Profumi e sapori del Veneto. 4^ Ultrabericus Trail

Ma forse il vento del podismo sta andando in direzione dei trail: la maratona di Ferrara, una classicissima con svariate decine di edizioni, svoltasi il giorno dopo l’Ultrabericus, ha assommato in tutto 600 arrivati, compresi quelli che sono stati nel tempo massimo solo grazie alle loro partenze anticipate.

Curiosa la formula dell’anello dei Berici, dato con oscillazioni tra i 65 e i 66 km con 2500 metri di dislivello (il Gps mi si è spento dopo 8 ore e mezzo e 53 km, a 2000 metri già saliti e discesi): al ristoro del 57 ci hanno detto che mancavano 7,5 km; due km dopo ne mancavano 7; alla base dell’ultima salita ne sarebbero mancati 3,800… chissà.

Negli anni pari (come questo) il giro si fa in senso orario, nei dispari in senso antiorario, tenendo il santuario di Monte Berico come passaggio obbligato nei primi e ultimi 3 km circa. La piantina pubblicata sul sito non indicava la direzione (che invece si poteva desumere dalle tre distinte tabelle messe in un link); l’altimetria invece andava più o meno bene in entrambe le direzioni, con le tre salite più grosse fra il 15 e il 45 (fino a un massimo di 400 metri verticali a botta), e per il resto un diluvio di ascensioni e relative discese di un centinaio di metri l’una, con la scalinata finale venendo giù dal santuario, poi un chilometro o poco più di strade verso il centro fino al traguardo preceduto da una maligna schiena d’asino di ponte: quella che mi è servita per sorpassare il mio antagonista, ormai suonato. Non si tratta mai di ascensioni estreme: la maggior parte del percorso (escluso qualche chilometro asfaltato) si fa su carraie abbastanza livellate, oppure su sentieri con fondo in erba; le parti sassose sono relativamente poche. In un paio di discese ripide e scivolose abbiamo trovato corde cui attaccarci, e addetti dell’organizzazione (specialmente alpini) per eventuale aiuto

La cosa più bella credo fosse il paesino di Calto in comune di Pozzolo, verso il km 40, un posticino ricco di acque canalizzate per i mulini e con le case rimesse benissimo a posto; ma anche certe discese sui prati, tra il profumo inebriante dell’aglio selvatico; o i passaggi sotto rocce quasi dolomitiche, o certi campanili che apparivano all’improvviso tra i monti, o l’ingresso in parchi privati aperti per l’occasione (come l’ultimo, sotto il santuario), sono cose che ti danno il piacere del trail anche quando stai faticando e le vesciche ti tormentano.

I ristori sono degni dell’Ultratrail del Bianco (ma a prezzo molto più economico): crostate di frutta, pane, gallette, salumi, formaggi, frutta fresca e frutta secca (all’ultimo ristoro, del km 57, l’addetto si è scusato che le banane fossero storte perché non era arrivato quello che doveva drizzarle…), e poi tè, idrosalini, cocacola in dosi perfino esagerate. anche la minaccia di non fornire bicchieri è stata smentita da almeno 3 dei 5 punti di sosta. Era anche un invito a fermarsi, magari sedersi a far do ciàcole coi distributori, come ho fatto al grandioso ritrovo del km 45 per togliermi i sassetti dalle scarpe e cercare di sistemarmi le calze: però il Gps mi assolve, attestando che delle 8 ore e mezza dal via fino a quando si è spento avevo sostato in tutto solo 19 minuti. Un minutino buono l’ho passato anche alla meravigliosa fontanella di Villaga, km 32, alla base di un salitone: e chi se ne frega se un cartello avvertiva “acqua non potabile” (non sono mai stato meglio che dopo aver bevuta quell’acqua).

Infinito il numero degli addetti al percorso, che in ogni caso era talmente ben segnato da rendere gli sbandieratori soprattutto degli amici con cui scambiare dei saluti e delle battute; e che, quando è sceso il buio verso le 19, ci illuminavano tratti di sentiero con le loro torce. Da notare che agli incroci non era necessario guardare in su e in giù alla ricerca di un’unica fettuccia che penzolasse da un ramo della direzione giusta (come purtroppo capita spesso), perché di fettucce ce n’erano almeno 4 o 5 per volta. Perfetta poi la gestione del rientro finale a Vicenza, che prevedeva l’attraversamento di circonvallazioni abbastanza trafficate; poi, una fila di lumini rossi ci ha scortato lungo i marciapiedi del cento, fino al ponte mortifero per il mio rivale.

Su 984 partiti, siamo classificati in 847, dalle 6 ore di Giuliano Cavallo fino al tempo massimo di 13 ore: siccome ce ne metto dieci e mezzo, e dietro a me ci sono duecento colleghi, oltre ai ritirati (tra cui nomi illustri come Ivan Geronazzo e Fulvio Dapit), e che dal rilevamento del km 23 per arrivare alla fine rimonto 104 posizioni, penso che potrò rinviare di un poco il ritiro dalle scene agonistiche. Al traguardo, niente medaglia ma una spilletta che ti dichiara finisher, e una maglietta tecnica. Le classifiche sono messe in linea rapidamente e senza remore da Wedosport, che aveva gestito senza esosità le iscrizioni online.

Unica sorpresa negativa, le docce fredde (dicono che l’anno scorso fossero caldissime); nessun miglioramento neanche nella piscina adiacente, dove però abbiamo il permesso di tuffarci, semmai dribblando le docce ugualmente gelide (per fortuna l’acqua della vasca è alla temperatura ideale). Il bagnino mi chiede: “hai fatto la doccia? – Siiii, gli rispondo, di là dai podisti – Ah, allora va bene”. In realtà, “dai podisti” mi ero solo sciacquato i piedi per l’impossibilità di fare altro senza rischiare mali, dalla pleurite in su; il resto, me l’ha lavato via l’acqua della piscina, dove alle nove e mezzo di sera eravamo in non più di 3 o quattro.

Grandioso il pasta party finale (dosi simili le avevo trovate solo in terra senese o aretina), sempre nello stesso centro maratona a 300 metri dal traguardo (ma i nostri bagagli dobbiamo lasciarli fuori): ho dovuto pregare gli addetti di riempirmi i piatti (primo, secondo, due contorni, acqua e birra) la metà di quello che davano d’abitudine. Squisito pure l’arrosto, non di gatto come penserebbero i maligni.

Come gioia non sportiva, ma del tutto personale, aggiungo che l’occasione è venuta buona per festeggiare i novant’anni del mio zio Enzo, solido ceppo di Rovereto Secchia (dieci fratelli, tutti vivi), soldato dell’ultima guerra, prigioniero degli stessi lager tedeschi che ‘ospitarono’ Guareschi, e a Vicenza da più di mezzo secolo. Ne abbiamo vissute tante, insieme (una su tutte: quasi cinquant’anni fa vedemmo insieme a Vicenza la prima di “Per un pugno di dollari”), e ostrega, non vogliamo che finisca qui.

Tratto da “reggiocorre.it”

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