PROVA

Qualche giorno fa è capitato anche nel circuito della Manifattura delle Arti.

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Durante il secondo giro, causa un fottuto cubetto di porfido sporgente, inciampo e cado in avanti sbattendo violentemente torace e occhio destro. Mi ritrovo a terra tramortito, incapace di respirare.

Alzo il braccio in cerca di una mano pietosa che mi rimetta in piedi. Un uomo di mezza età seduto su una panchina si alza ma, vedendomi senza mascherina, si allontana e se ne va.

Alla maniera di Angela da Mondello (https://www.youtube.com/watch?v=AVyN1RiNBr0) grido: “Amico, non ce n’è coviddi!”. Visto che l’uomo – che razza di amico! – non torna indietro, gli auguro di precipitare all’Inferno per non avere ottemperato ad una delle sette opere di misericordia corporale – curare gli infermi – richieste da nostro Signore Gesù Cristo per entrare nel Regno dei Cieli.

Mi rialzo con fatica. A parte il sangue che sgorga copiosamente dal sopracciglio destro, sembra che non ci siano altre complicazioni. Lavata la faccia sanguinante in una delle fontane del parco, riprendo a camminare pensando di piantarla lì.

Pur arrugginito dalla pandemia, il temperamento da (ex) maratoneta stracco torna prepotentemente alla ribalta. Ma quale ritiro! Avevo programmato tre giri e tre giri saranno! Do fondo alle energie e, grondando sangue, compio il terzo giro nel tempo record di 16 minuti secchi, la mia miglior prestazione artistica di sempre nel circuito della Manifattura delle Arti!

Il giorno dopo, davanti allo specchio, passo in rassegna i danni: occhio destro nero, ferita al sopracciglio non ancora rimarginata, dolore alla spalla e qualche costola certamente contusa se non incrinata o fratturata. Se mi soffio il naso, starnutisco o respiro profondamente, vedo le stelle.

È un decorso che ben conosco. Anni fa, per una costola dolorante mi precipitavo al pronto soccorso. Ora so che, lasciando fare a Madre Natura, in una ventina di giorni passa tutto. Amen e così sia.

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