L’Islanda è una terra dove la natura regna sovrana, dove l’uomo è un fragile elemento che ne ammira la bellezza senza intaccarla, terra di ghiacciai, iceberg e vulcani, di deserti lavici e geyser, di muschio millenario, fredde cascate e pozze d’acqua bollente, di enormi estensioni senza alberi e con forti venti, di estati fredde e nevi che si sciolgono a bassa quota, concentrato di mutevolezza, metamorfosi ed energia, contrasto ed incanto, terra di emozioni stupende e scenario ideale per la corsa nella natura, da vivere in una dimensione sognante e quasi ascetica.

Dopo la sosta nella piccola e tranquilla capitale Reykjavík dove sono confluiti tutti i partecipanti, inizia l’avventura alla scoperta di un vero concentrato di elementi geologici spettacolari come geyser, enormi cascate d’acqua, ghiacciai con iceberg che si immergono nel mare, vulcani e la spaccatura data dalle due placche euroasiatica e nordamericana che formano la dorsale medio oceanica. Il nostro gruppo di runners comprende rappresentanti di Austria, Belgio, Brasile, Canada, Francia, Germania, Inghilterra, Israele, Italia, Lussemburgo, Olanda e Stati Uniti, un mix di culture ed esperienze diverse. Per ogni gara sono obbligatori un litro d’acqua, panno termico reversibile, fischietto e giacca impermeabile, e consigliata la dotazione di abbigliamento caldo, alimenti personali, copricapo e guanti.
Al porto mangiamo una ottima zuppa di pesce ed una bistecca di balena. Qui tutto costa molto ma bisogna pur mangiare. Di buon mattino inizia l’avventura e ci dirigiamo nella località di Skogar, dove alloggeremo per le 5 gare, resa famosa dalla presenza dal ghiacciaio Eyjafjallajökull che nel 2010 oscurò mezza Europa.
Sotto il ghiaccio c’è il vulcano che eruttò abbondantemente tanto da paralizzare i voli europei. Era l’aprile del 2010, dovevo andare alla maratona di Boston via Copenaghen ed invece dovetti fare scalo a Roma intasata da centinaia di viaggiatori qui dirottati dal nord Europa.
Penso a quei momenti ed ai corsi e ricorsi storici. L’organizzazione ci ragguaglia sul percorso di gara, gli aspetti scenici, le insidie e le difficoltà, e con una certa prudenza iniziamo l’avventura.
La 1° tappa di 21 km è su una pista di sabbia e rocce, sferzata da vento gelido che contrasta il senso di marcia fatto di saliscendi, e tutto attorno “il nulla” (tempo 2h03’10”).
La 2° tappa di 18 km sale nei pressi di un immenso ghiacciaio su sentiero sassoso e con dislivello di + 600m e dalla impagabile vista, tanto che la distrazione mi fa cadere e mi procura delle escoriazioni, seppur trascurabili. Dalla sommità si scende su un sentiero in mezzo al prato che diventava sassoso. Incontro molti escursionisti, per poi terminare nella sottostante verde pianura(1h59’55”).
La 3° tappa di 12 km è un anello con ripida ma corta salita e una discesa sulla sabbia dell’Oceano Atlantico, sferzati da un fortissimo vento contrario, per poi rientrare nell’entroterra ed attraversare due torrenti, dove occorre per forza immergersi fino alle ginocchia nell’acqua gelida che anestetizza le gambe. Oltre a ciò ti ritrovi le scarpe piene di torba. Poi dopo mezzo chilometro le gambe tornano “a girare” normalmente fino all’arrivo posto all’ingresso di una grotta(1h09’58”).
La 4° tappa è finalmente la maratona, 42 km percorsi su una pista sterrata in un continuo saliscendi. Attraversiamo un altro torrente, questa volta con acqua solamente “alle caviglie”, poi paesaggi mozzafiato formati da una miriade di coni vulcanici e sezioni di deserto roccioso, e successiva ascesa sulle pendici di un vulcano spento e passaggio in cresta, ammirando il fondo del cratere diventato un lago d’acqua turchese; l’arrivo è situato a ridosso di una pozza d’acqua calda, dove i concorrente possono immergersi e rilassarsi (4h05’23”). Per 33 km sceglie di correre al mio ritmo un altro italiano, l’abruzzese Gabriele Alessandrini, perché sa quale sia la mia esperienza in maratona e non vuole andare “fuori giri”, così riesce a fare un’ottima gara e ringraziandomi consolida la sua posizione in classifica generale.
La 5° ed ultima tappa di 17 km è un percorso pianeggiante, ma reso insidioso ed impegnativo dal dover percorrere 4 km “immersi” nella soffice e finissima sabbia nera del mare (qualcuno si toglie addirittura le scarpe), per poi raggiungere finalmente il traguardo finale, posto a ridosso di una enorme cascata d’acqua (1h27’22”). Faccio veramente fatica ed arrivo esausto, ma tanto mi conosco, ho sempre un buon recupero e dopo pochi minuti tornano i battiti regolari. Anche il simpatico medico al seguito ormai mi conosce, e ad ogni fine corsa recita “ce l’hai fatta anche stavolta vecchia carcassa”, indicandomi la posizione e quanti ce ne sono dietro.
I trasferimenti avvengono a bordo di un “vintage bus” che supera senza alcun problema anche le piste sterrate più sconnesse e che a fine la gara ci accompagna in nuove scoperte. Lo guida un islandese che sembra un componente dei Rolling Stones, che va a birra Viking e che sotto il sedile tiene sparpagliati una ventina di pacchetti di sigarette. Il post gara è sempre elettrizzante dato che l’organizzazione ci porta a vedere posti incantati: il distacco di iceberg dai ghiacciai con relativa discesa verso il mare aperto alla presenza di alcune foche; l’impeto di una enorme cascata d’acqua ed il passaggio dietro di essa; scenari ameni fatti di immense distese verdi puntellate da gruppetti di pecore, capre e cavalli liberi di percorrere chilometri a vista d’occhio; sparute aziende agricole e casupole disseminate quasi casualmente, ora ai piedi di uno scosceso dirupo, o su di esso, o immerse nella vasta pianura. Il paesaggio cambia continuamente, ora il bianco del ghiaccio, poi il verde dei pascoli, il nero della sabbia lavica, l’ocra e altre tonalità delle rocce vulcaniche, il grigio delle impetuose acque che scendono dal ghiacciaio, infine il turchese dei laghetti. Vastità, preponderanza della natura, energia e pace, forza e tranquillità, ghiaccio e fuoco.
Con tutto questo “bagaglio indelebile” da portarmi a casa, termino i 110 km totali in 10h45’48” in 9° posizione (6° maschile) a 19 secondi dall’8°posto e su 29 classificati, di cui il più vecchio sono proprio io.
Come spesso accade “i boce i sta de drio”.


