’infinità le Madonne, i Santi, i paesaggi, tanto da confonderli, ma quel grande affresco di Simone Martini che ritrae Guidoriccio da Fogliano mentre va all’assalto del Castello di Montemassi in un’ambientazione fiabesca e che tanto colpì la mia curiosità di studente, non può essere confuso con nessun altro. Come pure l’incantevole rappresentazione del Buon Governo e suoi effetti, e del Mal Governo e suoi effetti di Ambrogio Lorenzetti, non poteva non fare andare il pensiero alla situazione catastrofica del Monte dei Paschi di Siena, fondato nel lontano 1472, scaricata sulle spalle di ognuno di noi.
La ricreazione è finita, ora si fa sul serio. Sono le ore 9:00 di domenica, 1 marzo, e siamo tutti raccolti in Piazza del Duomo di San Gimignano per quella che dovrebbe essere l’edizione numero “uno” della TerrediSiena Ultramarathon, essendo stata chiamata “zero” quella dello scorso anno. Il turismo facile, senza fatica, è finito ieri. Anche oggi le cose belle da vedere sono molte, ma bisogna pagare pegno e guadagnarsele con la fatica dei muscoli e l’affanno del cuore. San Gimignano è a quota 324 m.s.l.m., Siena a 322 m.s.l.m., sembra facile il percorso, niente di più ingannevole perché bisogna scendere fino a 110 m s.l.m. e poi risalire.
Stupisce San Gimignano vista dall’interno, mi sembra di aver fatto un viaggio a ritroso nei secoli ed essermi fermato nel Trecento. Mura, porte, case, vicoli e piazze sono quelli di allora, come se il tempo si fosse cristallizzato. Ma è dall’esterno, quando la lascio alle spalle, che appare unica e indimenticabile, arroccata com’è sulla collina, circondata da mura con l’emergere delle poderose torri dal tessuto urbano, avvolta nella leggera foschia del primo mattino, che le danno un tono surreale.
Ho, psicologicamente, diviso i 50 km in tre tappe. La mia mente è tutta protesa verso il primo traguardo di Colle Val d’Elsa, posto al 18° km a quota 141 m.s.l.m. Dorme ancora la campagna per una primavera che tarda a venire. Spogli sono gli alberi, ad eccezione degli ulivi che si arrampicano sulle colline. Le torri di San Gimignano sono scomparse all’orizzonte, e a sostituirle provvedono le processioni degli ieratici cipressi, che sembrano riprodurne il profilo. Prevale il gusto medievale con case di campagne che mostrano la pietra scoperta.
Si corre nel piano e si vola in discesa, aspettando la salita per poter camminare senza scrupoli sulla coscienza. Mi lancio a capofitto nella lunghissima discesa verso Colle Val d’Elsa, senza degnare di uno sguardo la città, della quale non ricordo niente se non la lunga galoppata.
Il punto più basso del tracciato è stato raggiunto, la musica è finita, ora mi attendono più salite che discese. Il pensiero va a Monteriggioni, 32° km, 2^ tappa dell’itinerario personale. Il 25° km, half ultramarathon, lo raggiungo in poco meno di tre ore, per cui non dovrebbe essere difficile concludere l’intera fatica sotto le sei ore per me che, solitamente, mi comporto meglio nella seconda metà.
Corro sulla via franchigena, la principale arteria percorsa dai mercanti senesi in cammino verso le fiere di Francia. Fitta è la sequenza di chiese, campanili, ostelli, torri, palazzi e borghi immersi in una natura gradevole. Tutte cose che mi sembra di avere già viste, ma non ricordo dove. Queste strade bianche non le ho mai battute, eppure mi sono familiari. Le avrò viste in sogno? Poi un bagliore, mi illumino d’immenso, trovato! Tutti questi paesaggi li ho visti ieri, riprodotti negli affreschi dei musei visitati. A dominare la valle e a caratterizzarla è, però, Monteriggioni, insediata su un colle con le sue mura e le torri quadrilatere.
Mancano 18 km all’arrivo, la stanchezza comincia a farsi sentire e per giunta piove. L’unico pensiero fisso, ora, è giungere quanto prima al traguardo, il paesaggio, l’arte e tutto il resto passano in secondo piano. Al 43° km vedo il profilo maestoso di Siena, ma il mio sguardo indugia verso il basso, sull’asfalto, sui miei piedi che affrontano la salita. Mi dicono che sia entrato al 45° km in Siena attraverso la Porta Camollìa che recherebbe la scritta: “Siena ti apre più largo che questa porta il cuore”. A me il cuore batte, sì a mille, ma per la fatica. Fuggevole è lo sguardo ai giardini della Lizza e alla basilica di San Domenico. Il cuore sale proprio in gola nella salita dei primi 200 m dell’ultimo chilometro, che mi portano davanti alla facciata del Duomo e al suo campanile zebrato. Gli ultimi 800 m di discesa, per strade sinuose e pavimentazione sconnessa, li percorro spinto dall’inerzia. Finalmente entro nella Piazza, sul mio viso torna il sorriso e riesco a spingere le gambe.
Sono stanco, i quadricipiti mi fanno male e non ce l’ho fatta a stare sotto le 6 ore: 6:03:46. Solo qualche ora dopo, smaltita parzialmente la stanchezza, m’invade la serena pace che segue alla fatica.
Angela giunge mezz’ora dopo di me, sorridente, entusiasta, per nulla stanca, in grado di fare altri 50 km.
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