32 RACCONTI DELLA BARCHI FANO FATTA DA CASA

LE FOTO DI QUESTA TMARATONA LE TROVATE SU: https://www.facebook.com/pg/clubsupermarathon/photos/?ref=page_internal

 

PRECEDENTI RACCONTI:

1 Milano RESISTI Marathon https://www.clubsupermarathon.it/maratone/4831-milano-resisti-marathon-i-vostri-racconti-della-prima-maratona-della-speranza.html

2 Racconti del Lago D’orta Marathon https://www.clubsupermarathon.it/miscellanea/4847-19-racconti-della-lago-d-orta-marathon-donando-sul-lago-dorato-di-ambrosino-arena-belloli-bartoletti-bocchi-bogliani-castrilli-capecci-colombo-comparelli-dicorato-falcier-farina-focarelli-grilli-lallo-lettieri-paroni-spataro.html

 

3 Maratona di Padova che il Santo ci aiuti https://clubsupermarathon.it/maratone/4856-racconti-della-maratona-di-padova-che-il-santo-ci-aiuti.html

 

4 50km Romagna mia ce la fai https://clubsupermarathon.it/miscellanea/4883-racconti-della-50km-romagna-mia-ce-la-fai.html

 

5 Riso Amaro Marathon https://www.clubsupermarathon.it/miscellanea/4912-racconti-della-riso-amaro-la-maratona.html

 

 

Sono in ordine alfabetico.

 vedete le foto….FOTO bARCHI FANO FATTA IN CASA

 

 

POSSIAMO SENTIRCI SEMPRE LIBERI E FELICI CORRENDO di Luigi Ambrosino

Un bimbo mi ha chiesto dove è il paradiso gli ho risposto è qui il paradiso quando guardi un alba quando guardi un tramonto, lo scorrere di un fiume, la vastità del mare, il volo degli uccelli, il sorriso di una mamma, l’amore di un padre, il pianto di un bambino. Si piccolo il paradiso è qui sulla terra!

Noi il nostro paradiso sulla terra lo costruiamo correndo. Correndo nella natura, per le città che ci vengono concesse ad uso esclusivo, nei parchi. Non date ascolto a chi, in questo periodo, sputa sentenze e lancia improperi sui Corridori.

Un Corridore, non potrebbe mai permettere che qualcuno possa ammalarsi o peggio, perdere il bene più prezioso, a causa sua.

Un Corridore ama la Vita e per questo rispetta il proprio Corpo che di essa è il Tempio.

Un Corridore tiene alla propria salute e fa di tutto per preservarla: non fumando, alimentandosi in modo corretto, evitando gli eccessi e soprattutto restando in forma.

Un Corridore ama stare in compagnia di sé stesso e non gli pesano, anzi ricerca, luoghi isolati in cui trasformare la Corsa in pura Meditazione.

Un Corridore impara tre cose dalla Corsa: Costanza, Sacrificio, Disciplina.

Queste tre caratteristiche lo predispongono, in modo naturale, a rispettare qualsiasi Legge, anche le più assurde. Un Corridore è un Atleta e gli Atleti

‘A morte i runner, i salutisti, i magri, gli innamorati. Hanno sempre quel maledetto sorriso stampato in volto’

Qualche giorno fa ho letto su Facebook un commento sulla pagina di un “indiavolato”, contro l’atteggiamento perentorio di un runner, che si ostinava a “mantenersi in salute”, nel pieno rispetto delle normative vigenti, correndo nel giardino di casa sua: “vai a correre al cimitero, così almeno ti prepari il terreno. Idiota”.
La sera stessa ho visto alla TV un psicanalista e accademico italiano, che ha dato una chiave di lettura di quello che, a mio modesto avviso è il vero e unico virus dell’uomo, l’odio. Ha spiegato che mentre l’aggressività e la rabbia sono sentimenti impulsivi e disordinati, l’odio è una passione lucida che colpisce al cuore il nemico, l’odio è una pianificazione di annientamento. L’odio mette in atto quello che per la psicoanalisi è il fenomeno della proiezione nei confronti dell’altro, l’io proietta ciò che non accetta di se stesso.
Ma c’è una dimensione più intima e sottile dell’odio che riguarda l’odio invidioso, riguarda quella miscela terribile che mescola insieme odio e invidia.
L’odio invidioso non nasce dalla frustrazione sociale, non nasce dall’ingiustizia, non nasce dal conflitto tra le classi, non nasce dalla frustrazione, ma dalla fascinazione.
Noi proviamo odio invidioso verso chi in fondo adoriamo.
Proviamo invidia verso chi rappresenta il nostro ideale esteriorizzato.
Proviamo invidia verso ciò che noi desidereremmo essere e non siamo. Ed è sempre così, nell’odio invidioso. Non si invidia mai chi è lontano da noi, chi è differente da noi.
Noi invidiamo sempre chi è prossimo a noi. Invidiamo sempre chi realizza quello che noi vorremmo essere. Lo diceva bene Aristotele: “Non esiste invidia tra lontani”.
Ma la vera domanda, quella che potrebbe spiegare quella frase maledetta: “vai a correre al cimitero, così almeno ti prepari il terreno. Idiota” è: che cosa invidia, l’invidioso, nell’altro?
Non credo che possa invidiare qualcosa, non invidia una proprietà, non penso a una qualità del runner, in fondo non gliene frega niente del suo passo leggero, della sua tenuta atletica. Non invidia le sue scarpe tecniche, fluorescenti. C’è qualcosa di più sottile in quelle parole, non riguarda le qualità e nemmeno le proprietà del suo nemico, il runner. Lo psicanalista per rendere “visibile” l’oggetto primo dell’odio invidioso, mostra uno spezzone tratto dal film Amadeus, dove si consuma il testa a testa tra Salieri e Mozart.
In quella sequenza Mozart riproduce un brano al pianoforte, dopo un solo ascolto, mettendo in essere qualcosa di stupefacente. Salieri rimane sconvolto dalla bravura di Mozart, ma non è questo il centro del suo disorientamento, il focus del suo disappunto. Per cercare quell’ombra che si disegna sul viso di Salieri al termine dell’esibizione di Mozart, bisogna andare a guardare il viso di Mozart. Mozart sorride, poi ride. Ride come un bambino alla fine, quando stacca le dita dal pianoforte. Salieri guarda il genio di Mozart, vorrebbe avere la stessa genialità, che gli manca, e patisce l’esistenza di Mozart, come un’esistenza che toglie alla sua vita.
Ma riguardando bene quella scena, la cosa che più colpisce, non è tanto il talento straordinario di Mozart, rispetto la modestia del talento di Salieri, non è il genio nei confronti del mediocre. Quello che bisogna cogliere in quella scena, il dettaglio, è la risata di Mozart. È il sorriso di Mozart.
Che significato ha, cosa ci vuol dire quel sorriso, la risata di Mozart?
È vivo. Salieri è morto.
L’invidioso invidia nell’invidiato il “più di vita”, la gioia della vita, che manca all’invidioso.
L’etimologia del termine invidia viene da invidere, vedere male, guardare male. Patire della gioia di vita dell’altro, soffrire per la gioia di vita dell’altro, provare tristezza per il bene altrui. Condizione di bene che non si identifica con gli aspetti materiali, ma bensì con la gioia che l’altrui manifesta della propria condizione di vita, della propria felicità. Il sentimento d’invidia non porta in realtà nessuna gratificazione a chi lo prova, se non il tormento.
Per dare esempio concreto di tutto questo, posso citare il fatto criminoso avvenuto a Torino, l’omicidio nel quartiere dei Murazzi. Due ragazzi, uno di questi accoltella brutalmente un suo coetaneo. Non si conoscevano.
Non avevano niente di irrisolto tra loro. Due sconosciuti.
E alla domanda che viene rivolta all’assassino: perché l’hai colpito?
La risposta è: perché sorrideva. E perché in quel sorriso mi sembrava che la sua vita potesse essere più felice della mia.
Ecco qual è l’oggetto dell’invidia.
L’oggetto dell’invida non è un talento, non è una proprietà, non è una qualità. L’oggetto dell’invidia è la vita stessa.
La vita come vita ricca, la vita come vita piena.
Come vita capace di ridere, come vita capace di correre, come vita capace di amare.
Chi ha scritto quel post “vai a correre al cimitero, così almeno ti prepari il terreno. Idiota” non invidia il runner in quanto tale. Non ce l’ha con la sua passione, nemmeno col fatto che possa mettere la sua passione sul tavolo della vita, in questo momento, in cui si perdono vite umane ogni giorno. Non ce l’ha col suo ostinato accanimento a mostrarsi in canotta e braghette, mentre le televisioni ci rimandano immagini quotidiane di gente in camice e mascherine, di bare che girano per le vie di Bergamo di notte, scortate dall’Esercito. Non ce l’ha con il suo: “io vado avanti comunque”. Ce l’ha con il sorriso. Ce l’aveva anche prima di questo maledetto virus, con quel maledetto sorriso. Ce l’ha sempre avuta. L’odio contro quella bestiale felicità che gli fa sentire morta la sua di vita. Non è possibile che qualcuno sia così felice. Che gli innamorati girino per la strada mano nella mano. Che ci siano persone così felici, quando tutto va a puttane, nella sua di vita. È questo che l’assassino di Torino non sopporta, nella stessa misura di come il detrattore del runner non sopporta il runner.
La sua vita, quella dell’assassino, era una vita caratterizzata da solitudine, disoccupazione, la perdita del rapporto con la propria compagna, da cui aveva avuto dei figli che non poteva incontrare. Una vita sprofondata nell’abbandono. E dall’altra parte, per caso, passa un ragazzo che sorride.
La stessa risata di Mozart. La stessa risata del runner. Un “più di vita” Insopportabile.

3 Maggio – Barchi Fano fatto in casa (Barchi – Fano

 

 

BARCHI FANO – E A CAVALLO SIAM . . . Marcello Arena.

‘Nartra GARA del ClubSupermarathon Italia con le RESTAMOSENE a casa VIRTUAL RACE ” 11 Maratone della speranza ” erpettorale SCONTATO è sempre il 254 . . . Super iniziativa solidale alla Protezione Civile contro il COVID 19 . . . Oggi Scorriamo la sesta RACE ” 03 MAGGIO BARCHI FANO FATTA IN CASA ” GEMELLATA con l’iniziativa degli organizzatori della gara che promuovono la VIRTUAL ” LONTANI MA VICINI ” . . . Poco prima delle 09 Juan – Paolo – Devis preambolano la gara e poi Juan con il famoso DELAY di diciannove secondi dà la linea a Devis che conferma la partenza della RACE per tutti . . . Si inizia ed allora oggi METOCCANO 77 giri de garden da 50 metri con la radio a tuttobuco GIA’ sintonizzata su FM 100 . . . Tempo assolato con qualche sprazzetto di nuvolette bianche che danno la giusta temperatura alla gara . . . I giri girano e, come sempre, TUTTI i FANCLEBBESSE Datuttlequot – Frontestrad e Virtual echeggiano incitamenti e mi sostengono datuttelepart di ogni giro e così arrivo alla famosa – META’ gara – META’ delle VIRTUAL RACE – META’ dei soldi da raccogliere in quanto come ci ricordava Juan ARdoppiaggio der President come sostituto-audio nel collegamento prima della partenza, abbiamo superato AMEZZA, cioè quota ventiduemila, OTTIMA premessa per raggiungere euro 42.195 per la solidarietà verso la Protezione Civile o Enti che combattono il CODIV-19 e confermare di essere sicuramente ULTRA . . . Ma allora siamo a CAVALLO e mentre penso ciò, PENSO che SE torno indietro faccio ASTESSA strada ma nel pensare ciò, sono già arrivato a metà di un altro giro . . . Allora mi giro e continuo in modalità RETRORUNNING e così riconosco che il giardino percorso è maggiore del giardino da PERCORRERE e RIgirandomi continuo gli ultimi metri di quel giro dopo quello del CAVALLO . . . Cosa dire di una gara che – inizia con il colpo di bombarda – attraversa le colline Marchigiane – passa in storici Borghi Medioevali che ci accolgono con il cuore e rievocazioni cortigiane – ha ristori estemporanei come quelli a base di fragole e vinello novello che sicuramente tedà ‘namano Santa peanna’ndiscesa fino ar mare – ha la passerella finale surmolo cotanto debrezza marina che tedà ‘nabella asciugata dar sudore e er SUPERtraguardo contantodi MEDAGLIA, RISTORO, FINALBRANCH e la speranza di ” aggiungere il famigerato + 1 a questo bruttissimo diciannove ” . . . ALLORA non ci rimane altro che dare il NECCHESTEappuntament per continuare queste VIRTUAL RACE con il famoso CARMA e ridondante MANTRA . . . UnbelgranDAJEatutta RESTAMOSENE a casa da Marcello.

 

 

MENTRE ASPETTIAMO CONTINUIAMO A DANZARE di Simona Bacchi

Niente colli, niente mare oggi. Solo prati incolti , filari di vigna e campi seminati. Le nuvole minacciose nel cielo erano simili a quelle che l’anno scorso hanno caratterizzato la Collemarathon, la maratona che parte da Barchi e arriva a Fano; uno dei percorsi più belli nei quali abbiamo corso. Impossibile, chiudendo gli occhi, non ricordare i panorami dalla partenza, i colori del mare che si scorge già dal decimo kilometro, quella scia di magliette colorate dirette verso la costa. Impossibile sarà anche dimenticare questo periodo di restrizione, questo anomalo modo di correre che assomiglia più a giri di valzer. Oggi è psicologicamente la più difficile, c’è l’attesa della libertà, la consapevolezza che sarà l’ultima corsa in spazi così ristretti. Da domani si studieranno nuovi percorsi, strategie di autosufficienza idrica e alimentare per poter continuare ad emozionarci sulle lunghe distanze, quelle che piacciono a noi. Questi 42 km sono stati occasione di numerose riflessioni su di un futuro così incerto, ancora sostenuto da ipotesi e speranze. Sicuramente, quello che ci sta piacendo di questa iniziativa è che non si parla più di tempi, di classifiche, di premi ma emergono solo le sensazioni e le personali riflessioni nei racconti degli amici maratoneti che creano occasione per sognare insieme un nuovo ritorno.

 

 

IL SOGNO DI MIO PADRE di Marco Bertoletti

Sesta tappa delle Maratone della Speranza. Il giro di boa arriva a conclusione di un trittico di fuoco: venerdì la Riso Amaro Marathon a Santhià, ieri sconfinamento estero in quel di Bellinzona per la Leuga Gallica (unità di misura corrispondente a 2220 metri) organizzata da Marco Frattini e dagli amici del Club del Miglio e oggi la Barchi Fano Fatta in Casa. È la dimostrazione che quando l’uomo sogna non ci sono barriere che valgano a fermarlo.

Nel nostro continuo peregrinare per l’Italia oggi è la volta delle Marche, l’unica regione al plurale come mi diceva con orgoglio un amico marchigiano. Per correre la mia Barchi Fano Fatta in Casa mi affido al percorso sperimentato con la Riso amaro di venerdì, sfruttando i 200 metri da casa consentiti dalle attuali norme (ancora per poche ore). Una volta riassaporata la libertà di correre in strada non si torna indietro se non si è obbligati.

Per una volta riesco a essere pronto per un orario quasi reale. Sono le 9.30 quando mi allinea agli immaginari nastri di partenza. La mattinata è già calda anche se, cosa strana per Milano, abbastanza ventilata. La mia speranza è che l’orario e il vento rendano meno faticosa la corsa del resto mi immagino così le condizioni che avrei trovato nella realtà. Dopo la tenuta verde speranza di venerdì e quella totalmente rossa di ieri in onore degli amici svizzeri, per completare il trittico patriottico opto per maglia e pantaloncini bianchi.

Pronti, via e subito i pensieri  iniziano a inseguirsi l’un l’altro complice l’andatura lenta e regolare che mi impongo da subito (o meglio me la impone il mio deprecabile stato di forma). Non conoscevo la gara che sto rivivendo, ma conosco abbastanza bene le Marche, una regione alla quale sono molto affezionato fin da quando, all’inizio degli anni ’80, mio padre la elesse a patria adottiva e musa dei suoi sogni. Folgorato da una vacanza fatta con amici decise di investire risparmi ed energie acquistando un casolare in collina a 5-6 km dal mare e ristrutturandolo per farne la sua dimora per gli anni della pensione.

Da che ricordo mio padre era sempre stato negato per i piccoli lavori di manutenzione domestica. In casa se ne era sempre occupata mia madre finché io (il maggiore dei figli) non sono stato in grado di soppiantarla. Eppure in quella occasione lo vidi trasformarsi in carpentiere, falegname, elettricista. Sfruttando il suo lavoro di commerciale che lo portava in giro per l’Italia, almeno una volta al mese inseriva nei suoi tour un passaggio alla casa nuova per prendere accordi con gli artigiani del posto, verificare i lavori e i progressi.

Furono 5 anni di sogni ad occhi aperti, di grandi investimenti emotivi e di progetti per il futuro… cancellati come un colpo di spugna dal male incurabile che in 12 mesi se lo portò via poco più che cinquantenne.

Con mia madre e i miei fratelli provammo a convertire quel progetto di una vita in una seconda casa di villeggiatura, da sfruttare nei mesi estivi e una settimana del tardo autunno dedicata alla raccolta delle olive (facevamo un olio autoprodotto che bastava al nostro fabbisogno annuale).

Per una decina d’anni questa trasformazione funzionò. Poi noi ragazzi diventammo uomini e donne, iniziammo a lavorare, ad avere una nostra famiglia. Anche gli amici che ci aiutavano a riempire e mantenere la casa misero su famiglia. E così la casa risulto sempre più vuota e inaccessibile, troppo lontana per un weekend o per soggiorni di breve periodo. Alla fine nella seconda metà degli anni ’90 mia madre si arrese e decise di vendere tutto.

Da allora non sono più tornato nelle Marche ma ho un ricordo favoloso di quei 15 anni in cui vedemmo nascere un sogno e poi lottammo per tenerlo vivo. Oltre a fare vita di mare e a lavorare per tenere in ordine l’edificio e il terreno intorno, sfruttammo quegli anni per conoscere la regione. Nonostante la casa fosse nella parte meridionale vicino a San Benedetto del Tronto, la girammo tutta in lungo e in largo, dai monti Sibillini al monte Catria, da Ascoli a Urbino, apprezzandola per le bellezza naturali e per il suo patrimonio culturale e artistico. Ma più di tutto porto nel cuore quell’interminabile serie di splendidi (e talvolta sconosciuti) borghi appollaiati in cima ai colli… quegli stessi borghi che oggi avremmo percorso nella nostra discesa verso il mare e l’arrivo di Fermo.

In compagnia di questi pensieri e ricordi agrodolci, mi accorgo di essere arrivato al termine della mia fatica. Sono riarso e un po’ cotto dal sole. Qui oggi non c’erano ristori o spugnaggi e sulla metà percorso in favore di vento il sole picchiava non male.

Una occhiata al GPS mi informa che ho superato di poco gli 11 km. Tenuto conto che ho fatto lo stesso identico percorso e lo stesso numero di giri di venerdì e che allora mi dava mezzo chilometro in meno, ne deduco che anche lui sta faticosamente riprendendo l’allenamento nel riconoscere i punti di passaggio. Infatti la traccia se per i primi 20 minuti sembra quella di un ubriaco (attraversa persino dei condomini), poi inizia a diventare costante sovrapponendo passaggio a passaggio… come se anche lui stesse recuperando dei ricordi.

Chiudo soddisfatto con un ultimo pensiero: da domani si potrà tornare nei parchi. Un primo traguardo l’abbiamo raggiunto con pazienza e disciplina.Marco Bertoletti  11,17 km

 

 

CON LE MANINE MI FA CIAO di Nicola Caggiano

Sveglia ore. 7,45. Mentre consumavo una piccola colazione seduto accendo la TV e assisto in parte alla Santa Messa del Santo Padre …..sono rimasto colpito e rattristato nel vederlo tutto solo…

Parto nonostante il tempo non bello …inizia a piovere e il mio vicino …ha-vita-un-umbrela ?( vuoi un ombrello?)

Oggi…come tanti altri amici dovevo essere alla Barchi Fano. Corro la mia 6” maratona della Speranza mi sento bene, parto molto carico nel mio circuito da criceto di mt. 180…la pioggia continua a scendere …mi sto’ bagnando un po’ ….ma nulla di importante .

Nei miei passaggi la vicina che mi incita…dai dai…poi un’altro vicino con il suo piccolo che a ogni giro con le sue manine mi fa Ciao

Grazie al suggerimento di una amica di corsa (io non ci volevo credere) ho constatato che correre con gli auricolari aiuta…

Un grazie a tutto lo staff del club supermarathon e soprattutto a Paolo Gino …della bellissima idea ci correre per la solidarietà. Domenica alla 6 ore di Foiano della Terazza ci sarò..

 

 

CON GLI OCCHI DELLA MENTE di Giorgio Calcaterra

Ho appena finito la sesta tappa delle maratone della speranza immaginando di correre tra gli splendidi paesaggi che portano da Barchi a Fano. Ricordo la partenza con la musica alta, lo sparo della bombarda medioevale e i coriandoli che cadevano a go go dal cielo. Bello anche il passaggio nel castello con varie persone vestite come nel medioevo. Ricordo il ristoro con le fragole e l’arrivo correndo sul mare. Certo quest’anno tutto questo l’ho potuto vedere solo con gli occhi della mente e con un po’ di immaginazione e di ottimismo ho migliorato la mia giornata. ? Per la cronaca ho corso 10 km e 250 metri in 52′ 15″ non ho corso né tanto né forte, ma oggi quello che conta è altro e sono felice che questa bella iniziativa organizzata dal Club Supermarathon abbia raccolto oltre 21.000 euro. Se non l’avete fatto è se vi va iscrivetevi alle ultime tappe, l’iscrizione consiste solo in una donazione per un qualsiasi ente che si occupa dell’emergenza Covid, io ho donato alla protezione civile, ma ci sono tanti altri enti che ci aiutano in questo periodo. Buona domenica a tutti.

 

 

DA DOMANI IL “MIO” LUNGOMARE di Francesco Capecci

Alla fine ho scelto la Collemarathon, (scusami Angela) è difficile fare una scelta, tra una Maratona e l’altra, oramai siamo una grandissima famiglia non solo tra maratoneti italiani ma direi in tutto il Mondo, complice un certo Gino Paolo Francesco, il PRESIDENTISSIMO del Club Supermarathon Italia, con le sue idee ha trasformato i tantissimi maratoneti in una sorta di appassionati di maratone, (chi l’avrebbe detto) ? L’idea di organizzare 10 maratone in 10 giorni, sempre sullo stesso percorso, tra l’altro da ripetere 2 volte ogni giorno, intorno al Lago D’Orta Lido di Gozzano, nonostante il percorso non proprio facile, tra sterrato, radici, ghiaia, salite, su questo percorso si sono ottenuti Record MONDIALI  Adam Holland  l’Inglese di Tavistock  10 maratone in 10 giorni (il tempo totale non lo ricordo). Addirittura quest’anno saranno 20 in 20 giorni, (sempre se si riuscirà a farle dal 1 agosto). In 6 anni abbiamo conosciuto personaggi provenienti da tutto il Mondo India, Australia, America, Sud Africa, oltre a tutta Europa. Per saperne di più basta andare sul sito www.clubsupermarathonitalia.it. Dicevo della scelta, la Collemarathon la Barchi- Fano, una Maratona tra le più belle d’Italia, l’ho sempre detto, fin dalla 1^ edizione, il percorso collinare molto suggestivo con partenza da Barchi un piccolo comune del pesarese, situato a 319 mt s.l.m. si parte in discesa ma subito dopo si risale x attraversare Mondavio dove si passa dentro la Rocca, poi si riscende e si risale per attraversare Orciano e via via altri paesini molto suggestivi, Piagge, San Giorgio, per poi scendere verso il mare e giungere a Fano, fino ad un paio di anni fa si arrivava sul molo turistico invece adesso l’arrivo è stato spostato nel centro storico. L’accoglienza che non ha pari, al mattino il servizio bus che trasporta tutti i maratoneti e anche accompagnatori presso la partenza, dove troviamo il solito speaker che saluta uno ad uno tutti i partecipanti, ritiro pettorale, e il caffè e pasticcini? In poche parole quello che non trovi da nessuna parte ad eccezione di una neonata Ultramaratona delle Fiabe che si svolge a Rapone in provincia di Potenza, anche questa da mettere in calendario la 1^ domenica di settembre,  (informatevi su questa “gara”. Oggi all’inizio le gambe non giravano, mi sentivo un po’ pesante, forse ho sbagliato qualcosa su l’alimentazione? (dubito),oggi ho modificato il percorso, mi serviva salita e discesa, (dove abito non ho problemi) partenza verso Est ritorno verso Ovest ma dopo 50 mt una discesa (spacca gambe) di 125 mt, poi risalire da ripetere 70 volte, dopo dichè ho modificato di nuovo il percorso perché alla fine la Collemarathon è quasi tutta in pianura.

Dopo quasi 2 mesi di (prigionia) è finita da domani posso riprende il “mio” lungomare, sarò sicuramente attento con tanto di mascherina e guanti, domani sul lungomare e sulla spiaggia ci sarà un assembramento non indifferente, la voglia di fare la solita passeggiata è tanta che si dovrà stare attenti ulteriormente.

Finalmente buone notizie per quanto riguarda i ricoveri e le guarigioni, facciamoci forza con la speranza di riprendere la vita di tutti i giorni e dimenticare questa maledetta primavera.  

 

 

TRE MAGGIO SU CORAGGIO! di Maria Grazia Caroli

Questa volta decido di partire prima delle 9 per evitare affollamenti. Non ho mai visto così tanta gente tutta insieme camminare/correre/pedalare.

So che mi perderò lo start in diretta  Facebook…  ma faccio comunque i miei secondi di silenzio in memoria delle vittime di questa pandemia.

L’idea è quella di raggiungere le montagne vicine. Salita abbastanza faticosa ma so che al ritorno il percorso mi agevolerà. Eccomi nel verde.. sensazioni bellissime.

La corsa è vita e nella solitudine  apprezzo la  natura. Sono così tanti i sentieri che ne scelgo uno per me nuovo. Tengo occupata la mente e non penso alla fatica.

Ripercorro  la COLLEMARATHON corsa nel 2017 con partenza emozionante dalle colline di Fano con sparo e lancio di coriandoli, passaggi bellissimi nei castelli , saliscendi spezza gambe, un ristoro forse unico al mondo con fragole, l’arrivo sul lungomare e il ristoro finale con polenta.

Ah sì anche un dolore al piede che mi ha impedito di godere appieno della bellissima giornata di festa…

Ma fa parte del gioco.

 

 

BARCHI SU E GIU’ COME IL CAMMINO DELLA VITA di Pasquale Castrilli

Già da un paio d’anni avevo “messo in canna” questa maratona marchigiana. Ma per varie coincidenze non è stato possibile partecipare. Oggi ho corso con il desiderio di poterla correre presto, magari nel 2021. Dai racconti dei runners e dalle cronache degli anni passati, leggo di una gara ricca di parecchi saliscendi, ma anche di tanta simpatia e accoglienza da parte degli organizzatori e di chi si prende cura dei podisti lungo il percorso e all’arrivo.

Mi piacciono i percorsi “mossi” (soffro un po’ le discese), perché mi sembra ricalchino il cammino della vita che è fatta naturalmente di alti e bassi. La salita ci richiama l’esigenza di elevare la nostra esistenza, la discesa ci aiuta a capire che quando la velocità aumenta non dobbiamo perdere il controllo della situazione. Il giro casalingo che ho allestito per queste prime maratone è stato abbastanza variegato: cemento, terra e tappeto per quanto riguarda il fondo, breve discesa al 10%, due salite anch’esse brevi, tre giri di boa, per quanto riguarda il percorso. La vita è così. Oggi abbiamo superato la metà delle 11 maratone della speranza: felice di far parte del gruppo.

 

 

L’ULTIMO VALZER SUL TERRAZZO di Lorena Cavazza e Roberto Marcolongo

Ci ha tolto la libertà di correre che tra le tante cose che questo maledetto virus ci ha rubato non è la più importante, ma per noi runners è molto.

Si è accanito contro di noi sadicamente. Se proprio volevamo correre potevamo farlo solo in casa e poi sotto casa a non più di 200 metri, con la mascherina e da soli. Noi ultramaratoneti, abituati a mangiare l’asfalto per 50/100 km; maledetto!!!

A toglierci dal torpore e dallo stato di apatia in cui eravamo precipitati è arrivata la grande iniziativa del nostro Presidente “Le 11 Maratone della Speranza” dandoci anche l’opportunità di contribuire con un’azione benefica.

Con oggi sono 60 km corsi sul terrazzo di casa con Lori, un giro dopo l’altro come in un grande valzer. Forza amici, siamo all’ultimo km, da domani si riparte…”il bello della vita è riuscire a rientrare in partita quando sembra finita”

 

 

DAL COLLE AL MARE, DA BARCHI A FANO ……..OVVERO LA COLLEMAR-HATON DI Maurizio Colombo

Sono sincero: oggi, 3 maggio, avrei dovuto essere a correre nella mia Sesto San Giovanni, dato che sono nato in questa città nell’immediata periferia nord del capoluogo lombardo, la 2° edizione della “6 Ore del Parco Nord”. Essendo la manifestazione annullata e avendo corso due giorni fa la “Del Riso…la Maratona” a Santhià, mi sono detto: perché non andare a trascorrere un week end al mare?

E così, terminata la maratona piemontese, nel pomeriggio del 1° maggio mi sono trasferito direttamente a Fano per correre oggi questa splendida maratona con partenza dall’entroterra marchigiano.

Dopo aver trascorso la giornata di ieri nella bella cittadina di Fano, famosa per il suo carnevale, uno dei più antichi d’Italia e sede ad inizio febbraio della “Super Marathon” lungo la pista ciclabile E. Marconi, tra visita al centro storico con la Porta Maggiore ed il suo Arco d’Augusto, da sempre simbolo della città, una corsetta lungo la spiaggia, un bagno rigenerante in mare, ritiro pettorale nel villaggio maratona ed una splendida grigliata mista di pesce alla “romagnola” per cena, questa mattina, di buon mattino, mi trasferisco con il servizio navetta messo a disposizione dall’organizzazione a Barchi, nell’entroterra marchigiano, da dove è prevista la partenza di questa splendida ma dura maratona. Splendida per il suo caratteristico percorso attraverso borghi fortificati e per il panorama veramente mozzafiato in alcuni passaggi; dura sempre per via del percorso, un continuo su e giù con pendenze spezza gambe, almeno fino al 30° km, e del clima che puoi trovare essendo, inizio maggio, sempre un’incognita. Insomma, non è di certo la gara dove tentare il personale …..

Chi la corre per la prima volta, potrebbe pensare che, partendo dai colli nell’entroterra a circa 350 m. slm (sul livello del mare) ed arrivando al mare, sia una gara da correre in scioltezza quasi tutta in discesa. Niente di tutto ciò…..

Il via viene dato in perfetto orario da una bombarda che ti riempie di coriandoli. L’avventura comincia: dopo pochi km. si entra nel borgo rinascimentale di Mondavio difeso dalla poderosa Rocca Roveresca; eccoci ad attraversare subito dopo Orciano di Pesaro con le sue due Torri in pieno centro storico; la discesa verso il mare (si fa per dire), ci porta a girare intorno al Castello di San Giorgio dopo di che, al 16° km. si entra nel Castello di Piagge. Arriviamo alla mezza maratona entrando nel borgo di Cerasa. Le gambe cominciano ad appesantirsi e bisogna far sì che non ti prendano i crampi. La strada è ancora lunga…..Ed eccoci arrivare a San Costanzo con le sue mura Malatestiane e l’alta Torre Campanaria. Usciti dal borgo, siamo ormai in prossimità del 30° km. ed inizia la discesa verso il mare Adriatico, verso il traguardo di Fano. Ma la ColleMar-Haton inizia proprio adesso: gli ultimi dieci km. sono i più lunghi, i più duri benchè in leggera discesa ….. Se hai gestito bene la gara sino ad ora puoi “volare” verso Fano, altrimenti sono guai…… Si continua a correre sino ad arrivare al ponte sul fiume Metauro, teatro di una famosa battaglia nel 207 a.C. tra Romani e Cartaginesi. Il traguardo è ormai vicino… Dopo aver percorso il centro storico della cittadina che avevo già visitato ieri ed attraversato il famoso Arco d’Augusto, si arriva al porto turistico di Marina dei Cesari percorrendo tutta la darsena prima di tagliare il traguardo. La mia battaglia, anche questa volta, è vinta!

 

 

IL TAPASCIONE E L’AMBULANZA di Ettore Comparelli

Bagài,

stamattina la “Barchi-Fano fatta in casa”, 6° tappa delle 11 Maratone della Speranza, l’ho corsa ancora da criceto in giardino, la prossima spero di poterla correre nei boschi e nelle campagne intorno a casa; non avendo mai partecipato a questa gara e non conoscendone il percorso, con la fantasia ho rivissuto una delle mie prime Maratone nel 2001; non vi dico il luogo ma la mia bella infermierina aveva un forte accento emiliano… eccovi il racconto.

Il tapascione e l’ambulanza

Correva l’anno 2001 ed il Compa si iscriveva alla sua terza maratona affrontando una doppia sfida: una gara con pochi iscritti tutti veloci e con un tempo massimo (5h 30’) quasi al limite delle proprie possibilità. Questa è la cronaca di una durissima battaglia combattuta nelle retrovie e di un tenero amore sbocciato tra un tapascione ed un’ambulanza.

Parto con l’obiettivo di terminare “senza morire” entro il tempo limite; al via circa 1200 podisti di cui solo 500 maratoneti. Allo sparo inizio alla grande e dopo 4 km mi rendo conto che sto andando troppo forte. Rallento e verso il 6° km vengo affiancato da un’ambulanza; la graziosa infermiera si sporge a controllare il colore del mio pettorale e per essere più sicura mi chiede: “Mò senti ‘n po’: fai la lunga o la corta?” “La lunga” “Ah …” “Perché, sono l’ultimo?” “Nooo … ce ne sono tanti di dietro…” ma è una tenera bugia. Quelli dietro stanno tutti correndo la mezza e lei ha individuato il “cliente” da seguire.

Continuo tranquillo; davanti a me un gruppetto sgranato con un passo simile al mio, dietro … l’ambulanza, seguita da uno nutrit manipolo di tapascioni.

Al 9° km passiamo vicino alla partenza e, come concordato, Maria Grazia è lì che mi aspetta; sto andando bene, sono in linea con la mia tabella dei tempi; le lascio il kway perchè sta uscendo un bel sole che riuscirà perfino a scottarmi la pelata; proseguo tranquillo.

Alll’11° km c’è la deviazione della mezza ed il gruppetto che mi precede svolta compatto a destra; quelli che mi seguono pure; mi ritrovo completamente solo: davanti a me il vuoto! Dietro pure! C’è solo l’ambulanza che mi marca stretto col rumore sordo e “minaccioso” del motore diesel al minimo e della ventola che entra continuamente in funzione!

Vado in crisi nera; le gambe non girano più; il percorso non aiuta; la strada è in leggera ma costante salita; la testa non c’è e le gambe neppure. Crisi nera; ogni tanto l’ambulanza mi accosta e l’infermierina mi chiede premurosa “Mò ce la fai? Vuoi continuare? Mò se ti serve qualcosa chiedi pure, siamo qua apposta”. Sono vicino al ritiro ma tengo duro.

E c’ho anche le vescica piena; dovrei fare un pit-stop ma, cribbio, come faccio a fermarmi con l’ambulanza che mi tallona e l’infermierina che mi cura con sguardo amorevole e protettivo!

Al 20° km, all’ingresso del centro storico di un borgo la “mia” ambulanza viene sostituita da un apecar; è il momento peggiore perché alcuni volontari sul percorso mi gridano “At ‘sè l’ultim! Mò ritires ca l’è mèj!” Sono parole che fanno male e non in linea con il comportamento di tutti gli altri addetti al percorso. Mastico amaro ma proseguo.

All’uscita del centro abitato l’omino dell’apecar si ferma, scende fischiettando e, fingendo di osservare la campagna, con noncuranza mette mano alla patta. Dice il saggio: “E chi non piscia in compagnia …” Ahhh che goduria! Riparto alleggerito, supero la mezza in 2h 30′ e vengo di nuovo raggiunto dalla mia ambulanza.

La mia infermierina mi sorride e mi sussurra: “Mo scèi proprio un bel crapone vè. Mo vai che oramai non ti ferma più nesùno”. Non so come l’abbia capito, ma qualcosa è scattato dentro la mia crapa; chissenefrega se sono ultimo, io questa gara la finisco! Riprendo fiducia, le gambe girano meglio; un pò corro, un po’ cammino; siamo in leggera discesa; i km passano veloci e senza problemi. Ai ristori del 25° e 30° scherzo coi volontari; scambio battute; mi offrono frutta, uvetta e anche … pane e salame. Sono proprio simpatici e generosi.

Attorno al 34°km, come direbbe Aldo: “Non ci posssso crrredere!!!” All’orizzonte scorgo la sagoma inconfondibile di un altro tapascione che mi precede di poco, in evidente difficoltà. Un miraggio dopo 25 km di traversata solitaria del deserto: qualcuno nel mirino da andare a prendere! Al ristoro del 35° km festa grande con le simpatiche signore. Uè! ma di belle rèzdòre con un porompompero così, la mamma non ne fa mica più! 

Mi disseto con calma e pregusto il sorpasso. Riparto con grinta e sferro l’attacco. Lo raggiungo e lo stacco senza problemi. Come si faceva in un gioco da bambini gliela passo; “Tua” “Ce l’hai” “Ta ghè l’è”. “Ciapa su e porta a cà”

Ciumbia! Però devo mollargli anche la “mia” ambulanza e, non ci crederete, mi spiace un sacco! Mi ci ero così affezionato! Sono preceduto da un poliziotto in moto che mi scorterà fino all’arrivo facendomi attraversare tutti gli incroci senza problemi.

Poi, sorpresa! Verso il 38° km vengo di nuovo raggiunto dalla ‘mia’ ambulanza; in un primo momento rimango sconcertato. Uè! avrà mica fatto lo scherzo di ritirarsi e lasciarmi ancora ultimo?

Chiedo all’infermierina che mi rassicura; “Mò no siocchino! E’ arrivata un’altra ambulanza e ce l’abbiamo lassiata a lui. Così siam venuti a farci compagnia a te che sei il nostro coridore” Mi fa proprio piacere. Il sordo ronzìo del motore non è più un rumore fastidioso e mi piace pensare che tra me e la “mia” ambulanza sia nato un’affettuosa amicizia

All’ultimo km vedo in lontananza la sagoma inconfondibile del corpaccione di quel toscanaccio del Rosati. Noi pantegane delle retrovìe ci si riconosce a distanza. Lo vedo barcollare in crisi e cerco di beccarlo, il traguardo è molto vicino ma ce la posso fare, poi lui mi vede e riprende vigore.

Mentre percorro “a passo trionfale” il tappeto rosso dell’arrivo nella piazza principale mi sale in gola un urlo liberatorio; la gioia è incontenibile; tagliare il traguardo di una maratona, anche se non sei tra i primi, è una soddisfazione che solo i maratoneti possono capire. Mando un bacio a Maria Grazia che mi aspetta trepidante. 

Al traguardo mi coccolano come se fossi il vincitore; mi coprono con il telo; mi mettono al collo un originale medaglione di vetro; mi tolgono il chip. Il tempo? Guardo il cronometro e leggo 5h 7′ 48″; a voi verrà da ridere ma il mio miglior tempo era 5h 15′ dell’anno scorso. Chiedetemi se sono felice?

Vado ad abbracciare l’infermierina e saluto la “mia” ambulanza. Abbraccio il Rosati ed aspettiamo l’ultimo. E’ uno del luogo e lo attende un tifo da stadio. Lo festeggiamo anche noi. Gli autobus del servizio navetta non ci sono più ed allora ci fanno salire su una pantera della Polizia che parte a sirene spiegate; siamo io, Maria Grazia ed il Rosati che mi guarda e mi fa “O grullo” O ‘he tu pensavi ‘he ‘ùn t’avessi visto ’arrivavi a prendermi con dietro l’ambulanza de l’ultimo? ‘un ce n’avevo più ma ‘or ‘avolo ‘he mi facevo ripiglià!”

P.S.

Anche oggi il “ristoro” era ottimo ed abbondante!

 

LE SEI PREZIOSE MEDAGLIE DEL MESE !! di Francesco Diani

Un paio d’anni fa mi era capitato di poter correre 4 Maratone in un mese. L’avevo ritenuto un evento eccezionale e difficilmente ripetibile.
Succede invece che in questi ultimi 30 giorni sono riuscito a farne 6. Non programmate nè preventivabili.
Complice il Club SuperMarathon che col suo poliedrico Presidente ha lanciato le “11 Maratone della Speranza” per raccogliere fondi destinati all’emergenza sanitaria del Coronavirus (nel mio caso il beneficiario è l’Ospedale Poma di Mantova).
E con questa forte motivazione, tra la monotonia di correre 42 Km – ben mascherinato – su un circuito intorno a casa oppure, l’ultima, finalmente all’aria aperta, in mezzo alla Natura della mia campagna, tra lepri, aironi, nutrie e cavalli … sono arrivato a metà: 6 Maratone su 11 completate !!
Non è finita, ma il desiderio è quello di tutti: “INSIEME CE LA FAREMO” !!

 

 

MESSAGE IN A BOTTLE FROM THE CANARY ISLANDS di Ugo Fabbri

Caro Paolo… desidero condividere con te, estimado y querido amigo … la gioia ? che ho provato … per essere riuscito a tornare a correre all’aria aperta !!

Da ieri, sabato 2, qui alle Canarie si puó fare sport solo all’interno del proprio municipio.

Dalle 6 alle 10 e dalle 20 alle 23 … impossibile fare windsurfing (é vietato l’uso della auto) … ma, almeno, é giá qualcosa

Ho colto l’occasione per correre anche io la Barchi Fano virtuale ma invece di arrivare al mio mare Adriatico sono arrivato sull’Oceano Atlantico. Vi seguo sempre e apprezzo questa vostra iniziativa meravigliosa delle 11 maratone de La Esperanza

Dopo tutto quello che abbiamo vissuto e sofferto poiché la nostra “reclusione” é stata molto dura e ristretta, … tornare a correre ? … é stato molto emozionante e commovente, come rinascere.

Adesso vado a letto … sono stremato … dal niente a una maratona è tanta roba. Ma fra 5 ore devo svegliarmi per andare a nuotare, per la prima volta, dopo tanto tempo, nell’oceano …e voglio vedere l’alba del nuovo giorno.

Vaya Con Dios, Amigo!

 

 

UN FIUME ROSA di Paola Falcier

Ecco un’altra gara che non ho mai fatto. Di solito in questo periodo iniziano le “marce rosa” e io non me ne sono mai persa una… finora! Oggi sarebbe toccato alla “Treviso in rosa”, l’ho fatta tre volte ed oggi sarebbe stata la mia quarta, l’ultima volta eravamo in 13.000, un fiume rosa fatto solo di donne (o quasi, qualche maschio infiltrato c’era) che ha attraversato Treviso in allegria.
Comunque, visto che si può correre rimanendo all’interno del proprio comune, io e la mia amica “tapasciona” Annalisa ce ne siamo andate a camminare tra Marghera e Mestre, passando per vie più o meno nascoste e più o meno affollate. Devo dire che mi ha fatto piacere vedere tanta gente in giro, bambini in bicicletta, ragazzini sui pattini… Tutti con la loro mascherina d’ordinanza, a godersi il sole di questa giornata di primavera. Quanto mi mancano le gare, la confusione, le risate, gli incitamenti degli altri runners… Mi mancano anche quelli che, credendosi campioni, mi superano e mi urlano “Levati dal percorso, lumaca! Non vedi che siamo in gara?”. Chissà se a loro mancano i miei “Vai a cagare! Non vedi che ho il pettorale come te?”
Superata la pista ciclabile di Asseggiano, torniamo verso Marghera passando per vie di campagna, dove vediamo asinelli, caprette e pony.
Annalisa non ha pietà, e continua ad accelerare il passo costringendomi a starle dietro. Ce la faccio a malapena, non faccio un allenamento decente di fitwalking da metà febbraio, ma sono contenta. Ci lasciamo con la promessa, la prossima volta, di partire da Marghera ed arrivare in Piazza San Marco.

 

 

LUNGARGINI PADOVANI DA BARCHI A FANO di Paolo Farina:

Siamo già alla sesta tappa e non saprei dire se la luce si vede in fondo al tunnel: di certo, so che non ci possiamo arrendere.

Oggi è la volta della Barchi Fano, una gara che ho già nel mio personale palmares e che ricordo bene per quanto mise a dura prova le mie gambe (e il mio stomaco!) con i suoi prima 30km di continui saliscendi: altro che gara semplice, tanto è in discesa con tanto di arrivo sul litorale di Fano!

Per stamattina il mio “menù” è molto abbordabile: ormai ho Robi sotto la mia ala, lo sto allenando per portarlo a correre la sua prima 42 il prossimo 7 giugno; avantieri, per la Riso Amaro Marathon, ha corso per la prima volta sino a 16km, oggi lo devo far rifiatare.

Scelgo un percorso che lo distragga e gli faccia sentire meno la fatica: il giro dei canali che circondano Padova, lungo gli argini, un percorso fantastico che alterna scorci naturalistici a paesaggi dalla storia nobile e antica.

Prima il lungargine Sabbionari , lungo il canale scaricatore, poi il lunargine di viale Goito, sino alla Specola, quindi la riviera di San Benedetto, porta Molino, il monumento all’11 settembre, il parco degli Scrovegni, la zona universitaria, porta Portello, il canale di Piovego, il lungargine di Terranegra fino all’arrivo a casa.

Le gambe di Robi tengono e io sono felice a vederlo felice: la classica gioia interiore di chi muove i primi passi nella corsa e scopre una resistenza che non sospettava di avere.

Noi tapascioni ne sappiamo qualcosa, giusto?

E allora forza! Stiamo scalando l’ultramaratona più lunga della nostra vita: ma anche questa passerà. Ci aspetta la medaglia più importante: quella che premia chi non si è arreso.

Andiamo, Italia, ne usciremo anche stavolta.

ALLEGHIAMO IL LINK all’interessante e ricco di testimonianza dei momenti presenti giornale on line su cui troverete alcuni articoli si Paolo Farina si chiama: Odysseo https://www.odysseo.it/la-solitudine-di-chi-comanda/

 

 

LA CORSA: SEI E BASTA di Gaffurini Sandro

La  corsa  mi  insegna :  che   stare  da  soli  è il  più   Grande   dei   miracoli   . Significa che  non   appartieni a  nessuna   Chiesa   , non  appartieni a  nessuna  organizzazione, non  appartieni   a nessuna   teologia, non  appartieni   a   nessuna ideologia, non  appartieni;   “sei” e basta  ,  e hai   imparato come    amare  la  tua  indefinibile,  ineffabile  realtà.    Hai  imparato   come  stare  con  te   stesso.
Fuvio e Sandro

 

 

L’ORA D’ARIA DI HOPPER di Paolo Gino

Oggi tre maggio ultimo giorno della fase 1 sesta tappa delle Maratone della Speranza. Ligissimo ai DPCM ho sempre corso sul tapis roulant per un’oretta, non di più, anche perché il mio peso covidico lo fa stridere e arrancare come un camion sulle Ande. Però oggi ho voluto timidamente varcare la soglia del cancello e concedermi per la prima e ultima volta i 200 mt concessi per la mia ORA D’ARIA. Si un’ora tra via deserte pulitissime e parchi perfettamente tagliati. Siamo a San Siro tra il parco di Trenno e la mitica “Muntagnèta d’sansir”. I vialetti di solito pullano ad ogni ora di scarpette e maglie tecniche. Le frecce indicatorie degli Urban Runners son sbiadite sui marciapiedi. La caotica stazione dei Flixbus di Lampugnano sembra una fermata nel deserto del Sahara. Silenzio, cielo blu cangiante, il verde gazziloro di una primavera sprecata, la piscina di Trenno il laghetto di Hyde Park. I milanesi o sono dei ghiretti o son veramente ligi: dalle 9 alle 10 ho incontrato una persona e 2 Taxi.

Un’ora che per sempre mi resterà impressa, non saranno le colline di Fano ma come dimenticare queste immagini tristi e romantiche della solitudine milanese. Ci riportano ad atmosfere surreali che poi ho trovato per caso su un giornale ed ho subito associato ad Hopper. L’artista newyorkese è considerato un realista, ma i soggetti costringono a riflettere: in casa affacciati alle finestre, nei locali vicini, ma distanziati.

Edward Hopper, il pittore della solitudine nelle sue opere anticipò il lockdown 

Scritto da Guido Fiorini sul TIRRENO del 3 maggio 2020.

Sola, in casa, seduta sul letto a guardare il sole del mattino che entra dalla finestra, lo sguardo perso nel vuoto. Sola, al bar, a girare un cucchiaino nella tazza del caffè, la testa abbassata. Soli, incapaci di comunicare fra loro, in un locale aperto nel cuore della notte, come se fossero separati da un’invisibile barriera di plexiglass. Soli, su una terrazza, vicini ma distanti, guardando in due direzioni diverse, persi nei propri pensieri.Nessuno come Edward Hopper, un secolo fa (New York 1882-1967), ha saputo descrivere la solitudine nelle sue opere. Anche se qualcuno lo accosta a Mario Sironi (vissuto nello stesso periodo, Sassari 1885, Milano 1961), con i suoi cupi paesaggi urbani. Una solitudine scelta e non imposta, ma che assomiglia molto a quanto stiamo vivendo con il lockdown, che ci spinge a convivere a lungo con i nostri pensieri e magari ci porterà a riapprezzare i piccoli piaceri della vita.Eppure Hopper non amava che le sue opere fossero legate al tema della solitudine: «Questa storia è esagerata» dice all’amico Brian O’Doherty in una delle poche interviste rilasciate nel corso della sua vita. Nel documentario Hopper’s Silence, alla domanda di O’Doherty «I tuoi quadri riflettono l’isolamento della vita moderna?», Hopper si limita a un: «Forse sì, o forse no. Questa deve essere una cosa mia».Influenzato dagli impressionisti che aveva visto dal vivo a Parigi, Hopper viene definito un pittore “realista”, ma il suo realismo spesso trascende nell’astrazione, perché si avvertono l’ansia dei personaggi e le loro riflessioni. E proprio questo contrasto racchiude la potenza della pittura dell’artista newyorkese, perché quando pensi di aver capito il significato di un’opera ti rendi conto che dietro c’è qualcosa di più profondo. Come osserva Carter Foster, curatore del Whitney Museum (la nuova sede è una perla architettonica, progettata da Renzo Piano, nel cuore del Meatpacking district, e ospita oltre tremila opere di Hopper ricevute in eredità dalla moglie Josephine), nel libro Hopper’s Drawings, l’artista riproduce costantemente «certi spazi ed esperienze spaziali tipici di New York, dove si osserva tra le persone una vicinanza fisica e allo stesso tempo una separazione, dovuta a diversi fattori tra cui il movimento, le strutture, le finestre, i muri, la luce o il buio».I nottambuli (Nighthawks, 1942) è forse il quadro più conosciuto e riconoscibile di Edward Hopper, si trova all’Art Institute of Chicago. Lui stesso disse che si era ispirato ad un locale che si trovava a Greenwich Village, nel quartiere di Manhattan: «Ho dipinto, forse senza saperlo, la solitudine di una grande città». New York è deserta, nel cuore della notte, il silenzio domina l’immagine, solo il barista pare tentare un approccio. Gli altri sono soli, anche la coppia è vicina solo fisicamente. Come, appunto, se fosse divisa da una barriera di plexiglass. Joyce Carol Oates ha definito quest’opera: «L’immagine romantica della solitudine americana più toccante e più riprodotta». Qualcosa di simile avviene in “Sunlight in cafeteria” (1958, Yale University Art Gallery), in “Hotel By A Railroad” (1952, collezione privata) o ancora in “Second Story Sunlight” (1960, collezione privata), le persone non comunicano, vivono dentro la propria solitudine, chiuse in un locale o in una stanza, senza alcun rapporto con quanto c’è fuori che, peraltro, si intuisce appena. Matthew Baigell ha detto: «Hopper ritrasse coloro che sembravano sopraffatti dalla società moderna, che non potevano rapportarsi psicologicamente agli altri e che, con gli atteggiamenti del corpo e i tratti facciali, indicavano di non avere mai avuto una posizione di autorità». Sole del mattino (Morning sun, 1952), conservato al Columbus of art, ritrae una donna (unica modella di Hopper fu la moglie Jo, con la quale ebbe un rapporto tormentato ma duraturo, e che all’epoca di questo dipinto aveva 69 anni) che guarda fuori dalla finestra, un raggio di sole la illumina, la stanza è spoglia. Chissà su cosa riflette: la sua è una pura presenza fisica, in quanto il suo pensiero, il suo mondo interiore, rimangono del tutto inaccessibili. Un tema che ricorre speso nelle opere di Hopper, come, per citarne solo alcune, in in “Eleven A.M.” (1926, Hirshhorn Museum and Sculpture Garden, Washington) o ancora in “Summer in the city” (1950, collezione privata) e in “Cape Cod morning” (1959, Smithsonian American Art Museum). E anche nel celebre “Automat” (1927, Des Moines Art Center) l’unica cosa che si intuisce con chiarezza è che la donna non sta aspettando nessuno. Non guarda la sedia davanti, ma ha la testa chinata sulla tazzina. Sa che resterà da sola.In questi giorni un tweet, di Michael Tisserand, scrittore americano, corre nella rete, ed è divenuto virale nel giro di pochi giorni: «Siamo tutti Edward Hopper». Milioni di like, tutte

 

 

SOLO TRE MESI MA SEMBRANO UN’ALTRA VITA DALLA SUPERMARARTHON di Fabio Gonella

Barchi Fano fatta in casa. Non ho mai corso la ColleMar-athon, ma alla bella cittadina marchigiana mi lega il ricordo della 6 ore della Supermarathon, da cui sono passati solo 3 mesi ma che sembrano un’altra vita. Oggi sul tapis roulant ho corso una mezza come mia partecipazione alle Maratone della Speranza del Club Super Marathon Italia. Da domani si potrà uscire, ma dovremo farlo responsabilmente.

 

 

CHE FANTASTICA STORIA E’ LA VITA di Paola Grilli

“Barchi Fano fatta in casa”…si parte da Cesena…ore 6 destinazione Fano dove ci attende la navetta per portarci alla partenza di Barchi

Tutti pronti sotto l’arco..colori…sorrisi..abbracci… immancabili le note di …the final countdown…il colpo di bombarda..i coriandoli…gli applausi…tutto nella mia mente un quadro perfetto ben delineato che accompagna i miei passi uno dopo l’altro… e la corsa ha il suo inizio….

Cuore e mente,come sempre, iniziano il loro viaggio…scorrono i paesi…si incontrano i figuranti con i loro costumi medioevali..ritrovi i volontari   del ventunesimo km che  ci allungano e offrono fragole, il parroco che impartisce la propria benedizione…e io corro corro corro…i km aumentano , la fatica mi è compagna…fino al mare di Fano per raggiungere il traguardo di questa splendida maratona fatta in casa….e….

Non posso fare a meno di associare questa definizione alla QUARANTENA FATTA IN CASA…che sta arrivando al suo traguardo???

Mi fermo a riflettere…volgo il mio sguardo ai giorni appena trascorsi…

ai sacrifici e alla rinunce..

ai caduti di questa guerra…

ai feriti, ai guariti..

ai soldati in prima linea

Mi ritornano alla mente le parole di una canzone di Venditti…..E QUANDO PENSO SIA FINITA, E’ PROPRIO ORA CHE INIZIA LA SALITA…

La salita che  in questo suo significato vuole racchiudere …la convivenza ..la responsabilità…la prudenza …il coraggio…l’onestà… l’amore … perchè

 LA VITA E’ UNA STORIA FANTASTICA e solo con queste azioni e  con questi sentimenti riusciremo a farla tornare e renderla ancora…..meravigliosa…

Paola

 

 

BARCHI-FANO MARATHON…QUESTA SCONOSCIUTA  PER ME di Giuseppe Lallo

Un’altra maratona corsa lungo la recinzione del mio condominio, la Barchi Fano Marathon. Ma…. che maratona è questa? Non l’avevo mai sentita prima. Cerco in internet e scopro una bellissima maratona, da compiersi partendo da Barchi per arrivare a Fano passando tra tanti bellissimi luoghi. La corsa passa attraverso borghi stupendi e vedo nei diversi video una grande attenzione a tutto, una grande partecipazione delle persone del posto, un grande interesse nazionale ed internazionale. Ed io che neanche la conoscevo! Che vergogna! Ok non corro maratone da tanto tempo, però questa è proprio da fare! Un’altra maratona stupenda scoperta grazie a questo percorso in aiuto a chi fa molto per combattere questo virus. 

 

 

 MARATHON TRUPPEN ALLA RISCOSSA di Roberto Loche

Ho corso la mezza proprio come avrei corso facendo il pacer delle 2h, la collemarathon per noi di marathontruppen è un appuntamento a cui siamo legati da sempre, è sempre un weekend da incorniciare, organizzazione perfetta, tantissimi amici posti bellissimi, l’anno prossimo sarà ancora meglio questa è la speranza ed anche la certezza che dobbiamo avere ?

 

 

IL CAVALLO E IL CIUCO di Caterina Lucarini

Oggi, per le “dieci maratone per solidarietà del Club Supermarathon”, si corre la COLLEMARATHON di Fano.
Si sarebbe dovuti essere tre giorni sul litorale marchigiano.
Lui a correre e io, forse, in spiaggia ???…(anche se a marzo si era ricominciato a corricchiare insieme).
E invece siamo qui. La Toscana ci permette di fare sport all’aperto dal 1 maggio e noi a 200metri da casa abbiamo questa meraviglia di paesaggio qui.
Il cavallo è lui! Io sono il ciuco traballante che, ogni tanto, segue il maestro…
L’allieva il maestro non lo supera, in questo caso!
?
Podisti e ultramaratoneti…lontani ma vicini!!!! Sempre!!!!

 

 

W IL CLUB DEI PAZZI MA NON PERICOLOSI di Leonardo Manferdini

Buongiorno popolo delle lunghe oggi si corre la Collemar-athon da casa solo il pensiero della partenza a Barchi mi fa stare male spero che questo virus bastasu come dice Albanese si tolga di mezzo il prima possibile ma secondo me la prima maratona che riusciremo a fare non sarà mai più come prima e se ci dobbiamo attenere a tutte le regole messe in campo dalla Fidal io preferisco farmele a casa mia come adesso comunque tornando alla Barchi Fano io feci la prima edizione nel 2006 e quest’anno saltandone qualcuna sarebbe stata la decima partimmo in camper col mitico Gianfranco Gozzi e devo ringraziare lui se sono entrato a fare parte in questo Club di pazzi ma non pericolosi (scherzo) praticamente abbiamo fatto insieme quasi tutte le maratone in Italia e devo dire che quella organizzata da Annibale Montanari la classifico al terzo posto dietro solo a Roma e Firenze veramente splendida sperando di poterla fare in modo molto simile all’originale nel 2021 mi appresto a farla nel mio circuito personale e visto che da domani abbiamo più libertà le prossime maratone della speranza le possiamo fare non in modalità criceto ho allegato le foto del 2019 perché non avrei mai pensato di raggiungere quel traguardo e cosa più importante sono rientrato nel Club Supermarathon dopo un periodo di assenza ringrazio ancora il presidente e vi mando un’abbraccio virtuale a tutti e ci si vede domenica prossima a Foiano ciao

 

 

L’ULTIMA CATTIVITA’ di Maurizio Moretto

Il titolo prende spunto da un W/App scrittomi dal presidente del CLUB SUPER MARATHON .

L’ultima corsa in cattività poi …. ritorneremo nel nostro mondo ?

Si, un poco alla volta con attenzione, con le distanze di sicurezza, con le mascherine per gli sports in Lombardia e Veneto … ma torneremo !!!

Da domani ci si prova .

Noi runners, spesso, siamo stati additati in questo periodo come degli untori a causa di pochi che non hanno voluto rispettare le regole ma … la realtà è che pochi non le hanno rispettate :POCHI !!!

Il nostro popolo è fatto di persone eterogenee dove, con un paio di scarpette ai piedi, il magazziniere, il manager, il postino, la casalinga, il precario, la segretaria sono uguali … tutti con un solo obbiettivo : correre e correre insieme .

Senza inquinare, senza disturbare , senza prevaricare .

Ma sui balconi , nei giardini condominiali , nei box eravamo in cattività :

SOLI. Adesso in solitaria ma sapendo che siamo in tanti , proveremo a riassaporare la libertà .

Forza, proviamoci e ributtiamoci nel mondo.

Facciamolo con responsabilità e riprendiamoci quello che questo virus ci sta togliendo :

LA LIBERTÀ !

 

 

SU LE MANI scritto da la Miss

La miss del Club mi ha consigliato di completare l’articolo sull’amico Sergino Tempera aggiungendo questo video: https://www.youtube.com/watch?v=O3Oc5e7syR4 Una perla del nostro cinema, in cui il soldato Primo Baffo, impersonato dal sempre divertente Renato Pozzetto, canta “L’arrotino”.

Ma Sergino Sergino detto l’arrotino aveva su una delle 4 ruote della panda gialla una grossa ruota di legno, rivestita da un cerchione di ferro; esso , una volta giunto sul luogo prescelto, posteggiava la panda la trasformava nello strumento di lavoro. Alla ruota veniva agganciato il pedale del acceleratore con vari snodi, veniva fissata la cinghia di trasmissione del movimento alla mola e su una parte sporgente della panda, l’arrotino per arrotare un utensile imprimeva alla ruota un movimento ben ritmato e continuo e con abili gesti delle mani lo passava sulla mola fino a che la lama non diventava tagliente,

mentre con l’altra mano impugnava la Canon con il Cannone e sparava a raffica su tutte le formiche che si muovevano e correvano, anche se nel loro piccolo le formiche si incazzavano perché le foto venivano mosse. Non contento di questo fischiava e saltava sul posto fino allo stremo delle forze e tra una foto e l’altra, e tra una una lama e l’altra gridava scavantandole in alto: SU LE MANI

 

 

ADDIO CARA MARATONA ATTORNO A CASA di Pasqualino Onofrillo

La fine del lockdown sta arrivando ma Decreti, Ordinanze e provvedimenti vari alquanto contraddittori tra loro, non fanno sicuramente chiarezza su come e dove andare a correre e così domenica, per non rischiare di essere un runner illegale,  ho svolto la mia sesta maratona virtuale lungo il mio solito percorso intorno casa al quale, detto tra noi, mi ci sto quasi affezionando!

Mentre correvo il ricordo è andato alla Collemar-athon corsa nel maggio 2013 (per l’occasione ho rispolverato maglietta e medaglia dell’epoca) in compagnia di Fabio e Sergio in un percorso solo apparentemente facile ed irto di insidie.

La Collemar-athon è detta anche “la maratona dei valori” e solo arrivando a Barchi cominciavo a capire il perché: il maratoneta è letteralmente coccolato, sin dal mattino prima della partenza, dove era ospitato in un bar che sfornava caffè a tutti, maratoneti ed accompagnatori.

Alla partenza, dopo  il minuto di raccoglimento in onore delle vittime della Maratona di Boston di alcuni giorni prima,  siamo partiti tutti e tre insieme, ma da subito Sergio decideva di sfilarsi perché non voleva rischiare di “saltare”; io e Fabio passavamo insieme nel Castello di Mondavio, in mezzo a dame di corte e cavalieri, dopo di che la freschezza atletica di Fabio mi convinceva ad avere un ritmo più blando; cosi che passavamo staccati di qualche minuto alla mezza a Cerasa dove degustammo delle buonissime fragole (mai mangiate nel corso di una maratona).

Mentre attraversavo da solo il borgo di S. Costanzo, in lontananza avvistavo il mare e, in prossimità del 32° Km, appena dopo un ristoro, raggiungevo Fabio, che purtroppo aveva avuto qualche difficoltà.

Si decideva di correre insieme gli ultimi dieci chilometri, quelli che ci avrebbero fatto ammirare le bellezze di Fano….e così, senza non poche difficoltà, ci avviavamo verso il porto turistico della cittadina marchigiana, dove era posto il 40° km.. Infatti gli ultimi due km della gara era un andirivieni di circa un Km all’interno del porto turistico di Fano.

Nel mentre io e Fabio stavamo superando il 42° km e ci apprestavamo ad imboccare il rettilineo finale vedevamo nell’altra corsia (ovvero al 41° km) arrivare Sergio, il quale si sbracciava per salutarci; allor che decidevamo di aspettarlo per poter concludere la Collemar-athon, “la maratona dei valori”, così come l’avevamo iniziata: tutti e tre insieme!

 

 

EINSTEIN E IL TAPIS ROULANT di Remo Pretini

“Quando un uomo siede un’ora in compagnia di una bella ragazza, sembra sia passato un minuto. Ma fatelo sedere su una stufa per un minuto e gli sembrerà più lungo di qualsiasi ora. Questa è la relatività”.

In questo aforisma di Albert Einstein c’è tutto il rapporto che ho con il tapis roulant.

Oggi corriamo la sesta tappa del progetto “11 Maratone della Speranza”; si sarebbe dovuto correre la “Colle Marathon”, ed invece mi trovo qua, sopra questa specie di incantesimo al contrario, dove invece di muovermi io, si muove il nastro che ho sotto i piedi; dove sudo che sembra di correre la “Badwater”; dove l’unico panorama sono i quadri appesi al muro che ho davanti o, nella migliore delle ipotesi, il video di qualche bella gara.

Soprattutto, ecco il collegamento con Einstein, qua sopra il tempo non passa mai; controllo il cronometro, stimo di correre da venti minuti ed invece ne sono trascorsi cinque.

Destino beffardo quello del runner casalingo.

Eppure c’è il rovescio della medaglia; ed è un bellissimo rovescio: da domani si potrà tornare a correre all’aperto.

Io andrò a correre sui sentieri delle montagne che mi circondano: questa volta sarà una riscoperta correre su percorsi dei quali conosco anche i sassi, sarà un piacere sentire i cinghiali attorno, mi fermerò in luoghi a me tanto cari.

Questa volta non potrò, non dovrò nascondermi tanta malinconia per le tante, troppe persone che ci hanno preceduto in Cielo.

Non potrò nemmeno far finta di ignorare che la maggioranza di queste persone erano anziani, coloro che ci hanno dato questa vita, coloro che con le pezze ai pantaloni hanno tirato su il nostro Paese, coloro che erano la nostra memoria storica.

Pensansdo a queste persone ed a noi che non siamo ancora fuori da questo difficile periodo, ripenso a Giuseppe Ungaretti, che nelle difficoltà delle trincee della Grande Guerra scriveva: “Si sta come d’autunno, sugli alberi le foglie”, confidando però che ora siamo in primavera, così che le foglie sugli alberi non appassiscono, ma germogliano.

Coraggio!

Mai mollare!

Remo Pretini.

 

 

RITORNO ALLE ORIGINI di Giorgio Saracini

Domenica 3 Maggio, con la ColleMar_athon, abbiamo finito il ciclo delle maratone della speranza corse a casa o vicino. Da lunedi 4 Maggio si potrà correre liberamente, facendo attenzione a rispettare le norme di sicurezza decretate dal governo. Saremo sempre soli con noi stessi. Praticamente non cambierà niente, solo il percorso e dovremo immaginare quello che non c’è.

Cosa dire: la Barchi/Fano è una maratona diversa dalle altre, perchè si parte dalla collina e si arriva al mare, attraversando sinuosi, dolci crinali e antichi borghi fortificati, la partenza è data dallo sparo della bombarda medioevale, unita da una musica assordante che ti fa crescere l’adrenalina in corpo. Questa mattina mi è mancato il bicchiere di plastica colmo di fragole o ciliege e dopo l’arrivo; il tendone del pasta party, dove si scambiano opinioni e si fanno progetti x il futuro, insomma la comunità. Chissà quando potremo ritornare alle origini, speriamo presto.

 

 

LA “MIA” MARATONA. A VOLTE LA FANTASIA SI NUTRE DI DISTANZE IMPERCORRIBILI. di Cinzia Spataro

La Collemar-athon è la mia maratona, la maratona che ho fatto quasi sempre, sin dalla prima edizione. Sono mancata solo per la celebrazione di una comunione a cui non potevo mancare. Altre volte “ho saltato” gli impegni di famiglia perché ormai tutti i miei familiari sanno che io la prima domenica di maggio non ci sono per nessuno.

Della “Barchi-Fano” hanno sentito parlare tutti i miei amici, tutti quelli che mi chiedono quale, secondo me, sia la più bella maratona d’Italia.

E di questa gara le cose belle sono tante:

il caffè e i biscotti, immancabili, all’angolo della via quando la mattina presto si va a prendere il pettorale; la musica e la bombarda della partenza; la gente che riempie le strade con i bambini che battono il cinque; i figuranti in costume nella splendida Rocca di Mondavio; i gruppi folkloristici degli antichi borghi; lo speaker che all’arrivo accoglie tutti i podisti, dal primo all’ultimo, con lo stesso entusiasmo e lo stesso calore.

Conosco tutto di questo percorso: le salite e le discese, gli scorci dei paesini, il panorama, le colline, il mare, i diversi traguardi che si sono succeduti negli anni: dall’arco in piazza, al porto, alla Rocca.

Su queste strade ho fatto il mio record personale di 3 ore 40 minuti, stupendo tutti e in primis me stessa, e la mia peggiore prestazione (a dimostrazione che le variabili in maratona sono tantissime) e conservo tutte le medaglie che qui ho conquistato, essendo questa gara valevole come campionato regionale individuale Conservo anche le ceramiche, dai vasi al portapenne, che abbelliscono il mio studio… anche esse parlano della “Barchi-Fano”.

Ricordo tutte le volte che mi ha accompagnato mio marito e abbiamo riempito la nostra capiente macchina di altri atleti marchigiani con cui condividere questa splendida avventura. Soprattutto ho nel cuore due edizioni: in modo particolare la maratona che ho corso con mio figlio (lui è arrivato prima di me come è giusto che sia) e quella che ho corso con mio fratello, che oggi purtroppo non c’è più. Con loro ci siamo misurati non solo sulla distanza, ma anche e soprattutto sulla volontà di riuscire

La mia Collemar-athon c’è stata anche quest’anno perché, rivisitando medaglie, foto, ricordi… ho ricorso tutte e 14 le edizioni a cui ha partecipato. A volte la fantasia si nutre di distanze impercorribili.

                                                                             Cinzia Spataro  3 maggio 2020

 

 

LA FARFALLA DI VALENTINA di Franco Tozzi

Anche oggi la corsa con dedica a Valentina rappresentata dalla sua bellissima farfalla che sulla strada da Barchi a Fano volano libere nella loro bellezza in una natura che con questa pandemia si è ripresa i suoi spazzi!!! Valentina è viva nei cuori dei suoi genitori che ci trasmettono la sua presenza lei è con noi nelle iniziative dell’asilo a lei dedicato nelle nostre vite.km 21,39 grazie Presidente. ? grazieeeeee

 

 

UN OTTIMA ANNATA (PER L’ORTO) di Anonimo 1

Eccomi nell’orto per il SESTO appuntamento con le 11 maratone della speranza. L’ultima tapasciata ortolana, il prossimo incontro sarà nella campagna lombarda all’aperto con invece di centinaia di giri da 90 metri sarà un giro unico.

La Collemarathon l’ho fatta una sola volta nel 2017 e poi per motivi vari non sono riuscito a rifarla, ma rimane un obbiettivo per il futuro perché sia il percorso che l’organizzazione sono eccellenti.

Inizio la corsa osservando l’orto che è quasi con le piantine al completo pomodori, peperoni, melanzane, zucche, zucchini ecc. che iniziano la loro crescita e le piante da frutto abbastanza cariche, se non ci saranno inconvenienti gravi (grandine parassiti strani) potrà essere una buona annata.

Mi fermo a bere guardo l’orologio 5 km proprio come da regolamento di gara e penso all’occasione unica, che senza questo dannato virus non avrei mai assaporato: tavolo con ristoro personalizzato (acqua) e con la certezza che anche se vado lento arriverò primo.

Il pensiero corre ai top runner magrissimi, praticamente senza polpacci che quando capita di vederli correre, nelle gare con lunghi andata e ritorno, sembra che volino e prima di appoggiare il piede a terra stiano già facendo il passo successivo.

I giri continuano pensando alla corsa vera, panorama collinare e proseguendo dalla collina si vede il mare sempre più vicino fino ad arrivare, come nella versione che ho fatto io, al lungo molo che non finisce mai e poi il porto e finalmente l’arrivo, purtroppo, con fortissimi crampi.

Guardo il Garmin 16 km e ora di fermarci, 2 giri camminando e mi accorgo che il percorso alla fine è un solco.

Anonimo 1

 

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