San Silvester Masochist Marathon. L’Ultima Battaglia

Ricordo un vecchio articolo che scrissi nel 2013 intitolato la Sindrome di Calderara in cui cercavo con moto andante il perché di questo singolare successo che si protrae di anno in anno https://clubsupermarathon.it/maratone/1128-31-dicembre-2013-maratona-san-silvestro-la-sindrome-di-calderara.html.

Son passati un po’ d’anni, ma i protagonisti son sempre i soliti e il circuito pure. Ai miei occhi appaiono invecchiati e nel freddo del mattino avanzano come un plotone di ritorno dalla campagna di Russia. Reduci dalle decine di tacche annuali con qualche ferita e qualche trofeo. Veterani di tutte le campagne, fedeli pronti ad immolarsi con un punto di orgoglio masochistico. Avanzando nella alba gelida tra una torre evaporativa e un deposito di vecchi carri, calpestando la brina, avvertono il dolore che subito genera quelle poche endorfine che producono l’euforia necessaria a nascondere lo scenario limitrofo da quell’orrore che il Bolognese Samuele Bersani chiamava: “la provincia denuclearizzata a sei chilometri dalla vita”.

001Eterno soldato dimenticato nelle retrovie, cercavo di raggiungere col mio taccuino qualche drappello di sopravvissuti della grande armata. Il caporale Bussa, dal lungo crine, mi indicava cosa annotare. Appena partiti, sui fili gelati una trentina vecchie di cornacchie ci guardavano perplesse, poi il deposito dei camion e dei carri sfasciati, le gigantesche torri degli alchimisti prima di giungere all’unico acuto di due giorni di gloria: la sirena di un allarme disperato. E poi avanti tra i miasmi fumanti di un canale di scolo, la ferrovia abbandonata con dietro l’aeroporto dove romba l’invidia per chi riesce a scappare via di qui. Il vialetto di San Vitale con tre villette nella nebbia, poi una rotonda sul niente e due sottopassaggi nel subconscio delle nostre anime ormai morte. Poi come una visione riappare lui lo strano monumento a forma del gioco cinese dello Shangai (o Mikado). E’ l’unico punto in cui la “grande armata” subisce un’elevazione spirituale: i 41 bastoncini colorati cadono come se il tempo morisse ormai da anni, un tocco di eternità e caducità che induce a continuare sui nostri passi. Al fin si torna ai ruderi di Calderara di Reno. Come la Mosca in fiamme abbandonata da Napoleone, da anni cadono a pezzi i cementi armati e le finestre, casermoni e parcheggi devastati con al centro il peggior albergo per qualità prezzo della Provincia Denuclearizzata. Un povero soldato non si deve lamentare degli scarafaggi a soffitto, di notti coi fantasmi urlanti di 200 cinesi che trascinano catene e Trolley, oppure se alla mattina alle sei ti buttano giù dalla branda e puliscono anche la tua camera con gli aspirapolvere a reazione. Ma dopo le rovine di Mosca si arriva all’accampamento del Pederzini dove il Generale Gianfranco Gozzi-Kutuzov comandante in capo delle truppe “de tutt i Bulugneis”, rifocilla e soccorre i sopravvissuti amici e nemici, vincitori e vinti.

002Ora tutto è finito. Sappiamo cosa ci aspetta. Avremo tempo un anno per decidere se tornare in Guerra o stare in Pace nelle nostre case il prossimo San Silvestro. Sarà un altro anno dove cercheremo i nostri limiti e la nostra felicità. Concluderei proprio con il dolce, amaro, illuminante capitolo finale di “Guerra e Pace”: “Una vita tranquilla, appartata, in campagna. Con la possibilità di essere utile alle persone che si lasciano aiutare, e che non sono abituate a ricevere. E un lavoro che si spera possa essere di una qualche utilità; e poi riposo, natura, libri, musica, amore per il prossimo. Questa è la mia idea di felicità. Aveva ragione Pierre quando affermava che per essere felici bisogna credere che la felicità è possibile. E ora io ci credo. Lasciamo che i morti seppelliscano i loro morti; ma sino a che si vive si deve vivere ed essere felici……Se non ci fosse la sofferenza, l’uomo non conoscerebbe i propri limiti, non conoscerebbe se stesso”. (Guerra e pace)

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