Rimini Marathon. Alfio l’alfiere del Club. Partiti adesso. Partiti adesso

02Un Maestro di aggregazione e simpatia che è partito il giorno precedente a farci da guida per Santarcangelo e ad una fattoria didattica. Poi ha organizzato per noi del Club una cena tutti insieme in una super happy-bettola chiamata “e’droin” che abbiamo scoperto vuol dire in romagnolo “cestino in vimini”, un cestino che ci ha raccolto in una ventina. Incredibile invece il B&B che ci ha trovato chiamato Molino Terra Rossa; nuovissimo e ricostruito sopra un vecchio mulino pieno di passaggi segreti e cunicoli venuti alla luce durante la ristrutturazione, era come dormire su centinaia di anni di storia e lavoro, fascino, cultura e amore per la terra.

03Diceva una poesia di Tonino Guerra (riportata in fondo) che prima di morire un montanaro ha salutato il mare che aveva visto una volta sola dall’alto della montagna come una sottile linea blu. Già, un montanaro come me quando va a Rimini per prima cosa va a salutare il mare, perché quassù al nord non si vede neanche una riga blu. Il mare è là in fondo alla Maròina (Marina), soprattutto questo che è il mare dei ricordi da bambini. Avevamo tutti una zia a Viserba e un nonno a Rivabella, e il viaggio non finiva mai, ero piccolo ed era il mio mare, come era bello perché era mio. Lo avevo comprato guardando una vecchia cartolina d’inverno, ma non arrivava mai l’estate. Mesi e mesi a studiare e far di compito aspettando invano di strappare il calendario. E poi sandaletti pieni di sabbia nei piedi e gli occhi chiusi per la gran luce a tentoni avanzavo verso di lui.

04La sabbia che aveva l’odore dei piedi bruciati, l’aria delle creme, e la pelle si arrossava in un secondo. Il Mare per noi bambini piemontesi era un elemento pericolosissimo: vietato avvicinarsi da soli, vietato fare il bagno almeno per 4 ore dopo aver mangiato. Per cui seduti ricoperti da 4 spanne di crema sotto l’ombrellone, 4 ore a seguire l’onda che si gettava noiosa e precisa sulla riva, sulle conchiglie, sui castelli abbandonati e irraggiungibili. E poi dopo un anno e 4 ore finalmente il tuffo, cercando di non affogare in quell’acqua torbida e pesante, facendo le capriole in una spanna di schiuma e un oceano di bagnanti. In quel vociare terribile ogni anno tornava un incubo: i bambini perduti. Ogni cinque minuti gli altoparlanti ripetevano un nome diverso: “Attenzione, Attenzione si è perso un bambino….” ancora adesso li sento, chissà che fine han fatto?

05Beh se c’è un paese dove vogliono andare tutti appena fa caldo e il cuore si scalda, dove ci sono le spiagge, le visioni di Fellini, le leggende dei Vitelloni e ultimamente anche la Maratona: il Paese si chiama Rimini. E’ maggio, ma si sente già il tormentone dell’estate della Giusy Ferreri: “Non lo senti come brucia il cuore, questa scossa arriva fino al mare, non lo senti come va feroce. Un nuovo amore quest’estate ci porterà, a nuovi gradi di sciocchezze e fragilità, un nuovo amore quest’estate ci travolgerà, partiti adesso, partiti adesso….”

06Partiti adesso, partiti adesso, insomma siam partiti, ma quest’anno la maratona l’han girata al contrario, e la riga blu della Maròina (Marina) non arrivava mai. Partiti adesso, partiti adesso, siam partiti tutti siam rimasti solo io e l’Alfio, il ViBussa e l’PaolènCera con la scopa in mano. ViBussa nel senso che Vito Bussa viene a bussare prima o poi dicendo di muoversi. Orco d’un boia dei 17 dell’anno scorso del Club siamo sopravvissuti solo in 4. ‘Na noia mortale là in fondo e dopo che Vito ci ha ripetuto tutte le barzellette 4 volte abbiamo cominciato a disperarci perché ci avevano rubato il mare. Non arrivava mai e poi mai. Su e giù per l’autostrada, avanti e indrè per la campagna di Santarcangelo. L’ambulanza sui garretti, il sorrisino dei moretti, i rettilinei maledetti, ma poi l’Alfio ha comprato tre sorbetti e allora capisci che non smetti. A tirar sera c’era il Cera, ma c’era anche il Luciano che avanzava piano con uno strappo al deretano. E lui mi diceva: “aspetta, aspetta il mare è là in fondo alla Maròina”. Partiti adesso, partiti adesso ma gira di qui gira di là, quando arrivo al mare son belle e sciopà, non mi gusto niente solo il sorbetto, ma va là. Sui giornali della sera sembra abbiano corso solo il Meucci e una strana Siora gonfiabile. Di noi 4 bambini perduti in fondo alla maratona non si ricorda già più nessuno.

07Ma non importa, si corre e si fatica per la birra e una piadina. Le lepri keniane del Club come dice Mariolino han rotto le righe, ma è rimasto però un po’ di fumo dell’Amarcord (Amailclub) dell’anno scorso https://www.clubsupermarathon.it/maratone/2956-rimini-marathon-2016-amarcord-amalclub.html. Quest’anno siamo tornati con l’Amaro Cora in bocca, ma rimane quel che resta delle visioni Felliniane, sono le collezioni delle visioni sui muri dipinti tra il fiume e San Giuliano. Le belle scene son lì immortali falsificazioni delle falsificazioni, vite a tratti più pregnanti e veritiere di quello che è l’esistenza reale. I personaggi come Titta, Balossa e la Tabaccaia sono nelle stanze dell’inconscio e della memoria e sarebbe bello la prossima volta trovare un costumista che ci vesta come i personaggi del film lasciando a bocca aperta tutti quelli ci vedranno passare.

08Ad Alfio/Alfiere/Fellini la regia, c’è un anno di tempo. E speriamo che l’anno prossimo riaprano il Cinema Fulgor dove dovrebbe essere ospitato il Museo e la fondazione Felliniana che sull’orlo del fallimento s’è dovuta svendere il libro dei Sogni (sigh), http://www.lastampa.it/2013/12/23/spettacoli/la-fondazione-fellini-chiude-col-libro-dei-sogni-LUHFpRfTBmTSWCJITz3vpJ/pagina.html

Restiamo a gironzolare qui attorno anche il giorno dopo il Primo Maggio. Senza fare troppe retoriche, tipo: biodiversità, sostenibilità km zero, ecc., c’è ancora un mondo in quest’angolo di campagna romagnola che ama la terra come fosse una donna. La domenica o il primo maggio son tutti in giro con cariole e trattorini a farla bella.

09Non è un lavoro, non è un hobby ma è amore puro. Chi pianta cipolle, chi fagioli, cavoli o insalate, la terra è lì sotto di loro dolcemente fragile e sensibile al tempo stesso, ma determinata a non accettare alcun compromesso: amore puro deve essere, senza ipocrisia magari pieno di sbagli e tentativi, ma la terra non li tradisce mai, soffre in silenzio, e in primavera qualcosa in Lei rinasce sempre, anche solo un’emozione, un profumo. Si sentono tutte queste emozioni qui a Santarcangelo dove è nato Tonino Guerra, lo sceneggiatore di Fellini, quello che purtroppo tutti ricordano solo per lo spot: “Gianni l’ottimismo è il profumo della vita!”. C’è anche lì vicino la casa natale di Giovanni Pascoli, monumento nazionale dal 1924. Questi sono i luoghi che hanno profondamente segnato l’infanzia del “fanciullino nazionale”. Il ricordo del periodo sereno trascorso a San Mauro è rievocato in molte poesie con grande nostalgia e affetto, soprattutto per il fortissimo legame con la famiglia e l’attaccamento alla propria terra d’origine.

10Incredibile a Casa Pascoli c’era una guida/custode/volontario che ci ha raccontato tutto e di più. Dal giallo omertoso della morte del padre agli amori giovanili, ai gossip dell’epoca, la vita universitaria, il perché dei tanti trasferimenti e i giorni della vecchiaia a Castelvecchio. Parlava, parlava con passione e infinita precisione e voglia di interessare. Arrivato l’orario di chiusura, continuava per oltre un’ora parlando anche dei Torlonia e la tenuta La Torre dove il padre ucciso del poeta lavorava per conto dei Principi. Proprio adesso una parte della casa Pascoli è adibita a una mostra fotografica sui Torlonia. Nella casa c’è un’unica stanza che è rimasta intatta e presenta il fascino dell’epoca, com’era durante l’infanzia del poeta la cucina. C’è l’antica travatura in legno del soffitto, il grande focolare domestico, l’acquaio in pietra con tutti gli utensili e mobili dell’epoca, qua e là cimeli di famiglia.

11Dopo questo racconto appassionato non poteva mancare un giro sul luogo dell’omicidio e nella grande tenuta della Torre dei Torlonia, immensa e misteriosa costruita su un tempio a Giove cui si dice abbia reso omaggio Giulio Cesare dopo aver traversato il Rubicone.

Il pomeriggio volge al brutto. Nubi minacciose scendono dall’Appennino e noi le affrontiamo risalendolo. Una cinquantina di km nella bufera. Più su a metà strada tra Arezzo e Rimini c’erano una volta due paesi che si facevano la guerra: il paese di Penna e il paese di Billi. Poi nel 1350 fecero finalmente la pace e il nuovo nome divenne Pennabilli.

12 Un nome strano e evocativo che ricorda l’infanzia i Pennarelli Stabilo o simili. Ma a Pennabilli c’è qualcosa di molto più evocativo ed emozionante: la casa dove ha vissuto per 25 anni Tonino Guerra e la fondazione che ne raccoglie la memoria. ricolma d’opere d’arte e di oggetti raccolti in ogni dove.

I ricordi forse sono troppi e si addensano come la pioggia che scende sugli occhi emozionati di chi li vede. Una vita lunga la sua, 92 anni e una miriade di sceneggiature più di 120 e tanta bellezza prodotta. I film indimenticabili con Fellini, Antonioni, i Taviani; le poesie e i libri, i dipinti, le sculture: tutto riflette il suo modo delicato e incantato di vedere il mondo, tutto è frutto di una vena creativa inesauribile e poliedrica, che qui continua irrefrenabile.

13Bisogna andarci, è difficile descrivere tutto. Sembra che lui sia ancora lì. L’aveva studiata bene Tonino li chiamava i «Progetti Sospesi», un elenco d’idee da realizzare, da lasciare a chi vorrà farle sue e portarle a termine, come si fa a Napoli per i caffè: se ne prende uno ma se ne pagano due, lasciando il secondo “sospeso” per chi andrà nel bar dopo di noi. Abbiamo avuto fortuna perché Lora la vedova di Tonino è russa ed era tornata il giorno prima dalla Russia e Laura parla perfettamente il russo. C’erano anche altri ospiti, ma ci ha fatto vedere tutta la casa e il giardino nonostante il temporale: i salotti sospesi sulla scarpata della montagna, la capanna di paglia dove stava a lavorare e il luminoso dehors con vista infinita dove si è spento.

14Ci ha portato poi in cima al giardino dove sono conservate le sue ceneri e da dove si gode una verde vista sulla vallata. Proprio lì battuti dalla pioggia e dal vento, una sedia, un tavolino, una tazza di caffè e un gatto vivo e vegeto ma color ruggine. Tonino era proprio lì per l’eternità.

Avrei voluto mettere un link alle ai vari “progetti sospesi”, ma sarebbe come sospenderli un’altra volta. Così ho trovato una delle ultime interviste a Repubblica di Tonino bellissima da leggere e che raccoglie 92 anni di amore e bellezza:

“I progetti sospesi di Tonino Guerra sono bozze, e riguardano la protezione del territorio, la memoria, la cultura, gli edifici abbandonati, l’educazione dei bambini, l’importanza delle nostre campagne e del saperle coltivare. Si propone di fare gli orti nei giardini degli ospizi come di catalogare con targhette gli alberi secolari, oppure di proteggere i cimiteri abbandonati e le storie di vita che contengono. In realtà sono poesie, che riconducono sempre a lei, alla bellezza, al saperla cogliere – «vedere e non guardare» – e al prendersene cura. «L’ ultima lezione di sceneggiatura che ho tenuto a Mosca era sulla differenza tra guardare e vedere. Allora mi è venuto in mente un fatto che mi è successo. Faccio fermare la macchina su cui 15ero perché vedo una panchina, mi voglio avvicinare. Era una panchina di ferro diventata verde, piena di muschio. Ho cominciato a capire perché: la trattoria davanti era chiusa, nel giardinetto non andava più nessuno, la panchina soffriva di solitudine. E allora mi sono seduto e l’ho fatta lavorare. Ho voluto darle un po’ di valore: solo allora stavo vedendo, prima guardavo». Se ti dico le parole «Granai della memoria» che cosa pensi? «Mi piace, mi dà l’idea di cose belle che si ammucchiano e si raccolgono». È questo il mio progetto sospeso. Penso che ogni paese, ogni città, ogni comunità dovrebbe avere un piccolo granaio della memoria. Cioè una raccolta di registrazioni video e audio, con i racconti in prima persona delle vite di chi ha abitato quei luoghi. «Per tuo conforto devo dire che non trovavo la parola giusta, perché io vorrei dire una fila di cose straordinarie che mi sono capitate e allora potrei adoperare il granaio della mia memoria, come possono fare i paesi e le comunità. Per esempio quando lavoravo con Fellini ad Amarcord lui veniva sempre a suonarmi il campanello e io lo facevo aspettare. Una volta scendo e lui era là che guardava fisso l’ingorgo delle macchine che c’ era in strada. Lo chiamo e mi dice: “Oddio mi hai rovinato i 10 minuti più belli della mia vita!”. Vuole il caso che quando ritorno a casa riattraverso l’ingorgo e una macchina nera mi striscia. Io impreco, mi giro e mi trovo davanti a papa Giovanni XXIII. Resto bloccato con le mani in alto davanti a questo faccione con le grandi orecchie che mi sorride un po’, poi mi benedice 16come se spaccasse un cocomero e quindi la macchina va via. Poter mettere nel granaio queste cose, che possono capitare in tutte le vite e in tutti i paesi, sarebbe una cosa straordinaria». Il granaio tiene i semi che poi devono essere riutilizzati, fatti rifiorire. Il termine è meglio di banca della memoria, vero? «Granaio è una parola nuova, poetica, che già ti confonde. È bello quando dici una cosa a qualcuno e lui in un primo momento non capisce niente, lo confondi. Le grandi cose non sono mai chiare subito, è dopo che diventano chiare». Non credi anche tu che oggi abbiamo bisogno di memoria, di farne il sale per costruire un nuovo futuro? Un popolo senza memoria come lo vedi? «No, non può esistere. La memoria è indispensabile e ti dirò di più: quando mi chiedono che cos’ è la storia, che cos’ è la memoria, io racconto sempre che mio nonno quando camminava si guardava continuamente indietro. Una volta gli chiesi: “Nonno perché vi voltate sempre indietro?”. Lui rispose: “Bisogna, perché è da lì che viene il modo per andare avanti”. Quindi è giusto che un popolo, che una persona, che un paese tengano conto di quello che hanno dato quelli venuti prima di loro». Secondo te questo Paese cura la memoria? Che effetto ti ha fatto sapere di quel muro crollato a Pompei? «Oggi quelli che comandano non vogliono capire che la cultura è importante. Noi non abbiamo il petrolio, abbiamo la bellezza! Ragazzi, la 17bellezza è una preghiera, se non lo capiamo e la trascuriamo crollerà tutto, non soltanto un muro a Pompei. Non c’ è affetto, non c’ è per la terra, l’acqua e l’ aria. Dobbiamo fare in modo che i bambini tornino ad avere devozione per la terra, dobbiamo farlo per loro stessi. Per esempio si cancella noi paesaggi. Se fate scomparire la linea di quella collina lì davanti a me, voi toccate la mia memoria, mi danneggiate». I migliori custodi, coloro che curavano di più paesaggio e campagna sono sempre stati i contadini, ma oggi sembra non ci siano più. «Non ci sono perché non guadagnano, perché noi non li aiutiamo. Sono persone enormi, i contadini erano dei continenti, persone così preparate a vivere. Per esempio io vado nei posti più diversi per incontrare persone anziane, che stanno combattendo contro il mondo da sole. Una volta incontro una vecchia e le chiedo se lei è felice, se ha la sua domenica. Mi risponde di sì, che si mette in casa alla finestra e guarda passare la luna. Una cosa sconvolgente. Oppure Liseo che ho soprannominato Omero. Gli chiedo se secondo lui Dio c’ è. Lui, tutto raccolto negli occhi, mi risponde: “Dire che c’ è può essere una bugia, dire che non c’ è può essere una bugia più grande”. Immenso». La potenza di questo signore era l’oralità, parlava dialetto. «Certo, Omero parlava come gli antichi, il dialetto è una lingua che una volta sapevano tutti alla perfezione. Adesso non sanno più parlare, adesso 18l’italiano ci arriva dalla televisione, quasi nessuno lo sa alla perfezione». C’ è chi sostiene che il dialetto vada insegnato nelle scuole. «Non va insegnato, va frequentato, va ascoltato. Il dialetto dei contadini era magico, tu gli chiedevi “Come sta sua madre oggi?” e uno magari rispondeva partendo dal fatto che era un periodo in cui nevicava spesso. Partivano da lontano, la risposta se la facevano fiorire in bocca. Oggi fermate chi volete e vi risponderà banalmente: «Mah, insomma, bene». E poi c’ erano i modi di dire, fantastici, una volta chiesi a mio fratello come stava un signore molto ammalato e mi rispose in dialetto: «Ce ne sono di più belli al cimitero». Dobbiamo vergognarci di pensare che c’era un mare di gente che sapeva parlare a perfezione una lingua e non c’ è più, perché anche i grattacieli di New York sono stati fatti in dialetto!» La civiltà contadina aveva queste capacità, l’oralità, la cura del territorio, il rispetto del tempo, ma se si parla di queste cose, di memoria, di dialetto o di paesaggio, molte volte si viene intercettati come nostalgici, con progetti improponibili per il futuro. Non pensi che invece questo ragionamento possa essere un nuovo paradigma dirompente, rivoluzionario? «Dicono così perché non vogliono riflettere, hanno fretta. Ogni volta che ritorno dalla Russia ho sempre più l’idea che siamo diventati un mondo di gente ignorante, di gente che non legge, che non sa e non ama le sue cose belle. C’ è solo il denaro, il divertimento, l’effimero. Ci 19sta tutto, ma non fare come mio nonno che si guardava indietro è da pazzi. Bisogna ricreare questa passione che avevano, la devozione per la terra. Ma in modo nuovo. Sennò andiamo a finire in niente. L’ Italia non è più bella come una volta, è inutile che mi rompano le scatole, perché una volta c’era chi la curava. Non erano dieci persone messe lì dallo Stato, erano quelli che l’abitavano: i contadini. Dobbiamo riapprendere quella forza d’ amore che avevano loro». Forse prima hai fatto un lapsus: dici che vaia cercare dei vecchi, ma ora tu hai novant’ anni, ne trovi ancora più vecchi di te? «Ecco, sono vecchio anch’ io, piano piano sei ridotto verso casa, dentro casa e guardi il mondo dalla finestra. Da loro vado a chiedere conforto, perché ciò che mi dicono sono indicazioni di vita, poesia. Cominci a capire che cosa devi guardare per vedere, quali sono le cose che non ti deludono mai. Io so che la neve ci sarà sempre, che la pioggia ci sarà sempre, e sono spettacoli enormi. L’ autunno, i tramonti: noi dobbiamo andare verso questo mondo, sono le uniche cose che danno conforto. Un’ automobile velocissima potrà anche essere comoda, ma non dà nessun conforto. C’ è l’arte, ci sono i libri che tengono compagnia e ti fanno sentire diverso, lontano dai tuoi problemi. Ragazzi, la vita è dura e difficile e non vi salva la mano calda dell’amico, della moglie o dell’amante, siete soli e dovete trovare qualcosa che vi dia la bellezza, che è il più grande conforto, una preghiera. Perché ti tiene in devozione e ti fa rendere grazie”.

 

Tonino Guerra: da “Piove sul diluvio”

 

Un muntanèr quant u s’è incórt
ch’è stéva par murói
l’à tach a saluté la su ròba.
ma i èlbar sòtta la montagna
u i à détt che i l’éva da pardunè
s’u i éva ròtt al brani par vèndli mi furnèr.
Mi èlbar da frótt l’à tach a carizè
al pàiri al màili e al susóini
ch’agli éra carghi ‘d sòul.
Ma tóott al fòi dl’órt: l’insalèda
la zvòlla e i chèval
u i à dè un’ucèda lònga.
Pu, próima de mètsi a lèt
ch’u sintéva strach che mai
l’è arivat a saluté un fildìn d’aqua,
bóna da bài, ch’la sguilléva da una ròcia
cumè ch’e’ fóss un rispóir bagnéd
e u i à détt: “Aqua che t vé d’inzò
fina a maróina saluta e’ mèr
ch’ò vést una vólta snò
e u m’à fat un’impresiòn che mai
parchè d’aquasò l’è sultént
una róiga lónga e bló”.
    Un montanaro quando si è accorto
che stava per morire
ha cominciato a salutare la sua roba.
Agli alberi da legna che erano sotto la montagna
ha detto che lo dovevano perdonare
se aveva rotto le loro braccia per venderle ai fornai.
Agli alberi da frutto ha cominciato ad accarezzare
le pere, le mele e le susine
che erano cariche di sole.
A tutte le foglie dell’orto: l’insalata
la cipolla e i cavoli,
ha dato un’occhiata lunga.
Poi, prima di mettersi a letto
perche’ si sentiva molto stanco,
è arrivato a salutare un filo d’acqua,
buona da bere, che gocciolava da una roccia,
come fosse un respiro bagnato
e le ha detto: “Acqua che vai giù
fino alla marina saluta il mare
che ho visto solo una volta
e mi ha fatto una grande impressione
perché da quassù è soltanto
una riga lunga e blù”.

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