RE, Leoni e profumi del deserto alla 24^ Marathon de Marrakech, 26/01/2014

La maratona è stata vinta dall’etiope Robi Deribe Melka con un tempo di 2h08’04” e tra le donne prima l’etiope Tolwal Meseret Kitata, che ha tagliato il traguardo in 2h31’08”.

Tre i punti di rilevamento chip e ogni 5 km ristoro con acqua a volontá fino alla fine, mandarini, succulenti datteri e uvetta passa, spugnaggi come di norma ogni 7,5 km. Si è partiti con 6 gradi e arrivati con 26. Medaglie per tutti alla fine.

Il gruppo “Vacanxe Venexia” purtroppo è atterato tardi sabato sera.L’Expo della Maratona di Marrakech si trova in Place du 16 Novembre, nel quartiere di Guéliz, la città nuova costruita fuori dalla medina di Marrakech, proprio di fianco ai Jardins du Harti. Quando arriviamo è già chiuso. Del signor Banane, che ci doveva consegnare i pettorali dopo la chiusura, nessuna traccia. Per quasi tre ore nessuna notizia. Dopo una infinita serie di telefonate contattiamo una francese di nome Francoise, che ci promette di portarceli in albergo l’indomani mattina e così poi, per fortuna, è stato.

foto 2L’albergo EL ANDALUSE è a cento metri dalla partenza, comodissimo e con una bella piscina soleggiata. Nonostante le prenotazioni, il nostro gruppo e parecchi altri vengono respinti all’arrivo. Il motivo: il Re del Marocco, l’illuminato Mohammad VI, ha prenotato all’improvviso tutto l’albergo per una festa di “matrimonio” nella sala dei ricevimenti a lato della piscina.

Grande scompiglio nel nostro gruppo. Partiti in nove da Bergamo, avevamo già perso due membri per strada. Flavio per i documenti in dogana e Ornella per una brutta influenza. I pettorali svaniti nel nulla e appesi al filo di una telefonata. I sette sopravvissuti del gruppo “Vacanxe Venexia” si agitavano come in una tempesta ciacolando e imprecando in preda al panico nella Hall, una vera baruffa chioggiotta. Tutto si svolge in mezzo a uomini in alta uniforme e favorite con velo vestite di abiti dorati e luccicanti mantelli damascati che vengono fatti entrare con grandi riverenze al cospetto del Re. Il “Leòn” (A), il nostro capitano, il famoso Macho del Brenta, Adriano Boldrin, comincia a ruggire in modo spropositato quando qualcuno gli dice che forse dovrà condividere la camera con qualcun altro. Una orchestra berbera, vestita alla “Marco Caco” (B), lancia squilli assordanti e non ci lascia parlare con la concierge. Tamburi e trombette cacofoniche stritolano le nostre urla. La nostra baruffa sale. Qui, tra Re e favorite, bisogna fare una piccola parentesi per capire il seguito.

foto 3Il Marocco non è “gay” nel modo tipico in cui gli occidentali lo intendono: non ci sono comunità gay, non c’è attivismo politico, nè ambienti gay, ne organizzazioni. Ma la cultura marocchina è accogliente, e dà il benvenuto ad ogni turista. Come in altre culture islamiche, uomini e donne sono completamente segregati l’uno dall’altro fino al matrimonio. Questa cultura separatista incoraggia in modo naturale lo stringersi di rapporti di uomini con uomini, donne con donne. Gli uomini si abbracciano, baciano e spesso si tengono la mano pubblicamente. Le donne sono spesso confinate in casa o nei mercati. Diversamente dai paesi europei, gli uomini marocchini hanno l’abitudine di guardarvi negli occhi. Spesso gli occidentali interpretano con malizia questi sguardi, ma non sempre è così, semplicemente è un modo per esprimere affetto e amicizia platonica, quindi bisogna agire con cautela. Molti temono di trovare in Marocco sentimenti omofobici, ma i coraggiosi che si avventurano alla sua scoperta, si stupiscono della calda accoglienza. Il Re che festeggia in piscina, Mohamed VI, sebbene sposato, è notoriamente gay, e la bisessualità è piuttosto radicata nella cultura marocchina. Questo crea lo sfondo per un atteggiamento “vivi e lascia vivere” nei confronti dell’omosessualità, che da noi forse non c’è ancora e sicuramente è un atteggiamento sconosciuto sul Brenta. Il Macho si infuria e dice che qua son tutti “Leoni” (C), che una notte con il Re lui non la passa neanche morto, e che rimarrà fedele nei secoli alla “Pignata” (D). Questo smuove le acque. Dopo un’ora, tre dei nostri partono con uno scozzese alla volta di un altro Hotel. Dopo altre due ore, veniamo finalmente anche noi dirottati in un altro Hotel. Finalmente all’una si dorme.

foto 4La mattina seguente ci alziamo alle 5, alle 6 trasferimento all’Hotel del Re, alle 7 arrivano puntuali i pettorali, alle 8 si parte. 6 gradi neanche una nuvola. Alla partenza incontriamo tanti amici italiani. I “2 Fausti” della Runner Bergamo, un gruppone di Forlì e un altro della Montagnetta di San Siro con cui spesso corricchio per Milano.

La maratona parte alle ore 8.03 dalla Avenue de la Ménara; hanno allestito anche un palco Reale, il Re è proprio un’ossesione. Il “Leòn” (A) ci passa davanti arricciando il naso e fila via. Lo seguo passo passo. Il tempo limite della maratona è di 5 ore e mezza, e questo infine impiegheremo, anche se dietro poi sapremo che hanno aspettato altri dieci.

Il percorso è in piano, veloce e scorrevole. Si snoda lungo scenografiche strade circondate da palmeti, aranceti e uliveti. Tocca i Giardini dell’Agdal, il palmeto di Marrakech, i baluardi della Medina, le vie Avenue Mohammed VI, Avenue Hassan II, Avenue Abdelkrim Khattabi e Avenue Bab Doukkala. Si giunge alla Finish Line, situata nella stessa zona della partenza, lungo Avenue de la Ménara. Verso il 18esimo ci si congiunge con la enorme massa della mezza, in un bagno di folla attorno alle mura della città. Poi la maratona segue un altro percorso. Ritorniamo soli, ascoltiamo soltanto il cinguettio proveniente dai giardini. Qui comincia la parte indimenticabile. E’ la zona del palmeto verso il 25esimo chilometro. Si passa tra palme, ville, giardini da favola. Si incontrano i cammelli che aspettano i turisti per fare il giro in questa oasi alle porte del deserto. Tra le palme sullo sfondo nel cielo limpido e la neve dell’Atlante. Il clima si fa mite, tutto fiorisce attorno a noi. Cominciamo a toccare i venti gradi. Pochi momenti magici. Pensavo alle carovane del deserto che per tanti secoli arrivavano qui. In quel momento mi sembrava di essere altrove, di aver raggiunto la meta del mio viaggio. Da lì non volevo più andarmene, ci ero già stato centinaia di anni prima, ma lo avevo dimenticato, ed ecco che ora tutto ritornava in me…, forse in una vita precedente avevo attraversato il deserto.

foto 5Sicuramente bisogna correre. Facciamo un lungo tratto con Corinne. Una Sgiossarola (E) di Tel Aviv, cui Adriano si avvinghia facendo tesoro di tutta la vasta esperienza seduttrice e di alcuni aneddoti sulla Maratona di Gerusalemme. Ci sorpassano tre australiani e restiamo soli, forse ultimi. Ritorniamo nel caos della città. Hanno riaperto le strade. Una macchina della polizia ci scorta facendoci scudo nel traffico che arriva veloce contromano, a volte rischiamo grosso. Stiamo francobollati al Cagauro (F) della macchina della Polizia. La temperatura sale a 26 gradi. C’è anche una piccola salita. Per fortuna ci lasciano l’acqua. Il resto è sparito. Finalmente, come un miraggio, appare il gonfiabile in fondo al vialone. Appare tremulo tra i vapori che salgono dall’asfalto. Una voce lontana. Molto lontana. “Alè Adrièn” . E poi un flebile “Courage Paolò”. “Les Italien sont survivant”. “Alè les Dèrniere”. Attraverso i vapori ci avviciniamo convinti che, una volta arrivati, ci avrebbero sicuramente menati. “Demo, demo” incita el “Leòn” (A). Invece, quando siamo quasi vicini, scopriamo che Caterina sta buttando benzina sul fuoco, suggerendo il tutto allo Speaker. L’incazzatura si spegne con l’immediata birra in piscina.

foto 6Finalmente, ritemprati e rinserrate le fila, il gruppo “Vacanxe Venexia” parte alla scoperta di Marrakech. E come a Venezia la prima volta bisogna arrivare in Nave, a Marrakech la prima volta bisogna arrivare in Cammello. Nonostante gli sforzi dei componenti, alla fine riusciamo a trovare solo una Barea (G) tirata da due Mussi (H). Mi siedo a lato di Hassan, il conducente, e partiamo per Marrakech. Lo invito a non frustare i Mussi (H) perchè non abbiamo fretta. Costeggiamo al tramonto le rosse mura della città, e vi entriamo da una delle sue porte. Siamo subito in un Suq, un piccolo mercato. Dall’alto dei sedili, cogliamo i primi intensi profumi che giungono da una farmacia berbera, menta, pistacchi e tante sensazioni forti cui non siamo abituati. E’ una visione di un paese vibrante di luce, di suoni e di colori, complesso ed affascinante. I primi fotogrammi di una città bellissima, il simbolo di un magreb avvincente, chiusa nelle sue mura, immersa nella sua storia, ricca di questi nuovi aromi dei suoi suq dove si vendono le più incredibili mercanzie, dalle stoffe, alle spezie a un cuoio puzzolente. Attraversiamo il quartiere ebraico: la mellah, dove i bambini, in un mondo arabo, leggono perfettamente l’ebraico. Una città popolata dai vecchi mercanti di cammelli, dai nuovi commercianti cinesi, dalle donne velate e affascinanti, dai mendicanti, dai saltimbanchi e dai venditori; una popolazione semplice e viva, dignitosa e fiera, da scoprire ad ogni metro nelle atmosfere da Mille e una Notte.

foto 7La Barea (G) arriva alla piazza centrale. Qui ingaggiamo Abdul, una guida locale che ci accompagnerà per due giorni attraverso i misteri della città. Appena arrivati in Piazza Djemaa El Fna, ci accorgiamo che è il cuore pulsante della città, un incredibile spettacolo all’aperto attorno al quale si sviluppa la città vecchia. Qui si sintetizza l’anima della città, lo spirito del Marocco, fatto di suoni, colori, fumi, e sullo sfondo, le cime bianche dell’Atlante. Una piazza davvero pittoresca che al mattino è sede di un grande mercato e che di sera diventa un teatro a cielo aperto con luci bianchissime, bianco il fumo delle bancarelle dove si preparano piatti da mangiare sul posto (occhio al Cagotto), le esibizioni di musicisti, ballerini, acrobati e narratori di storie, venditori d’acqua e donne che disegnano sulla mano i tatuaggi. Bisogna stare attenti alle borse, al mangiare, e ai Leoncini (I).

A sud–ovest di Jemaa el Fna svetta il minareto della Koutoubia, detta “dei librai”, la moschea più importante della città marocchina ed accessibile solo ai musulmani. Con un’altezza di 70 metri, è visibile anche a kilometri di distanza. Di lato c’è un buon ristorante, dove abbiamo mangiato, la seconda sera, il Chez Chegrouni. A pochi passi c’è Medersa di Ben Youssef, antica scuola coranica con gli interni decorati da piastrelle variopinte. Le stanze degli alunni sono minuscole e tra le mura si riesce a sentire la litania delle preghiere. Tra le tante cose, durante il breve soggiorno, abbiamo poi visitato le Tombe Saadite, rimaste nascoste per secoli. Abbiamo camminato in tanti Suq, un insieme di mercati coperti perfetti per perdersi. La tradizione vuole che all’interno del suq ogni attività artigiana abbia il proprio quartiere. Ecco allora il suq Smarine, dedicato alle stoffe, il suq Larzar per le lane grezze, il suq Zrabia per i tappeti, il suq el Kebir occupato dai gioiellieri e tanti altri ancora tra cui quello puzzolente delle concerie e del cuoio.

foto 8Abbiamo visto il Palais de la Bahia che, grazie ad importanti lavori di ristrutturazione, ha riacquistato l’antico splendore e che conserva splendidi mosaici variopinti. A Guéliz, la Città Nuova, ci hanno stupito i giardini Majorelle che devono il proprio nome all’artista francese Jacques Majorelle, che si trasferì a Marrakech nel 1919. Essendo un gran collezionista di piante, decise di contribuire alla realizzazione di questa area verde, decorandola con piante di cactus, noci di cocco, banani, cipressi, bougainville, bambù, gelsomini e palme. All’interno di questa affascinante area verde, è possibile vedere la particolare abitazione dello stilista francese Yves Saint Laurent. Domina tutto il verde e il blu intenso.

Tutto sommato, è stato un viaggio pieno di emozioni. Il gruppo “Vacanxe Venexia” alla scoperta di Marrakech, tra il veneto e l’arabo, tra Re e Leoni, si è sentito “a casa” nonostante la distanza e le differenze di quell’Africa sconosciuta ma non estranea, anzi intimamente così vicina da diventare alla fine una parte di noi stessi, qualcosa da portare con sé al ritorno, qualcosa che alla fine diventa parte di noi stessi, forse un posto già conosciuto.

In questo “sentirsi a casa”, nella voglia di tornarci, nei tramonti, nei profumi, nel vento del deserto, va ricercata l’origine di ciò che noi chiamiamo “mal d’Africa”.

Glossario

(A) León = leone di S.Marco, finisher di 28 Maratone di Venezia

(B) Marco caco = arcaico, consumato

(C) Leone = omo molto pendente (D) Pignata = anteriore basso femminile

(E) Sgiossarola = signora piacente con piccole perdite (da colapasta)

(F) Cagauro = posteriore alto

(G) Barea = carretto porta liquami

(H) Musso = somaro

(I) Leoncino = omo poco pendente

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