“Settembre, andiamo. È tempo di migrare”, diceva D’Annunzio; e sebbene dalle parti dannunziane si annunciasse una maratona addirittura inclusa in un circuito mondiale, ho preferito non allontanarmi troppo da casa, puntando su Rioveggio per la prima maratona di Monte Sole (dopo un’edizione zero dell’anno scorso)
Le maratone bolognesi di montagna hanno una tradizione stentata: per due o tre anni ciascuna se ne corsero a Castiglione dei Pepoli e a Granaglione, con l’aggiunta di un “trail del Malandrino” da Prato a Pracchia all’Abetone; ma, forse per una scarsa fiducia del podismo nazionale nei riguardi di quello che si fa a Bologna, non hanno avuto seguito (per forza: uno dei pochi capoluoghi incapace di organizzare una 42 urbana!). Sopravvive quella di Suviana (erede di Castiglione dei Pepoli), non a caso organizzata dallo stesso Gianfranco Gozzi, “l’omone” i cui meriti è inutile rammentare alla truppa che per qualche tempo ha presieduto. Però… però… il risultato di Montesole 2015 dà 82 arrivati (tra cui appena 9 donne; più 69 nella mezza maratona) contro i 96 dell’”edizione zero”: non so quanto si potrà tirare avanti con queste cifre. È vero che i “chierici” (leggi: i supermaratoneti) erano forse (quasi) la metà dei convenuti, ma se tanti altri tradiscono l’evento (eccezione fatta, beninteso, per il Presidente attuale, e altri membri storici i cui nomi trovate in classifica), che potremo sperare dal comune podista italicus? Eppure, il nostro è un tipo di percorso che si avvicina al Ventasso reggiano, ma più docile e addomesticabile, e che dunque in teoria dovrebbe attirare di più.
La lingua prevalente durante la gara era il toscano, con qualcosina di romagnolo e ovviamente un po’ più di bolognese: personalmente sono contento di essere venuto, sia perché la concorrente maratona abruzzese pare sia stata un capolavoro di disorganizzazione, con soli 19 classificati su un percorso ridotto a 21 km con 1200 metri di dislivello; ma anche perché il percorso rinnovato ha dato la possibilità di vedere tanti posti difficilmente toccati dal turismo o dal podismo bolognese (con l’eccezione delle tragiche rovine di Monte Sole, già raggiunte da alcune camminate locali, e che qui si presentavano nella loro spettrale imponenza dopo una dozzina di km: su questo, è perfetto il commento di Vito V. Carignani.
La misurazione del tracciato pare abbastanza generosa, nel senso che i nostri Gps la riducono a 38,5 km circa, mentre possiamo concordare col sito ufficiale circa l’altimetria, che sta sui 1600 metri verticali. Particolarmente duri i km 3-6, dove si è saliti di circa 280 metri (ma su strade bianche molto scorrevoli); ancor più i km 21-24, 500 metri consecutivi di salita verso la quota massima di 820. Seguivano 380 metri di discesa classificata “pericolosa” (in parte su sentiero anche pantanoso: “E vanno pel tratturo antico al piano – quasi per un erbal fiume silente”, dice ancora il Poeta-soldato); ma, avvezzo a ben altri scenari, non vi ho trovato ‘emozioni’ particolari, a parte che la mia proverbiale scarsezza come discesista mi ha fatto subire qualche decina di sorpassi. Restavano altri 150 metri in su per salire a Montorio (un villaggetto delizioso, includendovi il prologo della pieve incontrata un km prima); resta infine una ariosa discesa su asfalto fino al fiume Setta (dove abbiamo incontrato il terzultimo sbandieratore di tutta la gara, sebbene mancassero ancora più di 6 km, oltre tutto poco segnalati).
I ristori erano secondo le regole e discretamente forniti (tranne quello vicino alla stazione di Grizzana, circa km 35, un tavolino senza addetti dove rimanevano due bottiglie di acqua e pochi bicchieri non usati: e non erano decisamente i bicchieri e le bottiglie immortalate dal pittore locale Giorgio Morandi ); magari un tè tiepidino ogni tanto poteva risultare utile, visti i 17 gradi di massima raggiunti, e la pioggerellina caduta fin quasi alla partenza. Indubbiamente, un’organizzazione con un bilancio non altissimo doveva basarsi molto sul volontariato, e se i volontari non si trovano…
Pacco gara con maglietta tecnica, piadine e, fra l’altro, un doppio cd musicale (però del 2007, e con un tipo di musica che mi va poco a fagiolo); medaglia all’arrivo, docce calde (dovrebbe essere la regola e sta diventando l’eccezione), e pasta party che gli affamati dovevano però integrare a pagamento.
Tempo massimo di 8 ore, abbastanza generoso e con permesso di modico sforamento. Non ne ho avuto bisogno, anzi sono arrivato “co’ miei pastori”, in mezzo al gruppo, concedendo l’ultima esibizione alle vecchissime scarpe Puma, comprate per 50 euro nel 2009 a margine di una corsetta, risuolate due volte, tanto da spremerle per 19 maratone con in mezzo la 100 km “Rimini Extreme” del 2011. Allora, queste scarpe dopo 12 ore e 25 minuti si classificarono seconde di categoria, salvo che la malalingua informata di Mademoiselle Denise mi avvertì che sul primo si nutrivano sospetti… e infatti non venne nemmeno alla premiazione. Oggi, nell’annuario della federazione internazionale delle Utramaratone, risulta che ho vinto io. Le scarpe Puma, ricevuta tardiva giustizia, possono ormai riposare in pace. Il loro padrone, all’inizio dell’anno, fatto un piccolo calcolo si era posto un obiettivo da raggiungere a fine anno.
Poi è successo quello che è successo, e l’obiettivo sembra più difficile da raggiungere. È bello ritrovarsi, ogni poco, tra noi pastori e clercs.
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