In questi giorni tornare su questi stessi percorsi dopo diverse settimane in cui me li sognavo di notte (quasi), me li ha fatti vedere in una luce diversa. Ogni metro, per quanto noto (conosco a memoria persino gli avvallamenti, le radici affioranti, le buche dove si formano le pozze d’acqua o le leggere deformazioni dell’asfalto), era una conquista assaporata come una meravigliosa libertà. È proprio vero che non c’è nulla come la privazione che serva a farci apprezzare quello che abbiamo e che diamo troppo spesso per scontato (o dovuto). Ma se sapremo portare nel cuore anche queste piccole emozioni, ricordandoci di vivere con gratitudine quello che abbiamo senza darlo per scontato, allora questo tempo, che ricorderemo come “quando non si poteva correre”, pur doloroso e faticoso non sarà passato invano. Questa almeno è la mia speranza e il mio augurio per tutti: che alla fine da questa esperienza possa uscire anche qualcosa di buono per ciascuno, per apprezzare in modo diverso la vita.
Così, proprio per riassaporare in pieno questa “nuova” libertà, anche se è domenica mi sveglio presto e inforco la mia bici per recarmi, in puro spirito “green”, sul luogo scelto per questa mia personale 6 ore: il Monte Stella, la Montagnetta dei milanesi. Mi sembra infatti che, tra le mie mete abituali di allenamento, questa oasi di verde, costruita con le macerie dei bombardamenti della seconda guerra mondiale, così abbondanti da creare una collina, rappresenti perfettamente il mio stato d’animo: anche dai drammi peggiori possono uscire cose buone.
Ovviamente tra le varie proposte previste, appunto la 6 ore, la maratona, la staffetta 2×3 ore e la staffetta 3×2 ore, io ho scelto la prima: tanto è tutto virtuale, se devo sognare meglio puntare direttamente al top. Anche perché, devo confessarlo, la 6 ore mi ha sempre affascinato e si colloca di diritto in prima fila tra i possibili approcci al mondo delle ultra.
Innanzi tutto per la novità della formula che ribalta gli obiettivi tradizionali di una gara. Non si tratta più una distanza da percorrere nel minor tempo possibile, ma di un tempo dato in cui percorrere più strada possibile. E poi perchè trovo che questa forma di competizione sia maggiormente rassicurante e alla portata rispetto alla prospettiva di una maratona o di una 50 km (per non parlare di una 100 km o più). Il dubbio relativo al “riuscirò ad arrivare in fondo?” o al “non ce la farò mai!”, è molto più sfumato di fronte all’ipotesi di muoversi per 6 ore. Se in una maratona se non arrivi al traguardo è come se non fossi partito, al termine delle 6 ore sai sempre quanta strada (tanta o poca che sia) hai fatto.
Infine anche la durata è più rassicurante. Per me che nella realtà ho fatto al massimo 25 km, anche il solo pensare di farne 42 e spiccioli o addirittura raddoppiare a 50 pare una impresa ai limiti del sovrumano. Mentre stare in ballo per 6 ore mi sembra più alla portata, avendone fatte anche 12-14 ore nei miei trascorsi montanari.
Così poco dopo le 8 del mattino parto tutto allegro, confortato da questi pensieri… e dalla certezza che comunque mi fermerò molto prima delle 14. Dopo una settimana decisamente calda la mattinata è un po’ coperta e fresca l’ideale per correre. Dato l’orario al momento incrocio più pattuglie di forze dell’ordine che podisti come me, così non devo preoccuparmi in continuazione delle distanze di sicurezza e posso limitarmi a tenere la mascherina a portata di mano. Confesso che, pur comprendendo e condividendo la voglia di uscire a prendere una boccata d’aria dopo tanta reclusione, certi affollamenti in parchi e luoghi pubblici un po’ mi preoccupano e così scelgo di collocare le mie uscite o la mattina entro le 9 o la sera dopo le 19.
Presto mi faccio rapire dalla corsa. Il cronometro corre anche lui, ma per conto suo. In queste prime uscite del “dopo” la mia corsa è molto diversa (per ora) da “prima”. Il cronometro non è più il compagno-avversario d’allenamento, quello strumento (talvolta di tortura) che scandisce il passo e ti dice se stai andando bene e rispettando la tabella. Prima era tutto un valutare la bontà dell’allenamento in funzione del passo, della progressione, degli obiettivi… per non parlare delle gare. Ora mi limito a correre a sensazione, gli obiettivi sono molto ampi ed espressi alternativamente in termini di tempo o di distanza. Mi è del tutto evidente che dopo questa sosta forzata non sono competitivo rispetto ai miei parametri precedenti e non ho neanche troppa fretta di recuperare la forma. Per ora quello che voglio recuperare è il puro piacere che mi dà questa attività e la sua capacità, unica, di farmi sentire bene eliminando tutti gli acciacchi. Non arrivi mai nelle stesse condizioni in cui sei partito… e non è solo questione dell’ovvia stanchezza. Quante volte mi capita di partire teso per una giornata faticosa o una notte insonne, con qualche malessere o indolenzimento e di arrivare piacevolmente stravolto.
Un miracolo che si ripete anche oggi. I primi due-tre km di lento carburare, poi il corpo che inizia a rilassarsi nel gesto ripetitivo e procede come di conserva senza troppo sforzo. Così, a metà del 3° giro opto per una variazione e approfittando dell’orografia del luogo, unica nel suo genere nella piatta Milano, mi dedico a una serie di allunghi in salita… forse un omaggio inconscio in preparazione alla Nove colli di settimana prossima.
Quando ripasso dove ho lasciato la bici decido di chiudere qui la mia 6 ore immaginaria. Finalmente mi decido a guardare il mio cronometro che ha il compito di “certificare l’impresa odierna. Ho fatto 9,65 km in poco più di 55 minuti. Sono stanco il giusto e totalmente appagato da quello che ho fatto. A questo punto è meglio non strafare, visto che ho ancora davanti un trasferimento di 20-25 minuti fino a casa. Inforco la bici e mi avvio verso casa quasi rigenerato e in piena forma per affrontare una giornata molto importante. Oggi, 10 maggio, è la festa della mamma e voglio festeggiare in modo degno mia mamma e la mamma dei miei figli.



