3 maggio – A scegliere un trail tra le colline senesi e quelle del Chianti, non si sbaglia mai: paesaggi
incomparabili che ripagano la fatica (che però non è mai estrema, come invece nei trail alpini e in alcuni
tosco-emiliani); qui si sale su pendii dolci, spesso attraverso le mitiche “strade bianche” amate dai ciclisti, si
sale e scende in borghi storici perfettamente tenuti; e si aggiunga la capacità degli organizzatori locali, che
ci regalano percorsi perfettamente segnalati, senza mai il pericolo di sbagliare strada, e con perfetto
presidio negli attraversamenti stradali.
La “Crete senesi” è una delle ultime nate nel panorama di questa zona, e ancora mi mancava (perfino il
grande pratese Leandro Pelagalli non l’aveva ancora corsa; ciò non gli impedirà di vincere largamente la sua
categoria): quindi, dopo aver assaggiato per esempio l’Eroica (due volte), le gare del Chianti e del Brunello,
di Castelnuovo della Berardenga e di Radda, di Castiglione d’Orcia e di Mercatale ecc., ho approfittato ben
volentieri della mediazione di Massimo Faleo per l’iscrizione convenzionata, che ha rivisto spillarsi il
pettorale anche mia moglie Daniela (che ai tempi del Club aveva ampiamente passato le 200 maratone,
inclusi dieci Passatore) sia pure “solo” per la 15 km.
Più difficile e oneroso è stato trovare l’alloggio, ma a parte i prezzi senesi che non sono decisamente
regalati, gare come questa saturano tutta la ricettività della zona; e insomma abbiamo scovato un
quattrostelle a una quindicina di km, da liberare la domenica mattina presto perché non era pensabile
essere di ritorno per le 11.
Calorosa l’accoglienza, il sabato, nel grande Parco dell’Acqua: non c’è il pasta-party usuale in gare consimili,
ma la busta del pettorale contiene (oltre a vino, calice di cristallo, accappatoio, maglietta, bottigliette e
bustine varie) buoni sconto anche per pranzare in ristoranti convenzionati del paese e nello stesso Parco; e
ci lasciamo convincere da un ristorantino locale che offre le sue prelibatezze in quantità pantagrueliche e
ad una cifra davvero irrisoria.
Non poteva mancare la presenza di Massimo Morelli, uno dei pochi soci che tra le sue 730 gare annovera
anche questa: e proprio vedendo il suo tempo dell’anno passato mi sono fatto un’idea di quanto mi
aspettava, insomma un bel margine sul generoso tmax di 10 ore. Il Morellino però non si rimpinza a pranzo,
perché deve prendere il via anche per la non competitiva del pomeriggio, che sale alla stupenda pieve
romanica di San Vittore da cui si domina la vallata.
Ci si rivede domenica mattina, in centro paese, per la partenza alle 8 del giro lungo (dopo pochi minuti
seguiranno quelli dei 30, e alle 9,30 i partecipanti ai 15). Inno nazionale eseguito dalla banda, minuto di
silenzio per Zanardi, e poi via di corsa verso la stazione ferroviaria e la Pieve di S. Vittore. I percorsi sono
comuni per la prima decina di km, ottimamente segnati da cartelli e da bandelle di tre colori: rosso per noi,
nero per i 30 e verde per i 15. Abbastanza regolare la dislocazione dei ristori, forniti di ogni cosa (ammetto
che le mie preferite saranno la fetta di pane con l’olio e la birra fresca, ma senza dimenticare frutta e
idrosalini), e con le bevande fresche anche dopo parecchie ore, quando in altre corse col sole a picco ci
toccano invece bicchieri di acqua calda o banane in putrefazione…
Si corre inizialmente, in prevalenza, su prati o su carraie immerse tra uliveti e campi di cereali, contornate a
volte dai tipici cipressi, e con un susseguirsi di colline e vallate a perdita d’occhio. Attraversati o sfiorati
borghi come Armaiolo e Asciano, si prendono le strade bianche (frequentatissime da ciclisti, che faticano
alquanto in salita – qualcuno smonta e spinge a mano – ma poi si lasciano andare a tutta per le discese – ma
incrocio una signora che va a piedi anche in discesa non fidandosi troppo); ogni tanto appaiono i segnali
dell’“Eroica”. Tra i podisti del nostro livello sono frequenti i sorpassi e i ri-sorpassi: faccio vari km del tratto
centrale, specie nella zona tra i km 20 e 35 dove le salite si fanno più ardue, con Salvatore Alessandri, un
senese adottivo, veterano delle Crete (e con 331 maratone concluse), che però mi confida: queste salite
ogni anno sono … più dure!
Sotto Asciano, intorno al km 23, si attraversa l’Ombrone nel punto più basso del percorso, a 180 metri
contro i 318 della partenza; da lì comincia il tratto in maggiore pendenza, anche in mezzo al bosco, su erba
e sassi, che in meno di 10 km ci farà salire ai 390 metri di Serre di Rapolano, uno dei luoghi più belli della
“gita” (l’approccio mi ricorda quello per arrivare a Radda) e dove sta un salutare ristoro dalla cui addetta
ottengo una foto. D’altronde, abbondano i fotografi “a pagamento”, specie sui tratti in salita: “Mai che siate
in discesa?”, chiede un collega; e io aggiungo: “Non vi conviene neanche, perché non pagheremo per una
nostra foto con passo barcollante e lingua in fuori…” (a parte che, se dipendesse dai miei euro, tutte le ditte
fotografico-podistiche chiuderebbero bottega rapidamente).
Il serbatoio di molti va in riserva a questo punto, e per buona parte del resto diverremo forzati
camminatori; personalmente si aggiunge il dolore alle punte delle dita, probabilmente causato dalla scelta
di scarpe da strada anziché da trail, e dove le pendenze sono più forti mi rendo conto che è meglio andare
di passo atterrando rigorosamente sui talloni. Eppure mi riesce di sorpassare qualcuno, che magari al
telefono si sta lamentando dei suoi guai…
Si costeggia nel bosco un grosso lago, prima di arrivare ai 358 metri dell’altra bella località di San
Gimignanello (ricordata nella maglietta commemorativa e nella medaglia in travertino locale), dove ci
appare il cartello dei 35 km. Altra leggera discesa fino a scavalcare la tortuosa ferrovia, e si marcia con
un’ascesa scenografica verso l’ultima ‘montagna’, lo stupendo castello di Modanella di nuovo a quota 358 e
con un altro ristoro benedetto.
Qui il mio gps annuncia il raggiungimento della fatidica lunghezza di 42,2: ma non c’è nessun traguardo
intermedio, e insomma i cercatori di tacche dovranno arrivare fino in fondo, lungo una strada bianca
(“Garibaldi gravel”) quasi in pari e pressoché parallela alla superstrada. Dopo la discesa, al successivo
attraversamento stradale chiedo alla sbandieratrice se abbiamo ancora 6 km, ma lei mi smonta: “facciamo
7 o 8…”. Per fortuna si sbaglia: il mio Gps si stopperà sul 49,2, indicando però un dislivello di 1000 metri e
non gli 800 annunciati.
Al bivio di Poggio S. Cecilia raggiungo un gruppetto che comprende la collega di Club Edith Ventosilla, alla
sua centesima ultra (me meschino che sono appena alla 62…); resta irraggiugibile il Morellino, la cui
maglietta rossa si intravede appena, 6-700 metri più avanti. E pensare che una settimana fa ha corso la 50
di Romagna in 6.51…
Riecco la voce dello speaker, a cento metri in linea d’aria ma mezzo km abbondante di strada; riecco il
“profumo” delle Terme dove Garibaldi venne a curarsi le ferite dell’Aspromonte (“Garibaldi fu ferito – fu
ferito ad una gamba…”: il feritore fu un toscano, certo Luigi Ferrari che per questo ricevette la medaglia
d’oro, pensate un po’ quanto era eroico l’esercito savoiardo). Si sottopassa in una sorta di tubo la
superstrada per rientrare nel Parco dell’Acqua, con lo speaker che scandisce i nostri nomi e miracoli (ma la
classifica non conferma l’arrivo di un M 85 di cui sento parlare con lodi: che sia intruppato tra gli M 75), e i
chip della Icron danno la classifica immediata.
Apprendiamo della vittoria di Paolo Corsi (Marciatori Mugello), con uno stupefacente 3.44:53, media di
4:30/km e sei minuti di vantaggio su Alessio Grillini, venti su Fabio De Matteo. Più combattuta la gara
femminile, dove Daniela Menchetti (Avis Foiano) con 4.40:40 prevale di soli 14 secondi sulla giapponese
Majide Sohn, e di due minuti su Veronica Correale.
Nello spiazzo inondato dal sole, ci sono l’abbondante ristoro (una fettunta e tre bicchieri di birra non me li
toglie nessuno), la restituzione delle borse e la consegna dei premi di categoria: con 8.20, la collega Marina
Mocellin sarà premiata come vincitrice M 75. Un saluto alla longilinea californiana Toby Cole, persa e
riagganciata tante volte durante la corsa, che malgrado il suo 7.54 non andrà a premio a causa delle
sciocche regole italiane di tesseramento (l’Italia è la culla del diritto e del rovescio: guai a chi corre senza i
timbri giusti, ma va tutto bene se invece il Var aggiusta i risultati delle partite di serie A).
Le docce sono in tre posti diversi, tutti abbastanza scomodi: per fortuna, la mia auto è parcheggiata qui e
mi porta allo stadio, senza nessuna segnalazione ma con larghi spazi e acqua caldissima. È ora di ripartire:
siccome in Italia c’è la crisi, la benzina ha prezzi insostenibili, la gente non arriva a fine del mese, adesso che
il mese è appena iniziato siamo tutti per strada, e per attraversare lo snodo di Firenze in autostrada serve
un’ora e mezzo. Poi ci si velocizza, nel senso che per fare 215 km fino a casa basteranno 4 ore e un quarto
alla media dei 51 km/h. Altre tre ore sono segnalate dai tabelloni per arrivare a Milano: insomma, i
bauscioni non arriveranno in tempo per il trionfo dell’Inter, che lasciamo tutto al nostro Presidente.
























