Dopo una giornata di acclimatamento con passeggiata e abbondante mangiata di
polenta concia e spezzatino, stamattina eccomi pronto di buona ora a
lanciarmi (si fa per dire… ma non troppo) sugli amati sentieri.
La giornata è spettacolare: senza una nuvola in cielo e calda il giusto, per
quello che può esserlo la montagna sopra i 1500 metri. Purtroppo, tra le
mille cautele nel prepararmi senza disturbare i dormienti, mi dimentico di
prendere il cellulare e dovrò limitarmi a godere lo spettacolo con i soli
occhi.
Non ho una meta precisa. Ho una vaga idea di itinerario ad anello più o meno
ampio che mi consenta varie possibilità di rientro. Poiché non so come
reagiranno le mie gambe mi affido totalmente a loro: del resto, queste
zingarate a sensazione e senza un programma preciso sono le uscite che più
mi danno soddisfazione. Unica concessione a un qualche calcolo è: partenza
in salita e arrivo, se possibile, in discesa.
Così, uscito di casa, mi avvio sulla strada regionale che porta al Col St.
Pantaleon. A meno di prendere per sentieri molto ripidi, il primo tratto su
asfalto è obbligatorio. Per fortuna il traffico già di suo molto limitato,
la domenica mattina alle 8 è pressoché nullo; alla fine saranno più le
biciclette che le auto a superarmi.
Pur senza tagliare per sentieri, la salita ha comunque una pendenza del
5-6%, ma bastano 2-300 metri per trovare il passo giusto… mooolto
tranquillo. Arrivato alla frazione Cheresoulaz abbandono la strada per il
colle e svolto in direzione dei Lozon e dell’area picnic di Champlong:
l’idea è puntare verso il Col Les Bornes lasciando l’asfalto a favore delle
interpoderali e dei sentieri che tagliano i pendii della montagna che
sovrasta questa porzione di Valle (siamo nella vallata principale): due
punte poco inferiori ai 2500 metri, collegate da una lunga cresta, con a
sinistra la Cima Longhede e a destra, poco più alta, la Becca d’Aver.
Non faccio a tempo a svoltare che un cane appare dal nulla al mio
inseguimento abbaiando come un forsennato. Per fortuna, prima ancora che
possa saggiarne le intenzioni, il padrone, che sta facendo il fieno nel
prato a fianco, lo rimette a posto con una urlata. Meno male, perché qui le
pendenze si fanno più impegnative e non ardo certo dalla voglia di mettermi
alla prova in una gara di velocità…
Piano piano raggiungo Champlong e attacco l’interpoderale. Ho già superato i
5 km e non ho voglia di salire direttamente a Col Les Bornes, per cui, fatto
qualche centinaio di metri svolto a sinistra prendendo una traccia assai più
ripida che risale in maniera più diretta il fianco della montagna e che, più
in alto, va a intercettare il lungo traverso che taglia il fianco della
montagna proprio a partire dal colle a cui punto.
Alcuni tratti qui raggiungono anche 10% di pendenza, ma li affronto senza
troppa fatica e quasi senza accorgermi arrivo al traverso. Sino a qui sono 7
km di salita ininterrotta con poco più di 500 metri di dislivello. Li ho
fatti in circa un’ora ma mi sento come fossi appena partito e qui mi viene
l’idea folle.
Per istinto e abitudine arrivato in cima mi sono buttato a destra puntando
verso il colle, ma fatto un centinaio di metri mi viene la curiosità di
vedere cosa c’è dall’altra parte. Sto bene, mi sento in forma… e poi al
limite tornato indietro posso scendere diretto da dove sono salito. Così,
come è pensato è fatto, e invertito il senso di marcia mi lancio… verso
l’ignoto. Che sia di corsa, camminando o in bicicletta, questa esplorazione
in totale libertà alla scoperta di nuovi itinerari mi ha sempre affascinato.
Presto esco dal bosco e rimango incantato a vedere paesaggi noti che vedo
tutti i giorni dalla finestra di casa, sotto una angolatura diversa. Ormai
sono proprio sotto la Cima Longhede e continuo a seguire questa traccia che
sembra voler girare intorno alla montagna. Nonostante la quota (siamo poco
sopra i 1800) inizia a fare caldo così, sempre senza fermarmi, tolgo la
maglietta, la infilo nell’elastico dei pantaloncini e giro il cappellino con
la visiera all’indietro a riparare il coppino che già ieri ha preso un po’
troppo sole.
Dall’area Champlong non ho incrociato nessuno; sono in una zona della
montagna proprio fuori dei giri abituali. Dopo un paio di km il sentiero
finisce immettendosi sul tornante di uno sterrato evidentemente ben tenuto.
Esito un attimo e poi opto per la destra, in salita. Non sapendo quanto in
là mi porterà questa esplorazione vorrei evitare di dover risalire al
ritorno quando sarò magari più stanco. Affronto un paio di tornanti con
pendenze decisamente impegnative, ma fatti 600 metri una cancellata con filo
spinato sbarra il tutto: sono sulla strada di accesso a una delle cave
ancora attive alla base della Longhede.
Faccio un rapido dietro front e sceso un paio di tornanti riprendo la strada
da cui sono venuto. La tentazione di proseguire in discesa è tanta; da qui
sono convinto che debba esserci una traccia che con poco dislivello porta ad
affacciarsi sulla Valle di Saint Barthelemy, ma ho già 10 km nelle gambe e
da qui ogni singolo metro fatto è un metro in più per rientrare. Meglio
rinviare a un’altra occasione, intanto per oggi ho già avuto la mia parte di
scoperte.
Rifacendo la strada al contrario ho modo ancora una volta di apprezzare il
panorama riconoscendo tanti posti familiari e allo stesso tempo rimpiangendo
una volta di più di aver lasciato il cellulare a casa (e al rientro me lo
farà rimpiangere ancor più mia moglie che, chiamandomi per sapere dove
fossi, ha sentito squillare il telefono nella stanza a fianco…).
In breve raggiungo finalmente la mia meta: Col Les Bornes. Ovviamente mi
concedo una piccola escursione ad anello per valicare completamente il colle
ed entrare nel territorio di Torgnon. Da qui mi si aprono tre possibilità:
prendere l’interpoderale che scende a Champlong e di lì rientrare per il
percorso dell’andata; andare verso il comprensorio sciistico di Torgnon
lungo la pista di fondo delle Maisonnette; raggiungere il Col Saint
Pantaleon dove passa la strada regionale che collega la vallata principale a
Torgnon.
Mi sento bene, per cui scarto la prima soluzione, la più breve e banale, ma
ho anche più di 14 km nelle gambe, per cui la prudenza mi sconsiglia
allunghi verso Torgnon, così decido di affrontare la cresta che porta a
Saint Pantaleon.
Su questo tratto di strada finalmente incrocio nuovamente degli
escursionisti, qualcuno in bici, la maggior parte a piedi, pochi o nessun
bambino… mi vengono in mente i miei figli, che per muoverli di casa,
soprattutto in montagna, bisogna minacciarli con un fucile.
Ancora una volta sono in leggera salita e ancora una volta quasi dal nulla
(in realtà da dietro una curva) salta fuori, a distrarmi dai miei pensieri,
una massa di pelo urlante. Oggi è il mio giorno fortunato per gli incontri
con glia amici a quattro zampe. E questo sembra anche cattivello perché,
prima che il padrone arrivi a tiro e lo richiami, si mette a ringhiare e mi
costringe a un paio di balzi stile danzatore cosacco per sottrarmi ai suoi
denti (o almeno così io interpreto le sue intenzioni). Il padrone si
profonde in scuse garantendo che il suo cane è buonissimo, ma quando vede
qualcuno corrergli incontro si spaventa e attacca per difendersi.
Gentilmente gli faccio notare che, stando così le cose sarebbe meglio
tenerlo al guinzaglio, visto che girando per sentieri si incontrano altri
cani, bambini, ciclisti e chi più ne ha… a quel punto, apriti cielo, salta
su la moglie a inveire che il suo cane ha diritto a muoversi libero quanto
chiunque altro, che nessuno può permettersi di dire che deve stare al
guinzaglio… e, ciliegina sulla torta, che non mi permetta mai più di
aggredire il suo cane correndogli incontro! Nel mezzo di questi
vaneggiamenti il marito la prende sottobraccio trascinandola via di peso e
io riprendo la mia strada pensando quasi di aver sognato. L’affetto per gli
animali è una bella cosa, ma ogni tanto si rischia di perdere il senso della
misura…
Sarà per la sosta o per il trambusto successivo, ma l’inconveniente ha rotto
l’incanto e ci metto un po’ a riprendere il ritmo ideale in cui gambe, fiato
e mente vanno in armonia. Per fortuna ormai sono al tetto del mio giro e da
qui è quasi tutta discesa.
Quando arrivo al Col Saint Pantaleon è d’obbligo una breve puntata al
parcheggio con vista panoramica sul Cervino, una vista che non cessa mai di
riempirmi gli occhi e il cuore sebbene siano ormai più di trenta anni che
passo di qui. Poi scendo brevemente fino alla chiesetta di Saint Pantaleon
posta sul colle vero e proprio posto qualche metro sotto il punto in cui
passa la sede stradale. Da qui un sentiero diretto scenderebbe fino a casa,
tagliando i tornanti della strada regionale. Invece io decido di proseguire
diritto per la cresta che ho seguito fin da Col Les Bornes e che porta alla
chiesetta di Saint Evence posta in cima allo sperone che si affaccia sul
punto di confluenza tra la Valtournenche e la vallata principale.
Il prato di Saint Evence è un classico per i picnic domenicali e lungo il
sentiero supero diversi gruppi che affrontano la breve passeggiata per
raggiungerlo: un paio di km immersi nel bosco con moderati saliscendi.
I saliscendi, il bosco con le sue ombre e le sue radici, il fatto che corro
con gli occhiali da sole per proteggere gli occhi dalla polvere (porto lenti
a contatto)… tutto un insieme di circostanza che al 18° km portano al
patatrac.
Ancora una volta sono in un tratto in leggera salita, tra la penombra del
sottobosco e l’oscurità delle lenti calcolo male i movimenti e inciampo in
una radice. Il terreno in salita mi impedisce di recuperare la gamba
d’appoggio e finisco lungo disteso. La distanza dal terreno è poca, ma
sfortuna vuole che cadendo sbatto con tutto il peso la gamba destra contro
un sasso. Di solito in queste occasioni quando si è in pubblico si salta su
come una molla, quasi si fosse tirati da un elastico, tanto è l’imbarazzo.
Casualmente invece questo è un tratto bello deserto, per cui mi prendo tutto
il tempo necessario per rialzarmi e controllare eventuali danni riportati. A
parte un graffio sulla mano non ci sono abrasioni… sento solo un forte
dolore al muscolo che ha sbattuto. Per fortuna la gamba regge bene il paso
senza dolore e sembra solo una forte contusione.
Rinfrancato riparto per non far raffreddare il muscolo. Ma stavolta non è
come prima. Non si tratta di ritrovare il ritmo: a ogni passo sento un misto
tra un fastidio e una fitta di dolore, più accentuato quando sono in
discesa… e da qui a casa sono 4 km tutti in discesa.
Quando arrivo a Saint Evence il muscolo ha ripreso a lavorare e il fastidio
generale si è un po’ attenuato. Il prato invita a una sosta, il panorama sul
Cervino e sulla valle invita a una sosta, la chiesetta invita a una sosta…
anche il mio corpo acciaccato la gradirebbe, ma so che se mi fermassi non
ripartirei più, perciò mi obbligo a imboccare il sentiero che scende sul
fianco dello sperone. Il primo tratto è molto ripido e a gradoni per cui lo
percorro cauto. Di correre non se ne parla nemmeno. Più in basso, appena la
pendenza lo consente, riprendo a corre di buon passo e in breve raggiungo la
sterrata forestale de Lavesé.
Finalmente raggiungo l’omonimo ostello dove c’è una fresca fontana. È il
primo posto con acqua che incontro da quando sono partito e non resisto alla
tentazione di una breve sosta per sciacquarmi e dissetarmi. Al momento di
ripartire ecco l’ennesimo cane che mi si avvicina abbaiando (oggi tra me e i
cani non c’è molto feeling). Questo però lo conosco bene, è il cane dei
gestori dell’ostello e passo spesso di qui, così in breve ottengo da lui il
via libera e posso riprendere la mia corsa.
Percorro l’ultima breve salitella della giornata costeggiando il prato de
Lavesé e poi è tutta discesa fino a casa, prima su sterrata e l’ultimo
chilometro e mezzo di nuovo sull’asfalto della strada regionale.
Finalmente la mia avventura è giunta a termine.
OK, ho avuto incontri ravvicinati di tre tipi con esponenti del mondo a
quattro zampe e ho fatto un bel capitombolo che probabilmente mi costringerà
a qualche giorno di riposo. Ma ho esplorato nuovi posti; ho corso in libertà
seguendo l’istinto; mi sono ritemprato i polmoni, la vista e l’olfatto… e,
alla fine, ho percorso oltre 22 km con quasi 800 metri di dislivello
positivo in meno di 2h50’. Al di là di un lieve fastidio nel correre in
discesa mi sento benissimo: tra gare e allenamenti negli ultimi 12 mesi ho
fatto 10 mezze maratone o più e mai come oggi sento le gambe fresche, la
testa leggera e nessun problema di fiato.
Oggi più che mai posso affermare contento che… i conti tornano!





