Nella mia ignoranza podistica confesso
di non aver capito bene la natura di questa gara: maratona? 50 Km? 24 ore?
Le varianti di cui ho letto o sentito sono tante, perché Torino le ha
vissute tutte negli anni… ricordo persino un mondiale di 24 ore.
Comunque per me non è certo un problema. La mia distanza odierna sarà, come
al solito, molto inferiore e commisurata alle mie limitate possibilità,
anche se… Non so se ci avete mai fatto caso, ma una legge non scritta
prevede che dopo una affermazione categorica nel 90% dei casi c’è sempre un
“ma…”, un “però…” o un “anche se…”. Così per non fare eccezione pure io
metto il mio, anche se… proprio ieri al termine della mia uscita ho visto
che il contatore mensile dei km segna 182 (anzi 181,8 per essere precisi) e
la tentazione di fare cifra tonda è troppo forte. Chissà se e quando mai mi
ricapiterà una occasione simile, visto che mediamente viaggio tra i 120 e i
150 km al mese. Per di più mi sembra quanto mai appropriato usare una
Maratona della Speranza per tagliare il traguardo dei 200 km (oltre che
necessario visto che è l’ultimo del mese!).
Ovviamente come è pensata è anche decisa. Nelle corse sono un tipo impulsivo
e una volta accarezzato il sogno non c’è verso di scacciarlo. Non ci
riescono neanche i problemi che il “poi” inizia a porre. Il tempo da
dedicare all’uscita che, passando da 10-12 a 18 km, non raddoppia ma lievita
considerevolmente. Le esigenze del menage familiare domenicale che, essendo
l’unico “atleta” di casa, è poco conciliante con lo sport praticato. E non
ci riesce nemmeno una improvvisa emergenza lavorativa che a partire dalla
metà del sabato mi piomba tra capo e collo tenendomi inchiodato al pc.
Non a caso sono un appassionato cultore di puzzle: anche stavolta mi riesce
il delicato incrocio di tutti i pezzi e, con solo qualche minuto di ritardo
sulla tabella di marcia, poco dopo le 17 di domenica 31 maggio sono pronto
per completare la mia ultra a tappe da 200 km.
Naturalmente il clima si è mantenuto perfetto per tutto il weekend,
ventilato e coperto con una temperatura tra i 16° e i 21°, tenuto conto che
siamo a fine maggio è l’ideale per correre. Altrettanto naturalmente, un’ora
prima della partenza prevista le nubi si dileguano del tutto, lasciando il
posto a un bel sole che immediatamente inizia a farsi sentire.
L’adrenalina è comunque a mille e una bella corsa è proprio quello di cui
sento la necessità per mettermi alle spalle un faticoso weekend lavorativo.
L’entusiasmo è tale che parto effervescente come un tappo di spumante
accarezzando sogni di gloria: perché limitarmi ai 18 km e spiccioli che mi
separano dal traguardo? Già che ci sono potrei fare una mezza. Per fortuna a
limitarmi viene in soccorso il titolo della gara odierna e mi dico “recorda
che la strada è lunga”.
Non ho fatto programmi sul percorso da seguire: l’obiettivo è fare i 18,2 km
che mi mancano al traguardo, per il resto mi muoverò a sensazione seguendo
l’ispirazione del momento. Ho una sola cosa chiara: non voglio fare un
circuito da ripetere più volte.
Così punto diretto verso San Siro tagliando per strade così poco trafficate
che posso correre sulla sede stradale in tutta tranquillità evitandomi il su
e giù dai marciapiedi o di fare lo slalom per evitare i rari passanti.
L’unica difficoltà la incontro nel superare un ciclista che procede più
lento di me. non che io sia particolarmente veloce; anzi, c’è da chiedersi
come faccia a stare in equilibrio, e infatti ondeggia talmente che rischia
quasi di investirmi.
Arrivato allo stadio, l’immenso piazzale asfaltato è quanto mai generoso
nell’inondarmi del calore immagazzinato nelle ultime ore, perciò mi affretto
ad attraversarlo velocemente puntando verso l’ippodromo che decido di
costeggiare in senso antiorario. Punto sugli alberi che lo circondano per
godere del fresco della loro ombra.
Fa caldo e ieri ho fatto i miei 12 km con un 5.000 tirato, ma non avverto
nessun problema lasciandomi trasportare dal mio incedere e svuotando la
mente di tutte le scorie della giornata. Provo una assoluta sensazione di
pace e di benessere e godo di questo vagare… solo apparentemente senza meta.
Infatti giunto all’altezza di via Sant’Elia abbandono l’ippodromo e punto
diretto verso la Montagnetta.
Il mio stato di esaltazione è tale che, appena possibile, mi faccio la
salita fin quasi in cima andando a tutta (si fa per dire). Sulla successiva
discesa inizio a fare un pensierino alla collina del Portello che mi ha
sempre affascinato per il suo percorso a chiocciola. Purtroppo quando vi
arrivo la trovo gremita di gente. Anche il parco circostante è pieno
costringendomi a continui scarti per evitare qualcuno. Fuggo a gambe levate:
è proprio il caso di dirlo. Costeggiando il centro commerciale punto verso
il Tiro a Segno per fare ritorno alla Montagnetta.
Qui in un tratto di strada solitaria mi trovo a riflettere, a partire dal
titolo “Recordando la strada” sulla natura dei ricordi e sui ricordi che
porteremo di questo periodo. In una traduzione un po’ libera, “ricordare”
vuol dire riportare al cuore. E che cosa si riporta al cuore se non le cose
belle e buone? Fa un po’ specie allora pensare che un domani e per sempre
“ricorderemo” questi giorni fa specie e mi fa pensare che, in fondo, anche
in questi giorni, in queste esperienze (in tutte le esperienze), c’è
qualcosa che merita di essere ricordato. Qualcosa che vale.
Forse ci metteremo un po’ a scoprirlo. Avremo bisogno del tempo per vedere
cosa ricorderemo. Ma qualcosa lo porteremo con noi…
Intanto perso dietro questi pensieri attraverso il ponte di pietra sono
tornato alla Montagnetta. Ho appena superato i 10 km a un ottimo ritmo e
così, in fondo alla discesa che porta al campo XXV Aprile mi fermo alla
fontanella. Tutte la gare che si rispettino ogni 5 km offrono spugnaggi e
ristori e questa mia fatica non deve fare eccezione.
Bagno la bandana che uso anche come filtro quando incrocio qualcuno, i
polsi, la faccia. Un sorso d’acqua e via, riparto: mancano solo 8 km e… di
colpo si spegne la luce. Come se un interruttore fosse stato girato da ON a
OFF, il mio corpo si rifiuta di rimettersi in moto. Le gambe pesano
tonnellate e i piedi sembrano due mattoni che butto avanti con fatica in
maniera alternata.
Provo a fare un giro dell’anello di via Cimabue. È poco più di 1 km e magari
mi aiuta a carburare… macchè, niente. E a nulla serve un secondo giro dello
stesso anello (alla faccia del proposito iniziale di non fare circuiti da
ripetere più volte).
L’unica cosa positiva è che ho fatto altri 2 km o poco più, per il resto
sono irriconoscibile. L’esaltazione e la sensazione di benessere di poco fa
sembrano appartenere a un’altra era o a un’altra persona. Fino mezz’ora fa
cullavo addirittura l’illusione di fare una mezza maratona ora il correre mi
è di peso. Mi sento svuotato più che di energie fisiche, di energie mentali.
Mi trovo coinvolto in una grossa battaglia di testa in cui devo
continuamente obbligarmi a proseguire.
Decido di prendere la strada di casa: ora per me non si tratta più di
puntare ai 200 km, ma semplicemente di tornare a casa. Istintivamente sento
che se dovessi fermarmi un’altra volta non sarei in grado di ripartire.
Inizio con la tecnica dei piccoli tratti: non penso più al percorso nella
sua interezza e a quanto manca per arrivare, ma mi pongo un obiettivo a
breve, in bella vista: un albero, una svolta, un cartello. Arrivo fino a lì,
mi dico, e poi vediamo…
Così di obiettivo in obiettivo rifaccio a ritroso il percorso dell’andata,
ma che differenza: prima era tutto affrontato con baldanza, ora è un duello
tra sofferenza e volontà: chi vincerà? Quando arrivo al piazzale di San Siro
mi rianimo un po’. Manca poco più di 1 km. il sollievo purtroppo è di breve
durata: come all’andata il calore emanato da questa colata di asfalto mi
assale, ma a differenza di prima il passo con cui l’attraverso non può dirsi
leggero e spensierato, ma pesante.
Per fortuna le successive stradine sono in ombra. Poco distante c’è anche
una fontanella, ma preferisco puntare diretto senza fare deviazioni. Alla
fine trascorre anche il 18° km. Ora mancano “solo 200 metri” al mio
traguardo, ma registro il fatto in un angolo della mente senza alcuna
soddisfazione. Anzi mi trovo a pensare che a questo punto è come se mi
trovassi in una maratona: hai fatto 40 km, hai fatto anche i 2 successivi…
ma non sei arrivato e quei soli 200 metri (anzi 195) rischiano di sembrare
lunghi come i precedenti 42 km.
È fatta. Sono sotto casa. Il GPS segna 18,450 per un totale nel mese di
200,2 km e spiccioli. Ho raggiunto il mio traguardo, ma non provo nessuna
gioia, anzi sono come nauseato dalla corsa. Mentre salgo le scale (4 piani
rigorosamente a piedi da quattro mesi a questa parte) mi trovo a pensare a
questa esperienza cercando di analizzare le emozioni contrastanti provate:
l’esaltazione e il tracollo, l’aspettativa e l’insoddisfazione, il benessere
e la fatica.
L’unico pensiero coerente che mi viene è che come nelle gare “vere” anche le
Maratone della Speranza hanno avuto la loro spina, la loro giornata storta
(segno che non sono poi così “virtuali”). Per il resto decido di accantonare
i pensieri per una analisi a freddo. Probabilmente ora saprei solo vedere il
bicchiere mezzo vuoto, mentre l’ottimismo di domani saprà sicuramente
rivalutare gli aspetti positivi di questa esperienza e renderla un qualcosa
da ricordare.
E a proposito di ricordi… è tardi e sono già a letto quando ricordo
all’improvviso che, s-travolto dagli eventi, ho dimenticato persino di farmi
la foto finale.




