POSSIAMO SENTIRCI SEMPRE LIBERI E FELICI CORRENDO

Un Corridore ama stare in compagnia di sé stesso e non gli pesano, anzi ricerca, luoghi isolati in cui trasformare la Corsa in pura Meditazione.

Un Corridore impara tre cose dalla Corsa: Costanza, Sacrificio, Disciplina.

Queste tre caratteristiche lo predispongono, in modo naturale, a rispettare qualsiasi Legge, anche le più assurde. Un Corridore è un Atleta e gli Atleti

‘A morte i runner, i salutisti, i magri, gli innamorati. Hanno sempre quel maledetto sorriso stampato in volto’

Qualche giorno fa ho letto su Facebook un commento sulla pagina di un “indiavolato”, contro l’atteggiamento perentorio di un runner, che si ostinava a “mantenersi in salute”, nel pieno rispetto delle normative vigenti, correndo nel giardino di casa sua: “vai a correre al cimitero, così almeno ti prepari il terreno. Idiota”.
La sera stessa ho visto alla TV un psicanalista e accademico italiano, che ha dato una chiave di lettura di quello che, a mio modesto avviso è il vero e unico virus dell’uomo, l’odio. Ha spiegato che mentre l’aggressività e la rabbia sono sentimenti impulsivi e disordinati, l’odio è una passione lucida che colpisce al cuore il nemico, l’odio è una pianificazione di annientamento. L’odio mette in atto quello che per la psicoanalisi è il fenomeno della proiezione nei confronti dell’altro, l’io proietta ciò che non accetta di se stesso.
Ma c’è una dimensione più intima e sottile dell’odio che riguarda l’odio invidioso, riguarda quella miscela terribile che mescola insieme odio e invidia.
L’odio invidioso non nasce dalla frustrazione sociale, non nasce dall’ingiustizia, non nasce dal conflitto tra le classi, non nasce dalla frustrazione, ma dalla fascinazione.
Noi proviamo odio invidioso verso chi in fondo adoriamo.
Proviamo invidia verso chi rappresenta il nostro ideale esteriorizzato.
Proviamo invidia verso ciò che noi desidereremmo essere e non siamo. Ed è sempre così, nell’odio invidioso. Non si invidia mai chi è lontano da noi, chi è differente da noi.
Noi invidiamo sempre chi è prossimo a noi. Invidiamo sempre chi realizza quello che noi vorremmo essere. Lo diceva bene Aristotele: “Non esiste invidia tra lontani”.
Ma la vera domanda, quella che potrebbe spiegare quella frase maledetta: “vai a correre al cimitero, così almeno ti prepari il terreno. Idiota” è: che cosa invidia, l’invidioso, nell’altro?
Non credo che possa invidiare qualcosa, non invidia una proprietà, non penso a una qualità del runner, in fondo non gliene frega niente del suo passo leggero, della sua tenuta atletica. Non invidia le sue scarpe tecniche, fluorescenti. C’è qualcosa di più sottile in quelle parole, non riguarda le qualità e nemmeno le proprietà del suo nemico, il runner. Lo psicanalista per rendere “visibile” l’oggetto primo dell’odio invidioso, mostra uno spezzone tratto dal film Amadeus, dove si consuma il testa a testa tra Salieri e Mozart.
In quella sequenza Mozart riproduce un brano al pianoforte, dopo un solo ascolto, mettendo in essere qualcosa di stupefacente. Salieri rimane sconvolto dalla bravura di Mozart, ma non è questo il centro del suo disorientamento, il focus del suo disappunto. Per cercare quell’ombra che si disegna sul viso di Salieri al termine dell’esibizione di Mozart, bisogna andare a guardare il viso di Mozart. Mozart sorride, poi ride. Ride come un bambino alla fine, quando stacca le dita dal pianoforte. Salieri guarda il genio di Mozart, vorrebbe avere la stessa genialità, che gli manca, e patisce l’esistenza di Mozart, come un’esistenza che toglie alla sua vita.
Ma riguardando bene quella scena, la cosa che più colpisce, non è tanto il talento straordinario di Mozart, rispetto la modestia del talento di Salieri, non è il genio nei confronti del mediocre. Quello che bisogna cogliere in quella scena, il dettaglio, è la risata di Mozart. È il sorriso di Mozart.
Che significato ha, cosa ci vuol dire quel sorriso, la risata di Mozart?
È vivo. Salieri è morto.
L’invidioso invidia nell’invidiato il “più di vita”, la gioia della vita, che manca all’invidioso.
L’etimologia del termine invidia viene da invidere, vedere male, guardare male. Patire della gioia di vita dell’altro, soffrire per la gioia di vita dell’altro, provare tristezza per il bene altrui. Condizione di bene che non si identifica con gli aspetti materiali, ma bensì con la gioia che l’altrui manifesta della propria condizione di vita, della propria felicità. Il sentimento d’invidia non porta in realtà nessuna gratificazione a chi lo prova, se non il tormento.
Per dare esempio concreto di tutto questo, posso citare il fatto criminoso avvenuto a Torino, l’omicidio nel quartiere dei Murazzi. Due ragazzi, uno di questi accoltella brutalmente un suo coetaneo. Non si conoscevano.
Non avevano niente di irrisolto tra loro. Due sconosciuti.
E alla domanda che viene rivolta all’assassino: perché l’hai colpito?
La risposta è: perché sorrideva. E perché in quel sorriso mi sembrava che la sua vita potesse essere più felice della mia.
Ecco qual è l’oggetto dell’invidia.
L’oggetto dell’invida non è un talento, non è una proprietà, non è una qualità. L’oggetto dell’invidia è la vita stessa.
La vita come vita ricca, la vita come vita piena.
Come vita capace di ridere, come vita capace di correre, come vita capace di amare.
Chi ha scritto quel post “vai a correre al cimitero, così almeno ti prepari il terreno. Idiota” non invidia il runner in quanto tale. Non ce l’ha con la sua passione, nemmeno col fatto che possa mettere la sua passione sul tavolo della vita, in questo momento, in cui si perdono vite umane ogni giorno. Non ce l’ha col suo ostinato accanimento a mostrarsi in canotta e braghette, mentre le televisioni ci rimandano immagini quotidiane di gente in camice e mascherine, di bare che girano per le vie di Bergamo di notte, scortate dall’Esercito. Non ce l’ha con il suo: “io vado avanti comunque”. Ce l’ha con il sorriso. Ce l’aveva anche prima di questo maledetto virus, con quel maledetto sorriso. Ce l’ha sempre avuta. L’odio contro quella bestiale felicità che gli fa sentire morta la sua di vita. Non è possibile che qualcuno sia così felice. Che gli innamorati girino per la strada mano nella mano. Che ci siano persone così felici, quando tutto va a puttane, nella sua di vita. È questo che l’assassino di Torino non sopporta, nella stessa misura di come il detrattore del runner non sopporta il runner.
La sua vita, quella dell’assassino, era una vita caratterizzata da solitudine, disoccupazione, la perdita del rapporto con la propria compagna, da cui aveva avuto dei figli che non poteva incontrare. Una vita sprofondata nell’abbandono. E dall’altra parte, per caso, passa un ragazzo che sorride.
La stessa risata di Mozart. La stessa risata del runner. Un “più di vita” Insopportabile.

3 Maggio – Barchi Fano fatto in casa (Barchi – Fano)

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HulceMozar

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