E cosi la diciottesima edizione della Nove Colli doveva essere come per la Smorfia il numero 18 ovvero il sangue, sì il sangue degli dei, “icore” e tutto torna.
Perché a diciotto anni si acquisisce la maggiore età e la Nove Colli ora c’è l’ha.
Perché 18 ore durò la passione di Gesù tanti quanti ne ha impiegato quest’anno il vincitore Marco Bonfiglio ( 18 ore e 41 min n.d.r.)
Perché 18 è il voto minimo per superare un esame universitario.
Perché 18 in matematica è un numero piramidale pentagonale ma anche ettagonale o semi perfetto.
Perché 18 sono il numero di buche in un campo da golf.
Perché 18 è il numero atomico dell’argon, quel gas nobile della nostra atmosfera.
Perché 18 nell’ebraismo è la corrispondenza della parola “Chaj” ovvero Vita.
E per i più radicali (di destra) 18 è il numero di Adolf Hitler, dove 1 corrisponde alla A e 8 ad H come posizione nell’alfabeto.
E per fortuna, così mi fermo qui con la simbologia dei numeri, nel 2015 un’equipe di studiosi del Massachusetts ha individuato il meccanismo attraverso il quale il petricor è rilasciato nell’aria, sotto forma di aerosol. Ora non ci possono essere più interpretazioni simboliche ora tutto è scienza!
Mario Castagnoli ha voluto dedicare questa 18^ edizione della Nove Colli al petricore ovvero il Profumo di Pioggia che si è abbattuto per oltre ¾ della gara.
Per rendere il tutto più emozionante si è messa di buona intenzione già durante la mattinata del sabato fino a circa un’ora prima della partenza con tanta pioggia… poi un cielo quasi sereno ha accompagnato i 185 atleti dalla partenza del porto di Cesenatico (vi ricordo che è stato disegnato da Leonardo da Vinci!) per un buon tratto di strada verso i famosi colli.
Non sono ancora nel personaggio… non mi rendo conto di partecipare per la quarta volta a questa gara divina. Unica al mondo e che solo pochissimi atleti possono apprezzare in pieno lo spettacolo coinvolgente che accompagna i podisti negli ultimi km. Soprattutto chi impiega tra le 22 e le 27 ore viene colto da migliaia di tifosi del ciclismo consapevoli dello sforzo immenso che l’atleta ha superato.
Anche dopo diversi giorni mi lacrimano gli occhi al pensiero dell’arrivo. Faccio fatica a raccontare senza commuovermi.
Il mito del Barbotto sta nella sua appassionante salita che determina il passaggio della fatica fisica verso la fatica mentale. Da qui in poi è la mente che decide il da farsi. 4,6 km con una pendenza massima, guarda caso che torna il numero 18, del 18% !
Il calore della gente sul colle del Barbotto allieva il dolore sordo che pervade il corpo appena squilla la campana all’arrivo di ogni singolo atleta. Ma ripartire nel buio inzuppati dalla pioggia orografica, ovvero quelle piogge generate quando una corrente d’aria incontra una montagna, sapendo di dover superare ancora 5 Colli e sperando che non venga abbattuto il record della precipitazione più in intensa in un giorno registrata nel 1966 a Foc-Foc, Isola della Riunione, allora ripartire diventa una illuminazione.
Che la pioggia abbia avuto una importanza particolare già in tempi lontani lo dimostrano i “Tacuina sanitatis in medicina”, quei manuali di scienza medica scritti e miniati soprattutto in Italia dal XIV al XV secolo (nella foto accanto: la pioggia nel tacuina sanitatis casanatense).
Veniva definito come comportarsi e vestirsi in caso di pioggia ma anche l’utilità e come sfruttare questo fenomeno ambientale così importante per la nostra vita.
Mentre corro la lunga discesa verso Ponte d’Uso mi appare come un fulmine la lirica “La pioggia nel pineto” di Gabriele D’Annunzio.
“Ascolta. Piove dalle nuvole sparse… piove su i nostri volti silvani, piove su le nostre mani ignude, su i nostri vestimenti leggieri, su i freschi pensieri che l’anima schiude novella,… Odi? La pioggia cade…”
Senza accorgermi supero il ristoro e mi trovo solo senza assistenza nella salita che porta sul Monte Tiffi. Mi viene da ridere. Questo è il colle più divertente per me. Da bambino in Germania guardavo tutti i giorni “Sesamo apriti” ovvero Sesamstrassse in tedesco. Un programma educativo per bambini diventato famoso per la presenza dei pupazzi Muppet.
Nell’edizione tedesca c’era un pupazzo che si chiamava “Tiffy”, una specie di uccello di colore rosa che aveva come compito quello di aggiustare le sveglie.
Il monte Tiffi lo collego sempre alla voglia di dormire e di riposare ma c’è sempre Tiffy che ripara la mia sveglia biologica e vado avanti.
Come nelle mie altre partecipazioni alla Nove Colli, vivo non di agonismo ma di continue visualizzazioni, è un viaggio nel passato, presente e futuro della mia esistenza. Non soffro, fatico e fatico ma con un indescrivibile piacere. Ogni tanto vengo riportato in gara da Mario Castagnoli quando passa con la macchina ad offrire fragole e supporto mentale, che passione! Quest’uomo!
Superato l’ultimo colle il Gorolo smette anche di piovere. Come a dire: “Non guardare indietro, non avere rimorsi nei tuoi pensieri, tutto è a posto, VAI!”
Ora risento il mondo intorno a me, tutto è ok e vado verso il finale.
Tanti i miei pensieri… ma sarà per un’altra volta per ora la maggiore età è raggiunta.
18 candeline spente. Io ci sarò anche l’anno prossimo.
Arrivederci Amici, Aufwiedersehen Freunde.


