Quel fenomeno di Mario Ferri alle terre verdiane

I tempi erano stretti ed un eventuale seppur minimo ritardo, avrebbe vanificato il nostro tentativo di arrivare alla partenza in tempo utile.

Il gruppo pratese era compopsto oltre da me, Giorgio Pelagalli, Zampini Carlo, Stefani Franco, Melani Alessandro, più due bravissime “fanciulle”, Sabine Thelemans e Poggi Claudia. Arrivati alla stazione centrale alle quattro e mezzo, sul monitor non era segnalato nessun ritardo e alle cinque in punto siamo partiti per la prima destinazione di cambio, il primo ostacolo era stato superato. A Bologna, ripartenza, senza ritardi, in compagnia degli altri amici emiliani e marchigiani che si erano uniti a noi, Liccardi Mario, Filonzi Giancarlo, Guerrieri Graziano e Gambelli Ferdinando.

Tutto è andato per il meglio fino all’arrivo, previsto per le ore sette e quarantacinque alla stazione di Fidenza, dove l’ultimo bus -navetta che l’organizzazione aveva messo a disposizione, ci avrebbe caricato per la destinazione finale: Fidenza-Village, luogo di ritrovo e partenza maratona.

Arrivati in stazione, è cominciata a scendere la prima trance, quando però è toccato alla seconda, la porta automatica si è chiusa ed io, Gambelli, Filonzi e Liccardi, siamo rimasti sopra con le borse in mano da una parte e l’altra protesa a pigiare bottoni e bottoncini o tentare l’improbabile, cioè sganasciare la porta.

Eravamo soli in quello scompartimento ed in quegli attimi di caos, venivano fuori argomentazioni fuori luogo. Uno voleva andare dal capotreno per fargli mettere la retromarcia e tornare indietro, l’altro malediceva il fatto che fra noi non c’era Guerrieri, ex capotreno in pensione, che magari poteva metterci una mezza parola col “macchinista”, alla fine ricominciando a ragionare con la testa e non con “qualcos’altro”, ci confrontammo con altre opzioni.

Ci venne in aiuto una ragazza salita allora, che con il suo telefono tecnologico, ci indicò che, alla fermata successiva, vicino a Piacenza, transitava in senso opposto un altro treno, quasi in contemporanea.

Asserragliati al manico dello sportellone per non rischiare ancora, contavamo minuti e secondi, cominciando a fare i “calcoli”. Poco prima avevo telefonato a Sabine Thelemans, che aveva bloccato il pulmino dell’organizzazione, dicendole di non aspettarci. “Noi abbiamo proseguito per Piacenza” gli ho detto. Poiché già “c’eravamo”, ci fermavamo un attimo al centro maratona di quella città per il ritiro pettorali, dato che appunto la domenica successiva a questa è lì che si svolgeva la prossima maratona! Bugia pietosa detta in un attimo di lucida follia, per mascherare lo scorno subito. A posteriori ho saputo che qualcuno aveva pure “abboccato”, dicendo: “Speriamo che ritirino pure il mio!”.

Ma ritorniamo a noi. Alla stazione di Firenzuola, mi sembra, usciamo a volo, nel grigiore generale, il nostro treno riparte verso nord e, magia delle magie, con l’ultima carrozza si spezzano le nostre speranze, apparendoci davanti su un altro binario l’altro treno che si stava muovendo proprio in quel momento. “Binario, triste e solitario, fredde parallele della vita, per me è finita!”. Così cantava Claudio Villa, ed io cercai di imitarlo, per sdrammatizzare, ma con poco successo. Uscimmo a volo dalla stazione alla ricerca di un taxi in mezzo al biancore generale per terra e quel cielo plumbeo in alto, ma invano. Tutto e tutti dormivano. Uno di noi si azzardò ad alzare il pollice verso un’auto solitaria che si districava, sgommando, fra il ghiaccio, per cercare una linea dritta di direzione,ma il conducente alzò il braccio, non credo per salutarci.

Nel frattempo i minuti scorrevano inesorabilmente. Rientrati mesti in stazione, alzando gli occhi sul monitor mi accorsi che segnalava un nuovo ed ultimo treno in transito verso sud da lì a poche decine di minuti. Ci galvanizzammo nuovamente, facendo i conti potevamo farcela. Fortunatamente Gambelli aveva il numero di Chiottolini l’organizzatore della maratona; fortunatamente ci rispose; fortunatamente riuscì a far partire un pulmino verso la stazione di Fidenza, dove arrivammo nuovamente, sempre con quattro mani attorcigliate al portellone ed altre quattro al bottone d’apertura. Arrivo a “Fidenza Village”, ringraziamento all’autista solerte, disbrigo pratiche burocratiche, ritiro pettorale e deposito borse.

Il cambio degli indumenti per la gara l’avevamo fatto in treno, mostrando le nostre “debolezze” agli altri passeggeri, compreso il “bigliettaio”, che nel raccomandarci un poco di decoro, fortunatamente non ci chiese i biglietti che oltretutto nella furia non avevamo rifatto.

Pochi secondi alla partenza, con tanto di foto con questo e l’altro che Michele Rizzitelli ci regala ed immortala nel nostro giovane ma “già importante sito “. L’incontro con il resto del gruppo che sbalordito, ci chiede lumi. Io con “non chalance”, rispondo: “Ma ve l’avevo detto che saremmo prima passati a Piacenza, per il ritiro del pettorale per la prossima domenica!”. In un attimo di silenzio, imbarazzo e stupore, Giorgio Pelagalli disse: “Ma, l’hai ritirato anche a me!”.

Che dire della maratona, se non che siamo stati fortunati con il tempo, senza neve, acqua e vento. La temperatura abbastanza mite fino al termine del tempo massimo della gara quindi con buona fortuna per noi atleti, un pò peggio per gli addetti che si sono trovati a smontare il tutto sotto un vento gelido ed acqua mista a neve.

Il ritorno in “intercity”, comodi, con posti numerati, a raccontare e raccontarci sulle nostre performance personali, su quante volte eravamo andati nel campo a … come motivazioni più o meno sterili di prestazioni sotto le aspettative. Tutto in maniera allegra, goliardica, caratteristica che accumuna tutti i Supermaratoneti, dove la superiorità non sta sul “quanto ” ma sul “esserci “.

 

P.S. Ad un giornalista intervenuto per motivi di cronaca, gli dicevo che i circa 300 Supermaratoneti, hanno fatto oltre 2 milioni e 900 mila km. Stiamo completando per la terza volte il viaggio di ritorno dalla luna. Lui mi guardava incredulo e dubbioso, mentre annotava sul taccuino. Nel frattempo stava terminando la sua fatica il mitico Vito Ancora, l’ho chiamato ed avvicinandosi gli ho chiesto quante maratone aveva fatto. “Oltre seicentocinquanta” ha risposto con candore! Il giornalista, ha preso il foglietto dove stava annotando, ne ha fatto un cartoccio ed, andandosene via risentito, l’ha gettato per terra.

Che dovevo fare! In quel momento mi è venuto in mente un episodio della mia infanzia al cinema. Prima dell’inizio andava in onda la “Settimana Incom”, con fatti e curiosità italiane. Ebbene una troupe televisiva, era andata ad intervistare una ragazzina che aveva suscitato tanto scalpore, poiché, si diceva, avesse visto i marziani. La ragazza al giornalista di turno spiegava che erano verdi, con le mani lunghe, occhi grandi e che erano scesi da un disco volante. Presi gli appunti, fatte le riprese, con intorno un fiume di persone incuriosite, fece un’ultima domanda prima di andarsene: “Ma in passato hai avuto altre visioni!”.“Sì” rispose la bambina, “l’anno scorso ho visto la Madonna!”. “Buona notte!”. Stracciò tutto e se ne andò.

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