RICORDANDO IL MIO PRIMO PASSATORE… CORREVA L’ANNO 2008!


una gara alla portata di tutti; probabilmente, non devo essere stata molto
convincente, perchè in realtà nessuno di loro si è mai presentato alla
partenza del Passatore.
Sono diversi anni che non ho più corso il Passatore, perchè infastidita dal
respirare gas di scarico delle automobili, e perché sostengo che una corsa
del genere dovrebbe essere vissuta in prima persona. Ebbene, dopo aver
riletto queste mie parole, ho pensato che in effetti potrei rifarla, non
appena se ne ripresenterà l’occasione…
Buona lettura!


A chi mi fa i complimenti per aver portato a termine la 100 km del Passatore
rispondo GRAZIE, anche se non penso di aver compiuto nulla di
sovrannaturale, che non potrebbe essere fatto da chiunque di voi abbia già
corso anche soltanto una maratona.
Come spesso avviene, ritengo sia più grande il pensiero della realtà, e
soprattutto, reputo che credere di possedere le possibilità per finire la
gara, è come partire già a metà del percorso.
Senza per nulla sminuire la grandiosità della gara, ma neppure
sopravvalutarmi per essere riuscita ad affrontarla ed a chiuderla con non
troppe difficoltà, sono più che convinta che il mio tempo di 14h25′, pur non
essendo del tutto da buttare, possa essere, con qualche accortezza,
smussabile.
Sicuramente leggerete nelle mie parole un velo di amarezza per la
prestazione cronometrica non troppo lodevole, ma non nascondo che la
soddisfazione e la commozione sono state grandi nel tagliare QUEL traguardo,
che è stato l’obiettivo di tutta la notte. Non ho mai smesso di crederci
nonostante le difficoltà che, seppur superate, ci sono state, eccome!
Ma procediamo per gradi nel racconto: innanzitutto ricordo la forte emozione
provata dietro lo striscione della partenza, nel centro storico di Firenze,
in compagnia di amici che sono dei cardini nel mondo della maratona e
dell’ultramaratona, la cui vicinanza mi faceva sentire tanto piccola; e poi
la partenza, avvenuta per quanto mi riguarda in uno stato adrenalinico molto
forte, in cui cercavo di farmi largo in mezzo ad un mare di concorrenti, che
scorrevano e si intersecavano continuamente per le strette vie del centro.
Nella prima metà della gara, caratterizzata da un percorso in salita fino al
raggiungimento del passo della Colla di Casaglia, non ho commesso errori:
alternavo passo e corsa a seconda della ripidezza della strada, giungendo in
cima con ancora notevoli energie da spendere. Anche il cambio della maglia,
da maniche corte a maniche lunghe per la notte è stata una scelta tattica, i
ristori veloci ma senza mai dimenticarmi di assumere acqua o sali minerali,
le mie barrette provvidenziali, ecc. ecc. La salita è stata per me
relativamente facile, anche perchè accompagnata da una veduta paesaggistica
senza eguali, la bellissima città di Firenze ritratta dalla collina di
Fiesole!
Purtroppo l’esaltazione per essere arrivata fino a quasi 1000 metri di
altitudine così in forma e la consapevolezza che da lì in poi sarebbe stata
prevalentemente discesa, mi hanno dato lo sprint per ripartire come un
razzo, quasi a rotta di collo, giù nella notte scura, illuminata ed animata
soltanto da alcune lucciole e dallo scandire dei miei passi che rompeva il
silenzio. Ma soprattutto dalla mia pila, fedele compagna, a cui avevo
affidato duplice compito di fare luce alla strada che percorrevo e quello,
non meno importante, di segnalare la mia presenza alle tante, troppe auto
che si spostavano lungo il percorso di gara per sostenere parenti ed amici.
E da qui giunge la mia amarezza, per aver sciupato nel primo tratto di
discesa tutte le energie che avrei dovuto centellinare, se avessi conservato
la saggezza che aveva contraddistinto la prima parte della mia gara. Poco
importa però, è nelle difficoltà che una persona, in una competizione, ma
soprattutto nella vita, tira fuori le “palle”, o meglio la “testa”, e penso
che sia stata proprio quest’ultima ad avermi dato una grossa mano.
In effetti l’allenamento era poco, sono la prima ad affermare che nel
podismo non s’improvvisa nulla, e giungere impreparati ad una gara è come
presentarsi ad un’esame a fronte di uno studio troppo sommario. Trattandosi
di una gara di questa entità, oserei dire, è quasi una follia! Ero conscia
di ciò, per questo ho tentato di adoperare prudenza, ma la prudenza, si sa,
non è mai troppa… tuttavia, col senno di poi tutto è facile, è pur vero
che nelle situazioni bisogna trovarsi ed è necessario affrontarle senza
lasciare troppo spazio alla meditazione.
Ringrazio il mio fisico che, grazie alle 16 maratone e “ultra” corse lo
scorso anno, mi ha consentito di vivere un po’ di rendita e non mi ha
causato dolori imprevisti o crampi, da me fortemente temuti, anzi ha retto
molto bene la fatica. Ringrazio  soprattutto la mia testa, che non mi ha mai
abbandonato, neanche nei momenti più bui (e non solo in senso metaforico),
ed ha creduto dal primo all’ultimo minuto che avrei potuto farcela, anche
quando le difficoltà aumentavano.
Non c’è stato mai un momento in cui abbia pensato benché minimamente a
ritirarmi, né un attimo in cui mi sono ripetuta la tipica frase: “Ma chi me
lo ha fatto fare?”. Mi sono goduta ogni singolo istante di gara con la
medesima intensità, conservando anche nei momenti più duri quell’AGONISMO
che mi contraddistingue e che mi ha sempre spronato a fare del mio meglio,
nonostante il tentativo di conservare quante più energie possibili per i
restanti chilometri.
Ma ora parliamo di difficoltà: al 75° km circa, scendendo verso San
Cassiano, ho terminato la mia “benzina”, avevo ipotizzato che potesse
capitare. Mi sono resa conto di non essere più in grado di alternare la
corsa al passo, malgrado i lunghi tratti di discesa; sarebbe stato troppo
facile lasciarsi consumare dal panico, o vincere dallo sconforto; ma le cose
facili non fanno per me, per cui ho provato a reagire: non ho mai perso la
calma, mi sono fatta due conti con estrema lucidità, nonostante la
stanchezza e la sfinitezza. Mi sono rassegnata a camminare, ma senza perdere
l’”agonismo” di cui parlavo: cercavo di non oltrepassare l’ora ogni 5 km.
“Di tempo ce n’è”, mi ripetevo, riflettendo sul tempo massimo di 20 ore, ma
in cuor mio mi prefiggevo di non superare le 15 ore, cercavo di pormi degli
obiettivi per non perdere di vista la nobile causa che mi stava trattenendo
in piedi quella notte. Non prendevo neppure in considerazione la remota
ipotesi di un ritiro: “Dovrebbero bloccarsi del tutto le gambe – pensavo tra
me e me – per fermarmi”. E coloro che mi proponevano di farne un pezzo
assieme, Roby compreso, venivano da me ringraziati e liquidati in tutta
fretta: nessuno avrebbe dovuto sacrificare la sua gara per sostenere me, ma
soprattutto, non necessitavo di alcun aiuto, sapevo che avrei potuto contare
già su me stessa e sulle mie forze. A posteriori, mi rendo conto di aver
sfoggiato un atteggiamento di eccessivo orgoglio quando, in preda ai tremori
per il freddo, ho fin rifiutato una maglietta che mi veniva offerta da una
qualche anima buona. Sapevo, e dovevo dimostrarlo a me stessa, che potevo
farcela da sola.
A completare il quadro delle difficoltà incontrate, è intervenuto il mal di
stomaco, provocato dall’umidità delle tenebre, e superato con un buon the
caldo al ristoro, ed in ultimo si è aggiunto il sonno, facilmente vinto
grazie all’aiuto di qualche caffè, consumato al successivo ristoro di
Brisighella, che mi hanno aiutata a mantenere la concentrazione per il resto
della notte. Il tempo, fortunatamente, è stato clemente, non ci speravo
proprio, vista la pioggia delle settimane precedenti!
Tenendo l’occhio costantemente puntato sull’orologio, e dirigendo la luce
della mia pila contro le automobili che andavano e che venivano, giunta al
95° km mi sono fatta forza ed ho deciso che quello fosse il momento giusto
per dare il via a quel poco di forza che mi rimaneva nelle gambe: ho ripreso
a corricchiare, in verità più per combattere il freddo che per altro,
alternando nuovamente qualche passo di corsa alla camminata. In quel momento
mi sono resa conto che, dopo aver camminato per ben 20 km, un pochino mi ero
riposata, benché il termine “riposata” potrebbe sembrare inappropriato;
allora, con il cronometro sempre alla mano, mi sono lanciata la sfida di
giungere al traguardo sotto le 14h30′. Continuavo ad essere lucida ed a
pormi degli obiettivi, nonostante la fatica.
La mia pila ormai non illuminava quasi più, ma non mi sarebbe più servita:
il cielo, che fino ad allora era nerissimo e puntellato di una quantità
infinita di stelle, fatta sola eccezione di uno spicchio sottilissimo di
luna calante, si stava ora rischiarando, regalandomi un’alba
indimenticabile, caratterizzata dalla palla rossa del sole ancora semi
nascosta, che stava velocemente ergendosi sulle campagne poco distanti da
Faenza.
Ho ripreso a correre, ed ho giurato a me stessa che non avrei smesso che
sotto lo striscione di arrivo, a meno di dolori improvvisi ed imprevisti,
che prendevo sì in considerazione, ma soltanto alla lontana. A questo punto
il timore di un eventuale ritiro era superato, i 5 km che mi dividevano
dall’arrivo li avrei fatti in qualsiasi maniera, avessi dovuto impiegarci
altre 5 ore!
Non ci avrei creduto neppure io, ma alla scritta “ultimo chilometro” mi sono
sopraggiunte le ali ai piedi, era il termine di una grossa fatica, che stava
per lasciare il posto ad un’enorme soddisfazione che avevo regalato a me
stessa. Sono arrivata in un allungo senza senso, superando in volata
chiunque si presentasse dinnanzi, e chiudendo l’agognato ultimo chilometro
in 5’10”, “velocissimo per averne altri 99 nelle gambe”, è stato il mio
pensiero nell’immediato!
A chi ha anche solo pensato di correre una volta nella vita il Passatore
consiglio di provarci, ma soltanto quando si sentirà pronto mentalmente, più
ancora che fisicamente. Sarà una forte ed indelebile emozione, che si
aggiungerà a tante altre belle esperienze e prove di forza che la vita ci
regala, un’occasione per poter raccontare noi stessi con umiltà ed anche con
un pizzico di orgoglio.
Ringrazio chi ha avuto la pazienza di leggere il mio scritto fino a questo
punto, ma non biasimo chi invece non ce l’abbia fatta: mi rendo conto di
essere stata oltremodo prolissa e forse anche un tantino noiosa!
Un grazie particolare va a chi quella notte mi ha sostenuto con il suo
pensiero anche solo per qualche istante, dalla terra e da Lassù, la forza
che mi ha portato al traguardo è arrivata anche da voi, ne sono sicura!
I miei più grandi complimenti vanno a quel “bionico” di Roby che, nonostante
un dolore persistente al ginocchio già precedentemente alla gara, ha chiuso
la sua fatica con un invidiabile 13h09′. Bravo Roby, sei sempre il più
grande, un esempio per tutti!
Non vi ho scritto per elogiarmi, penso lo abbiate capito, ma innanzitutto
per ringraziarvi per essermi stata vicino, anche soltanto per avermi
espresso il vostro scaramantico “in bocca al lupo”; in secondo luogo, spero
di avervi reso questa “impresa”, come l’abbiamo chiamata, a livelli più
umani, anzi alla portata di tutti. Sono sicura che qualcuno di voi ci sta
facendo un pensierino già per il prossimo anno: “Se ci è riuscita lei, posso
farcela anch’io!”. E così è, ve lo assicuro!
Un grande ciao a tutti ed un grosso in bocca al lupo per le vostre prossime
gare, miei cari “colleghi” podisti.
Paola

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