Punti Marchei? No, punti Marri!

Quest’anno mi sento triste, non perché novembre, mese dei morti, è appena passato, o per le malinconiche giornate invernali: le classifiche mi ricordano d’essere rimasto orfano di padre! Per i motivi che tutti sanno, i numeri attribuitici da Sergio Tampieri non potranno più essere chiamati punti-Marchei. Il mio dolore diventa ancor più grande di notte, quando un atroce dubbio mi assale: era Marchei il mio vero genitore? In quei momenti mi sento figlio di nessuno, alla disperata ricerca del padre legittimo. Sono molto interessato al riconoscimento di questa paternità per essere il patrimonio familiare abbastanza cospicuo, avendo superato 600 punti.

Marco Marchei non l’ha mai riconosciuta. Gli è stata attribuita da Fabio Marri, che non perdeva occasione per rinfacciargliela. Era un chiodo fisso, il prezzemolo in ogni minestra, il suo deus ex machina, che gli serviva per salvarsi da ogni situazione, come a Boccadirio, dove i punti- Marchei centravano come un cavolo a merenda! Io sono convinto che il vero padre sia lui, e che vadano chiamati punti-Marri.

Correva l’anno del Signore 2002. Si sparse la voce che “Correre” non avrebbe pubblicato la classifica del 2001, che tanto appassionava i maratoneti italici, per essere i computer andati in tilt. “Bene! La faremo noi di Podisti.net”, lo sentii esultare tanto eccitato che anche il suo ciuffo ribelle sussultò. “Poveretto – commentai – non si rende conto che s’imbarca in un’avventura disastrosa, in una Campagna di Russia!”. In una foresta di migliaia e migliaia di nomi e cognomi che affollano le maratone di tutto il mondo, estrapolare quelli degli italiani ed elencarli in rapporto alla località, tempo impiegato ecc.., è impresa fallimentare per gli immancabili errori delle fonti, per le omonimie ecc.: in Germania, mi hanno chiamato Michelle ed inserito nella classifica femminile; a Reggio Emilia, ad Angela è stato dato il cognome “Bergamo”. E come riconoscimento di tanta fatica, le immancabili contestazioni dei maratoneti defraudati di qualche punto ex-Marchei. Era in questa matassa ingarbugliata che Fabio Marri si accingeva a mettere ordine, ed io ero stupito del suo ottimismo. Ed il motivo ce l’aveva.

Non andò a far ricerca alle fonti per individuare gli atleti nostrani che avevano partecipato alle maratone di tutto il globo terrestre, com’era d’attendersi, per dare serietà scientifica al suo lavoro. Tornato a casa, lanciò dal suo sito un messaggio ricco d’incisi, precisazioni, scuse, esortazioni, suppliche e preghiere, col quale invitava tutti coloro che ne avessero portate a termine, di fornirgli l’elenco. Invece di sudare lui a documentarle inoppugnabilmente, le elemosinava ai diretti interessati, i quali ne potevano inventare a bizzeffe!

Era questo il suo asso nella manica. Era l’invenzione di questa scorciatoia che reggeva il suo ottimismo, e le scorciatoie, spesso, fanno perdere la strada. Infatti, la smarrì.

Si dette il caso che i supermaratoneti si dimostrarono per nulla esibizionisti, facendo cadere nel vuoto l’iniziativa: “Nondun matura est!”, sentenziò. E continuò ad attaccare a testa bassa i supermaratoneti e quelli che pubblicavano le loro gesta, origine di ogni sventura per gli stessi atleti. Ogni maratona continuò ad essere un punto-Marchei: padre di tutti i mali!

L’atteggiamento di Fabio Marri è comprensibile, e lo si trova tramandato nella saggezza popolare, descritto nella cultura classica ed intuito da moralisti e poeti. Poi venne il genio di Sigmund Freud, che dette una base scientifica a questi comportamenti. Dagli strati profondi ed inconsci della vita psichica emerge la delusione del non essere riuscito nell’intendo di compilare le classifiche. Ne nasce un violento conflitto con gli elementi consci e razionali, che si traduce nella lotta senza quartiere contro chi le corre e chi le conteggia.

Tuttavia, la voglia di far classifiche in lui è imperiosa, prorompente ed insopprimibile, ed ha trovato il suo transfert nel Challenge. In tale tenzone – tipo Secchia Rapita –   mette insieme altezza, peso, circonferenza dell’addome, percentuale della parte magra e grassa, misura del reggiseno, centimetri di cellulite, colore degli occhi e della barba dei concorrenti, e fabbrica delle classifiche dai risultati esotici.

Ad onor del vero, va detto che il transfert è il primo stadio sulla via della guarigione, che si realizzerà nella catarsi: la liberazione della tensione emotiva fino adesso repressa, ottenuta mediante la confessione. Fabio Marri, sputando il rospo, raggiungerà la soluzione dei suoi problemi: deve ammettere che sono punti-Marri, non Marchei!

I supermaratoneti riconoscono nel Direttore il loro vero genitore, e ne sono onorati. Tocca a lui sentirsi orgoglioso di tali figli per il contributo che hanno dato alla maratona amatoriale. E’ loro merito l’aver smesso di scimmiottare il mondo professionistico, sperimentando sulla propria pelle nuove strade, che hanno permesso di raggiungere traguardi impensabili. Hanno contestato con i fatti certe assurdità dell’Ipse dixit, assumendo un’impostazione cartesiana nei confronti delle corse di lunga durata, sulle quali non esisteva, come ho sentito affermare da Giuseppe Mazzeo in un convegno sulla Pistoia-Abetone, nessun dato biologico di valore scientifico, ma si riponeva fede cieca in quanto predicato da qualche guru. Essi hanno stritolato il dogma delle due maratone l’anno, e sintetizzato il risultato delle loro esperienze nella legge: il numero delle maratone che può essere corso in un anno è inversamente proporzionale alla velocità con la quale vengono portate a termine. Non c’è dubbio, semplicistico, scolastico, l’uovo di Colombo! Tanto da far inorridire il sig. Roberto Albanesi di tanta banalità. Ed io non potevo che dargli ragione, perché credevo di trovarmi di fronte ad un altro Ulderico Lambertucci, che macina in 15 giorni i chilometri che un supermaratoneta percorre in un anno. La sfortuna del sig. Albanesi fu che volle commentare la sua affermazione, mettendo alla scoperto la gran confusione che aveva in testa: si mise a tessere le lodi degli allenamenti cui lui o chi per lui si sottoponeva, le sue scelte (rispettabilissime) di gare, a confondere i corridori amatoriali con Baldini e concludeva autodefinendosi….scamorza! Fabio Marri è convinto che La Grande Mela e il suo pubblico siano i migliori al mondo, ebbene, se il sig. Albanesi si fosse permesso di giudicare banale la corsa dell’ultimo arrivato a quella maratona, i competenti Newyorkesi lo avrebbero preso e catapultato sulla sedia elettrica!

Quanto detto non è un giuocar d’anticipo sulle immancabili critiche che pioveranno allorché saranno pubblicate le classifiche, perché non sono un convinto sostenitore della teoria della guerra preventiva, per la quale la miglior difesa è l’attacco. Men che meno per spirito di polemica: è solo l’amore – che move il sole e l’altre stelle – a spingere un figlio alla ricerca del vero padre! Chi è degno di ammirazione, Diego Maradona (pagatissimo dalla TV italiana, nonostante lo squallido esempio fisico e morale che offra), o Diego junior? Che siano punti-Marri non c’è bisogno di eseguire l’esame del DNA, essendo il richiamo del sangue più veritiero del freddo dato di laboratorio.

Fabio Marri, adorato genitore, se ci sei, batti un colpo!

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