Il percorso delle prime edizioni era ancora più entusiasmante di quelle che seguirono: verso il 27° Km., si affrontava l’erto colle della Villa Borghese dal suo ingresso più monumentale; al 40° Km., superate le Terme di Caracalla, si risaliva verso le Mura Latine e le si costeggiavano. Poi i soliti rompi… si lamentarono che queste salitelle erano troppo dure per le loro fragili gambe (ma perché non rimangono a casa!). E poiché i piagnucoloni l’hanno sempre vinta, queste difficoltà vennero sostituite con i 6 Km., fra andata e ritorno, della Via Ostiense: gli unici monotoni ed antipatici di tutta la maratona. Tanti chilometri per vedere soltanto due monumenti interessanti: la piramide Cestia e San Paolo fuori le Mura. Una tale distanza rappresenta un’eternità per una città come Roma, dove ad ogni metro è possibile vivere la vertigine di millenni.
Indimenticabile fu l’atmosfera dell’Edizione del Giubileo, svoltasi a Capodanno, con partenza da Piazza San Pietro dopo l’Angelus recitato da Papa Woytila. “Era l’ora che volge il desio…e intenerisce il core”, quando la maggior parte dei partecipanti la concludeva in Via dei Fori Imperiali, con gli affascinanti ultimi chilometri rischiarati dal bagliore delle fiaccole.
Tutto a Roma è ben fatto. A cominciare dalla denominazione, priva di h muta e di terminazioni in consonanti. A tal proposito, la palma dell’esotismo va attribuita alla “Telemarket Brescia Art Marathon, 26,2 Miglia”. Tutti conoscono i pregi di Brescia ed il valore del prof. Rosa, per cui stupisce il ricorso forzato a termini che non ben valorizzano il territorio. Sono convinto che il genuino “provincialismo” di Beppe Togni possa attrarre più concorrenti del dozzinale Telemarket (!) e dell’arretrato sistema di misurazione ( miglia!), vanamente ingentiliti da “Art”, che non riesce a dare lo sperato tocco culturale ad un titolo che sa di Wanna Marchi!
Indovinata è la data della manifestazione. Collocata com’è nel miglior periodo per la sua latitudine, tutte le edizioni hanno goduto di un clima ideale. Dei tre più bravi cronisti, due erano a Roma: Ludovico il coinvolgente, Mutton l’estroso; mancava Brighenti, il professionale. Nessuna grande città dei lidi italici riesce a bloccare il traffico per otto ore, e questo sarebbe un motivo sufficiente, sportivamente parlando, a far pesare la sua candidatura per le Olimpiadi del 2016, oltre, beninteso, al fatto che per prima l’abbia avanzata. Eventuale strapotere politico ed arroganza economica dovrebbero passare in secondo piano!
Sono convinto che gli spazi dello splendido scenario della partenza-arrivo non possano contenere più di 12.000 concorrenti, per non recar danno al delicato equilibrio del sito. Se si vogliono pedissequamente rincorrere i numeri delle grandi maratone internazionali, è tassativo trovare ampi spazi anonimi periferici, ove l’ambiente non viene deturpato dalle esigenze delle grandi masse umane. Io credo, invece, che Roma, per non perdere la propria specificità, debba anteporre la qualità alla quantità: una maratona di nicchia è quella che più le si addice. E’ necessario, pertanto, stabilire coraggiosamente un numero chiuso sostenibile, pretendere una quota d’iscrizione adeguata ed offrire una gamma di servizi di prim’ordine, non escluse iniziative di raccolta fondi per opere di rilevanza sociale, molto diffuse all’estero ed ai primi passi in Italia.
Sarà perché correndo per le strade della Capitale s’è immersi in tanta palpabile classicità, ma devo confessare che in gara non ho mai pensato alla fantasiosa storia di Filippide, che i più negano. Nella mia mente s’ergeva reale e mitica la figura di Abebe Bikila, i suoi piedi scalzi percuotere Via dei Fori Imperiali, le braccia alzate sotto l’Arco di Costantino ed il viso illuminato dalle prime luci della sera. Vinse di nuovo a Tokio, poi un incidente rese quell’uomo, che aveva tanto corso, immobile su una sedia a rotelle. Fu in quella magica serata d’agosto romana che nacque la maratona di massa. Tutti gli amatori che affollano Boston, New York, Berlino, Londra hanno ben impresso nel loro cuore la splendida cavalcata solitaria dello sfortunato atleta etiope, ed a buon diritto Roma può definirsi “la madre di tutte le maratone”.
Tornato a casa, Eligio non potrà riferire le emozioni, accumulate durante la corsa, alla moglie ed alle figlie, che non hanno nessuna voglia di ascoltarlo. Per sei mesi, verso le ore 20,30, quando il lavoro va scemando, verrà nel mio ambulatorio a raccontarmi che a Piazza Navona, durante la gara, s’è seduto ad un tavolino per sorbire un caffè, circondato da Giapponesi, ai quali ha parlato non capito dei suoi entusiasmi! E tante altre cose…Di solito, con una scusa, me ne libero, e lo mando da Angela che ha più pazienza di me di starlo a sentire. Trascorsi i primi sei mesi, per i rimanenti sei mesi dell’anno si mette in fibrillazione per la successiva Edizione della Maratona della Città di Roma.


